Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

XIII. Una festa che principia male....

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XIII.

 

Una festa che principia male....

 

Alberto Varedo, seduto al tavolino fra due riviste aperte, finiva di scrivere una lettera:

 

«... e vi sarò grato se in forma puramente obbiettiva vorrete rilevare la vacuità e superficialità di quella critica della Revue des sciences sociales, raffrontandola, se così vi pare, all'articolo alto e sereno comparso intorno al primo volume della mia opera nell'ultimo numero della Deutsche Rundschau. Da un lato tutta la leggerezza e presunzione francese; dall'altro la coscienziosità e la dottrina tedesca. Bisogna pur convenire che oggi Germania docet.

«Del resto, la mia povera persona è il meno, e voi sapete ch'io non vado in cerca di panegirici. M'irrita solo il veder disconosciuto dai nostri vicini d'oltralpe il risveglio scientifico del nostro paese.

«Fraternamente, come sempre,

 

Vostro

Alberto Varedo».

 

Il professore piegò il foglio e lo ripose in una busta già pronta, indirizzata

 

All'illustre signor cav. Ugo Soardi-Morini

Direttore della Rassegna giuridico-economica

Milano.

 

Indi chiuse con dispetto la Revue che lo tartassava, chiuse con amore la Rundschau che lo portava alle stelle e si accostò alla finestra.

Ma un suono di passi lo fece voltare.

Era Diana che teneva per mano la bimba.

- Ecco Bebè che viene a darti il buon giorno - disse Diana.

Varedo si chinò sulla piccina, e le stampò un bacio sulla guancia morbida. - Buondì, Bebè.

Un'occhiata di sua moglie lo avverti ch'egli dimenticava qualcosa ed egli soggiunse: - A proposito, mille auguri.

- Su, Bebè, non rispondi? - sollecitò Diana che s'era spolmonata fino allora a insegnar la lezione alla sua figliuola.

- Azie, papà.

- Mostragli - continuò la madre - mostragli che cos'hai di bello.

Bebè, alzando le sue manine, additò le buccole che le pendevano dagli orecchi e ch'erano appunto un regalo del babbo pel suo secondo anniversario, ricorrente oggi 27 Marzo.

- E chi te le ha date quelle buccole?

- Papà.

- Dunque?

- Azie, papà.

- Azie, azie; non dirà mai grazie questa bricconcella?... E... senti, Bebè, quanti anni compi oggi?

Bebè aggrottò le ciglia, cercò la risposta negli occhi materni e finalmente pronunziò schietto: - Due.

- Brava la mia piccina! - esclamò Diana palpeggiando Bebè in uno slancio d'entusiasmo. - Chi sa che bravure faremo l'anno venturo!... Oggi intanto la giornata è in di Bebè... Andremo stamattina a spasso a piedi... Andremo più tardi in carrozza... col vestito nuovo che ha mandato la nonna... E noi che cosa abbiamo mandato alla nonna?

- Baci.

- Non era troppo grande quel vestito? - chiese Varedo.

- Era un po' grande... L'ho fatto ridurre... Ora sta a pennello... Tu non verrai fuori con noi?

- Io, cara mia - disse Alberto, - uscirò subito dopo la posta e non tornerò che per pranzo... Ho seduta agli uffici, seduta alla Camera e si finirà tardi perchè i deputati vorrebbero cominciar le vacanze sabato sera... Anche il Ministero ha fretta di congedarci, tanto per guadagnar qualche giorno... Ma ormai è bell'e liquidato, e al riaprirsi della sessione gli daremo il benservito.

- È più d'un anno che gli cantate il de profundis - osservò Diana.

- Sì, ma questa volta son pronto a scommettere che non campa tre mesi - ribattè Varedo fregandosi le mani con l'aria soddisfatta d'un deputato italiano che fiuta una crisi.

- Vedremo - disse Diana. - A ogni modo, ti raccomando d'essere a casa per le sette e mezzo.

- Procurerò... Se no, mettetevi a tavola senza di me.

- Non far questo torto alla regina della festa.

- Oh, la regina della festa, quando ha un pezzo di dolce, è arcicontenta.

- Abbiamo altri commensali; i Feana e Miss Olivia.

- Dio, quei Feana, che noia!

- Son pieni di premure che bisogna ricambiare.

- Non avrai mica invitato i figliuoli, spero?

- Non ci sarebbe stato nemmen posto a tavola. Pranzano da una zia... Quieta, Bebè, cosa fai?

Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento, s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di nuovo ella protestò con tutte le sue forze.

- Per amor del cielo, mandala di - disse Varedo che non aveva pazienza pei capricci infantili.

- Ora la porto io... Saluta il papà, Bebè... Buondì, papà, buondì... Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa.

Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le braccia e le gambe.

Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina; un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due pacchi.

- Son per la signora - avvertì la Lisa. - E c'è anche qualche lettera per lei... Oh, Bebè...

- È pessima - dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò alla cameriera perchè la desse all'Irene.

- Via, via, presto - seguitava a dire il professore, mentre firmava la ricevuta dei pacchi sul libro del postino.

La bimba ricalcitrante e divincolantesi slanciò dalla soglia lo strale del Parto. - Papà citto.

Da qualche tempo s'era detto a Bebè ch'era ora di finirla con quest'antifona del papà citto, ma ella con la precoce malizia infantile infrangeva spesso il divieto, e a costo di provocar la collera della mamma, pronunciava con più gusto la frase incriminata.

- Bebè! - intimò Diana in tono di rimprovero.

Ma la Lisa, da donna prudente, aveva già chiuso l'uscio dietro di e allontanata la piccola ribelle.

Senza mostrar di curarsi delle bizze della figliuola, Varedo diede a sua moglie un giornale e un paio di lettere, di cui sbirciò la soprascritta. - Una è della tua mamma - egli disse. - E una di Bardelli.

- Saranno auguri per Bebè.

- Ed è certo di Bardelli anche questo scatolone di dolci che vien da Torino.

- È di lui sicuramente... Mi pareva impossibile ch'egli dimenticasse l'anniversario della bimba.

- L'altro pacco poi - riprese il professore, - arriva da Venezia. - Di chi sarà mai?... Forse te lo spiegherà la tua mamma.

- No - rispose Diana che aveva già scorso rapidamente l'epistola della signora Valeria e si accingeva a legger quella di Bardelli. - No, la mamma non accenna all'invio di nessun pacco.

- Pazienza allora... Scioglieremo l'enigma più tardi - soggiunse Varedo. E cominciò ad aprire la sua corrispondenza. La quale pare non fosse quel giorno di grande importanza perch'egli aveva già rimesso nella busta le sei o sette lettere ricevute prima che Diana avesse finita quella dell'antico assistente di suo marito.

- Per bacco! - esclamò il professore. - Bardelli ti scrive un volume?

- Non un volume, ma quattro pagine fitte.

- Per far gli auguri a Bebè e annunziare l'invio d'una scatola di dolci?

- L'annunzio dei dolci e gli auguri non occupano che una mezza facciata. Il resto è per te.

- Per me?... che novità ci sono? È un gran buon diavolo quel Bardelli, ma è anche un gran seccatore.

Diana passò il foglio a suo marito, e ripigliò: - Sembra che il concorso di Bologna gli prepari una nuova delusione. Povero Bardelli! Ha la fortuna contraria, ed è sempre vittima di qualche intrigante, senza che i suoi amici si affannino troppo ad aiutarlo. -

Varedo fece una spallucciata. - O che pretende?

E di mano in mano che andava innanzi nella lettura, la sua impazienza cresceva, e i suoi commenti diventavano più acri. - Bardelli è un imbecille. Si lagna perch'io non son voluto entrare nella Commissione di concorso, come se entrandoci avessi il mandato imperativo di votare in suo favore.

- Non questo - interpose Diana. - Conoscendolo a fondo, avresti potuto illuminare i tuoi colleghi.

- In qual modo?... Ma che idee vi fate di una Commissione di concorso alle cattedre universitarie? Si giudica sui titoli che sono presentati; chi ha titoli maggiori riesce.

- E se uno s'è procurato i titoli con un atto di malafede come il tuo Quinzani?

- Che mio? - protestò Varedo. - Io non ho predilezioni pel mio Quinzani, pel tuo Bardelli, e se non volli entrare nella Commissione si è appunto perchè vi son fra i candidati il mio antico e il mio nuovo assistente.

- E dunque Quinzani rischia di trionfare per merito di una gherminella indegna, - ribattè Diana. - Perchè hai visto come stanno le cose? Hai visto che il titolo principale di quel caro signore è un lavoro di cui Bardelli gli fornì in massima parte i dati e le idee? E ciò dopo aver promesso che il lavoro sarebbe stato condotto a termine solo nell'anno venturo, e non avrebbe servito pel concorso di Bologna.

- Ho visto tutto - rispose il professore, - ho visto anche che Bardelli vorrebbe ch'io mettessi sull'avviso la Commissione. Ma non capisce la sconvenienza della sua domanda?... Appena uno scolaretto di ginnasio commetterebbe una goffaggine simile.

- Bardelli sarà goffo - obbiettò Diana - ma è senza dubbio leale e sincero. E si può giurare che quello ch'egli dice è la verità.

- Tanto peggio per lui. S'è stato un minchione, se invece di lavorare per ha lavorato pel suo competitore, impari ad esser più accorto per l'avvenire, aggiunga allo scorno del probabile fiasco il ridicolo di questi pettegolezzi e la confessione della sua dabbenaggine.

- Sicchè - riprese Diana il cui senso della giustizia si ribellava alle teorie di suo marito, - sicchè i giudici del concorso dovranno ignorare il plagio inverecondo commesso da Quinzani?

- In primo luogo - disse il professore - non è il caso di plagio. Può darsi che il Quinzani si sia valso d'idee suggeritegli e di notizie raccolte da Bardelli, o che per questo? Se di quelle idee, di quelle notizie Quinzani è riuscito a far un tutto organico, il merito è suo, e l'accusa non regge. La paternità d'un'idea? Ma un'idea è di tutti e di nessuno; un'idea è nell'aria; cento uomini possono coglierla a volo; essa appartiene soltanto a quello fra i cento che sa fecondarla. E poi Bardelli è padronissimo di rivolgersi alla Commissione; basta che non si sogni nemmeno ch'io mi ingerisca in questa faccenda.

- Te ne lavi le mani?

- Sfido io. Non entro mai in ciò che non mi tocca.

- I fautori di Quinzani non avranno di questi scrupoli.

- Avrebbero torto a non averne. Ma Quinzani ha più tatto; non sarà indiscreto co' suoi amici.

- È vero - notò Diana con amarezza. - Egli usa d'altre armi per vincere.

- Oh! - replicò, infastidito, Varedo. - Voi donne parlate per simpatie e antipatie. Bardelli t'è simpatico, e ha sempre ragione. Quinzani t'è antipatico, e ha sempre torto. Io sono più equanime. Vedo che hanno entrambi i loro pregi e i loro difetti, e son ben contento di non aver da pronunciarmi fra i due.

- Sì, sì, - soggiunse Diana - ma è triste assai che i furbi abbiano costantemente il sopravvento sui galantuomini, e non è men triste che non si possa mai far nulla per un uomo il quale si getterebbe nel fuoco per noi.

Alberto Varedo allargò le braccia. - Bardelli è l'artefice delle sue disgrazie. Gli manca il senso pratico della vita, e io non sono in grado di darglielo... Ma con queste chiacchiere il tempo passa, e io per le dieci sono aspettato.

Diana capì ch'era inutile trattenerlo, ch'era inutile prolungare il colloquio. Ell'era forzata a riconoscere che in molte cose Alberto aveva ragione, che Bardelli si rovinava da e che gli uffici ch'egli sollecitava in suo favore non erano facili a compiersi; tuttavia ella sentiva come la vantata equanimità di suo marito non fosse che una maschera accomodata sul proprio egoismo. Egli sapeva ben transigere con la sua rigidezza quando si trattava degli affari suoi, sapeva ben trovar gli argomenti che servono ad allargar le maglie elastiche del dovere. Quelli ch'egli ignorava, quelli che avrebbe sempre ignorati erano gli slanci generosi che ci fanno intuire anche nei nostri rapporti coi terzi una giustizia superiore alla giustizia convenzionale del mondo, e c'inspirano i sacrifici, e c'incoraggiano a sfidare, in nome d'un nobile scopo, le censure dei formalisti.

- Non vuoi vedere che cosa ci sia nel pacco misterioso? - ella chiese ad Alberto, riprendendo dalle mani di lui la lettera di Bardelli.

- Vediamo pure, ma subito - diss'egli. E franse i suggelli e tagliò col temperino i lacci che chiudevano il pacco.

Indi apparve, in mezzo al cotone, una bambola coi capelli biondi, col viso bianco e roseo, con gli occhi ceruli moventisi in atto sentimentale.

- E ha un meccanismo nella pancia - notò Varedo. - Aspetta.

Premette una molla, e la bambola rispose: - Mamma! Papà!

- Oh, come sarà contenta la bimba! - esclamò Diana. E cercava sempre un indizio del donatore, quando, sotto il nastro di seta rosa che cingeva la vita della pupattola, scoprì un cartoncino su cui era scritto in una calligrafia a lei notissima: Auguri a Bebè dallo zio Gustavo.

Le pupille di Diana si velarono di lacrime. - Povero zio! - ella sospirò. - Si ricorda della sua nipotina.

Il professore senza far motto riadagiò la bambola sul suo letto di cotone. Poi domandò ironicamente: - La sposa non la sposa la sua vedova?

Egli alludeva all'Adelaide Nocera il cui marito era morto da un mese.

Diana si oscurò in viso. - Credo che la sposerà dopo passato l'anno di lutto. E sposandola farà il suo dovere, come dite voi altri.

- O piuttosto espierà i suoi peccati - borbottò Alberto Varedo. - Addio, addio. Arrivederci.

- Per le sett'e mezzo, mi raccomando.

- A meno di casi imprevisti ci sarò... E, a proposito, credo che porterò anch'io un commensale.

- Chi?

- Il collega Zonnini.... che conosci.

- Ci starà a fatica, e s'annoierà coi Feana.

- Oh in quanto a starci, magro com'è, occupa poco posto; e pel rimanente non ti confondere. I Feana, per una volta tanto, possono esser tipi divertenti.

Appena sola, Diana riprese in mano la bambola dello zio Gustavo e stette in forse se tenerla in serbo per un altr'anno. Era ancora così piccina, Bebè.

Ma no, no; ella non aveva il diritto di far questo. Sarebbe stata usare uno sgarbo allo zio.

Di nuovo i suoi occhi s'inumidirono. Ella provava una tenerezza grande per quello zio, che senza sua colpa, s'era alienato da lei, provava un desiderio acuto di riveder il suo viso aperto e gioviale, di sentir la sua voce, di sedergli sulle ginocchia come quand'era fanciulla... Sicuro che i suoi difetti egli li aveva, sicuro che non era da lodarsi quella sua relazione con una donna maritata... Ma era buono e leale.... così premuroso verso la sorella, così tenace ne' suoi affetti... Ecco, adesso che l'Adelaide era rimasta vedova egli la sposava. Fortunata Adelaide!... Anche oggi, come circa tre anni addietro sulla terrazza del Lido, ma con assai minore acrimonia, Diana pensava a queste donne che traversano la vita col sorriso sul labbro, infedeli spesso agli amanti, fedeli sempre all'amore, a queste donne che la morale austera condanna e che pure hanno in qualche cosa che le fa compatire ed assolvere. E la vinceva una curiosità femminile d'imparare, non certo per usarne, il loro segreto, di penetrare nelle loro anime, di farsi un'idea esatta dei loro sentimenti, delle loro gioie, dei loro dolori. Chi sa, un giorno, quando l'Adelaide fosse diventata la signora Aldini e lo zio Gustavo si fosse riconciliato con Varedo e con lei, chi sa? Fors'ella avrebbe potuto, a momento opportuno, tirare in disparte la sua novella zia e dirle: - Spiegami un po'....

Diana si strinse nelle spalle. Che idee bislacche le frullavano in capo? E che stava ella ad annaspar nebbia nello studio di suo marito, mentre all'altro angolo dell'appartamento Bebè (se ne udiva benissimo la voce) si sgolava a chiamar mamma, mamma, e faceva disperare l'Irene?

In fondo, Bebè non aveva torto. Perchè sua mamma la trascurava nel giorno della sua festa?

Per calmarla, Diana andò da lei coi dolci e la bambola e parve un momento che gli umori della bisbetica fanciulla si rasserenassero. Ma fu un breve intervallo fra due tempeste. Nella persuasione fallace che la puppattola dovesse amare le chicche, Bebè le fregò sul viso uno dei cioccolattini che si trovavano nella scatola di Bardelli, e quando la madre saggia, per evitare maggiori disgrazie, portò via scatola e bambola, Bebè, offesa nei suoi diritti di proprietaria, si rotolò rabbiosamente per terra. In seguito di che, la regina della festa fu messa in castigo fin dopo colazione.

 

 

 


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