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XIV.
Nel pomeriggio, la bimba si mansuefece alquanto, e potè figurare con onore davanti ai Feana, venuti a portare i loro auguri e a ringraziar Diana dell'invito a pranzo. Venivano in pompa magna, marito, moglie e cognata sofferente, e oltre agli auguri, portavano fiori in quantità acquistati dallo stesso signor Giacinto in Piazza di Spagna. Ma la dimostrazione più lusinghiera era quella di aver uniformato il vestito all'esigenze della lieta solennità. Non solo il Feana aveva levato dal soprabito il velo ch'era documento del suo mite cordoglio; non solo la signora Amalia indossava un vestito con sbuffi rossi alle maniche e tre falde di gale; ma persino la sofferente rompeva il rigore delle sue gramaglie vedovili con una blouse di color cenere chiaro che la faceva parere ancor più grassa del solito e dava maggior risalto alle sue mobili rotondità.
La sorella e il cognato, vedendola ansare, manifestavano ciascuno a modo suo, la loro amorosa sollecitudine.
- Ecco, - diceva, con un po' di rabbietta repressa, la signora Amalia, - ecco, non mi hai voluto ascoltare. Ti predicavo d'andare adagio per le scale.
Ma il signor Giacinto, tutto latte e miele, posava una mano sulla spalla della diletta congiunta. - Sta tranquilla, cara, non parlare.
- Desidera un bicchier d'acqua? - offerse Diana.
La signora Daria protestò, prima con la mano, poi con la voce. - No, grazie, signora Varedo, non ho bisogno di nulla.
E rivolgendosi ai Feana soggiunse: - Dio, che casi fate!
Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle ginocchia, la coperse di baci.
Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili nelle guance piene, nel collo carnoso della sofferente.
Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè? - diceva la signora. - Come mi chiamo?
- Signoa Aia - rispose l'interrogata.
Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero, dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio, eccetera, eccetera.
Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli.
Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche giorno marinava l'ufficio... Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i minuti contati.
Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir l'esempio de' suoi tutori.
- Loro poi non devono aver questa fretta - disse Diana alle due sorelle. - Non vanno mica all'ufficio, loro...
- Eh, cara signora - replicò la Feana - tre figliuoli maschi son peggio dell'ufficio.
E soggiunse che aveva il bucato da rattoppare. - Quei ragazzi sciupano tutto. Proprio mi dispiace, ma devo scendere...
- Resti lei almeno, lei che non ha figliuoli, - insistè Diana verso la signora Daria, i cui movimenti erano ancora nella fase preparatoria, come di nave che sta per levar l'áncora.... Passi la giornata qui... Usciremo più tardi in carrozza con Bebè.
Così fu deciso, dopo una serie di negoziazioni coi coniugi Feana... Pur che la Daria si coprisse bene. Aveva tanta facilità d'infreddarsi.
- Ma non è vero.... Non mi raffreddo niente più degli altri....
- Se non avessimo giudizio noi! - interpose la signora Amalia in tuono di protezione. - Basta, ti manderemo uno scialle.
- Degli scialli ne ho io in abbondanza - assicurò Diana. - Non abbia paura, signora Amalia, usciremo coperte in modo da poter andare in Siberia.
- E adesso fa un caldo da aprile avanzato - disse la vedova.
- Non è da fidarsene. Ci son tanti sbalzi di temperatura in questa Roma - notò gravemente il signor Giacinto. Sbirciò l'orologio e soggiunse con galanteria: - Diamine, diamine.... Da lei signora Varedo, il tempo vola... Bisogna proprio ch'io dia una capatina in ufficio... Vieni, Amalia?
- Arrivederci a ora di pranzo.
Libera dall'incubo dei parenti, la signora Daria s'abbandonò a uno dei suoi soliti sfoghi. Non ne poteva più. Assolutamente non ne poteva più... Quel voler farla passar per malata era una cosa che le urtava i nervi fuor di misura.
E per mostrar ch'era sana, e che la sua corpulenza non le inceppava troppo i movimenti, si mise a giuocar con Bebè. Se la palleggiava sulle ginocchia, la prendeva sulle spalle, la rincorreva, si accovacciava per terra con lei. E in verità, benchè soffiasse come un mantice, e le balene del busto le facessero crac, crac e un rossore intenso le salisse alla faccia, ell'era assai più agile e svelta che non si sarebbe creduto.
Bebè andava in estasi. - Signoa Aia, signoa Aia!
- Badi - ammoniva Diana ridendo. - Non dia troppo libertà a madamigella, che se sapesse quanti capricci ha fatto questa mattina.
- Oh, lasci fare. In quell'età lì anche i capricci sono graziosi... Io, io ho tre nipoti grandi e grossi che sono tre furie scatenate... C'è il maggiore specialmente, tra i quattordici e i quindici anni, che non so che cosa gli frulli... mi mette sempre le mani addosso.... da per tutto.... e fossero di queste manine morbide e delicate!
Bebè si divertiva tanto che ci volle del bello e del buono a persuaderla che si lasciasse portar in camera dall'Irene per farvi la sua toilette da passeggio. Non si chetò che quando le dissero che s'era docile, ragionevole, la signora Daria sarebbe venuta anche lei in carrozza; se no tornava a casa subito.
D'ordinario, Diana si serviva modestamente del primo fiacre capitato; oggi ell'aveva preso un landau di rimessa.
La carrozza fece un lungo giro. Traversò la Piazza del Panteon, la Piazza della Minerva, tagliò il Corso Vittorio Emanuele, salì al Campidoglio, scese al Foro romano, costeggiò il Colosseo. Un bel sole primaverile splendeva sulle rovine, rievocava la vita in quel mondo defunto. Fra le colonne infrante, sotto gli archi vetusti passavano i grandi fantasimi; scintillavano le corazze, gli elmi, l'aste, gli scudi; si agitavano i brandelli dei vessilli gloriosi provati dall'ingiurie di tutti i climi; uomini, donne, fanciulli, patrizi e plebei, fremendo nell'ansie dell'attesa, irrompevano nel Circo; i campioni della prossima lotta esercitavano in giochi atletici le membra poderose, mentre forse li assaliva un ricordo delle native selve germaniche, e la pupilla si velava al pensiero dell'infanzia lontana, della morte imminente.
Ahi, ma ben presto Diana s'accorse che per lei sola si movevano questi fantasmi, che a lei sola parlavano queste voci. Bebè aveva posato la sua testina sulla spalla dell'Irene e dormiva; e la signora Daria guardava distratta di qua e di là, dondolando il capo sonnolento, e scuotendosi solo quando si incontrava per la via qualche carrozza di forestieri. Allora quelle foggie strane, quei tipi esotici, quelle pronuncie gutturali, sibilanti le suggerivano sempre la stessa osservazione profonda: - C'è di tutto in questa Roma. Una vera Babele. - Ella poi confessava candidamente che sebbene ci vivesse da oltre un anno non ci si era ancora potuta assuefare, e sospirava Torino dov'era nata o Milano dov'era andata a stabilirsi con suo marito. Una gran città Milano; molto meno cara di Roma, anche pel prezzo dei viveri e degli alloggi... Non conosceva Venezia... assai bella la dicevano.... ma una città in cui non c'eran carrozze e cavalli non faceva per lei.
La Varedo diede un ordine al cocchiere che rimontò per San Pietro in Vincoli, traversò Via Cavour e per Via dei Serpenti e Via della Consulta si diresse alla Piazza del Quirinale ove un gruppo di curiosi oziava dinanzi alla reggia. La fisonomia smorta della signora Daria si animò tutta.
- Niente di più probabile - disse il cocchiere voltandosi da cassetto. - Spesso la Regina va a passeggio in quest'ora.
L'Irene sgranò gli occhi, e Bebè che s'era svegliata volle seder tra la signora Daria e la mamma.
- Fermiamoci un minuto lì - disse Diana additando la balaustrata di marmo di dove si vede così bene San Pietro.
Ma non occorse fermarsi troppo; chè proprio in quel punto si notò un certo movimento nel vestibolo del Palazzo, una vittoria con le livree rosse sboccò dal portone, la sentinella presentò l'arma, i cappelli si agitarono, la bionda regina chinò, risalutando, il capo gentile, slanciò uno sguardo fuggitivo alla cupola della basilica vaticana e scambiò una parola con l'unica dama che l'accompagnava. La carrozza infilò la Via del Quirinale e disparve; solo per qualche secondo si intese ancora lo scalpitìo dei cavalli rattenuti nella ripida discesa.
Bebè, ritta sul sedile, gridò: - La egina!
- O che la conosce? - esclamò, maravigliata, la signora Daria.
- Conosce le livree rosse. Ogni volta che le vede dice: - La regina.
- Che bella combinazione è stata! - soggiunse la sofferente. - Peccato che non fosse che un lampo.
- Già sarebbe stata sempre la medesima cosa - rispose Diana, sorridendo. E ordinò al cocchiere: - Andiamo al Pincio adesso.
- Per il Corso?
- No, è meglio andarci per Via Sistina. Si fa più presto.
- Lei è pratica delle strade di Roma assai più di me - osservò la signora Daria.
La bella giornata primaverile aveva attirato al Pincio sull'ora del tramonto una quantità di pedoni e d'equipaggi signorili e di vetture da nolo; era un brusìo allegro di voci, era una festa di luce, una fantasmagoria di colori, in quello sfoggio di vesti chiare, in quel chiudersi e aprirsi degli ombrellini di seta spiccanti sul doppio fondo del cielo azzurro e della verde spalliera degli aloe e dei cactus; era un fremito di vita nel ronzìo degli insetti e nelle fragranze dell'aria.
- La egina! - gridò nuovamente Bebè, battendo palma a palma.
- Dove? Dove? - E la signora Daria tese il collo come fanno i colombi quando vanno in cerca d'esca.
Ma non era la regina. Era, a cassetto d'uno stage a quattro cavalli, una giovinetta bellissima, avvolta in un gran mantello scarlatto, una forestiera, forse un inglese.
- Oh scioccherella! - disse Diana. - Ti basta veder del rosso per credere che sia la regina.
Bebè però ripeteva ostinatamente: - La egina! La egina!
Diana la prese sulle ginocchia e le disse: - Guarda laggiù com'è bello!
Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario. Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli altri ammirassero almeno la splendida veduta.
- Ma guarda. Bebè... Ma guardi, signora Daria... Anche tu, Irene... Guarda com'è bello!
La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti.
Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per celia, credeva d'averla trovata. - La egina!
Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio al giorno che moriva.
- La mantellina di Bebè - gridò Diana scotendosi di soprassalto. - Anche lei, signora Daria, si copra bene.
- Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia d'Egitto - replicò la sofferente.
- Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato - soggiunse Diana.
La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano stornare da lei.
- A casa per la più corta - ordinò la Varedo.
Un po' perchè i cavalli erano stanchi, un po' perchè le strade erano affollate, non si giunse a destinazione che cinque minuti prima delle sette e mezzo. I Feana avevano anticipato, e la cameriera li aveva fatti accomodare in salotto; Miss Olivia arrivò subito dopo, seguita a brevissimo intervallo dal professore e dall'onorevole Zonnini.
- A tavola, a tavola! - disse Alberto a sua moglie. - Zonnini ed io abbiamo fame.
L'onorevole protestò contro questo abuso del suo nome, e s'affrettò a chieder dove fosse Bebè alla quale, come regina della festa, egli desiderava presentare i suoi omaggi.
- Ah! - rispose Diana. - Bebè farà la sua comparsa soltanto all'ora del dolce.
A tavola Zonnini fu invitato a sedere tra la padrona di casa e la signora Daria. Varedo prese posto fra le due sorelle. Giacinto Feana, ch'era alla sinistra di Diana e alla destra di Miss Olivia, allungava il collo per sorvegliar sua cognata, mentre lo stesso ufficio di vigilanza sospettosa esercitava dall'altra parte la signora Amalia. Quell'ignoto signor Zonnini accanto alla rispettiva cognata e sorella minacciava di turbar la digestione dei coniugi. Se fosse stato maritato, pazienza, ma l'uomo era capacissimo d'esser scapolo. E la Daria con tutto il suo grasso, aveva una facilità10 a prender fuoco! Ecco che già faceva la ruota come un tacchino in fregola.
L'onorevole Zonnini era stato ammonito da Varedo. - Bada di lasciar tranquilla una vedova che troverai a casa mia e ch'è custodita come un tesoro prezioso dai suoi parenti.
- Avrà quarant'anni, e peserà cento chili.
Messo poi a fianco di quel macchinone ansante e sbuffante, Zonnini aveva di nuovo rassicurato con uno sguardo l'amico Varedo. Ma ora, tra per gli occhiacci che i Feana gli piantavano addosso, tra per certe smorfie della signora Daria, egli cedeva alla tentazione di fare, così per ridere, un po' di corte alla vedova. Era una corte discreta, riguardosa, da persona educata che non voleva trascurare i propri doveri verso la padrona di casa che gli sedeva a destra, nè tralasciar d'interloquire nelle quistioni sollevate da Miss Harrison.
Miss Harrison era in quel giorno estremamente battagliera e aggressiva. Certi bizzarri progetti edilizi annunziati dalle gazzette avevano esasperato il suo malanimo contro i profanatori di Roma.
- Siete peggio dei Vandali - ella esclamava. Quelli almeno si contentavano di distruggere. Voi distruggete... e rifabbricate. Ov'erano cose belle d'una bellezza eterna, sacre all'arte e alla storia, voi avete edificato le vostre moli grottesche e disarmoniche; avete ucciso la poesia delle rovine e della solitudine per sostituirvi il frastuono d'una vita artificiale e infeconda.
I due onorevoli protestavano contro questi giudizi. Non si facevano paladini della nuova edilizia romana; tutt'altro; ma sostenevano il diritto che ha ciascuna generazione di adattare l'ambiente ai propri bisogni; l'Italia non aveva proclamato Roma a sua capitale unicamente per custodirvi le rovine e per mantenervi inviolato il silenzio, ma per riaprirla a tutte le correnti del pensiero moderno, ma per farne una vera e rispettata metropoli del mondo civile.
La ruskiniana Miss Olivia si strinse nelle spalle. - È poi civile il nostro mondo?
- Miss Harrison stasera ama i paradossi - disse sorridendo Varedo. - Parla su per giù come il Papa.
- Il Papa! - gridò l'Inglese, punta sul vivo, e non riuscendo a spogliarsi, benchè fosse di spiriti larghissimi, de' suoi rancori di protestante. - Il Papa (spero che il mio linguaggio non offenda qui nessuno) è la piaga sempre aperta d'Italia... oh non c'è pericolo ch'io vada d'accordo col Papa... Ero una giovinetta alla caduta del poter temporale, e ricordo la gioia che provai quando il telegrafo ne portò la notizia. Non ne avrei avuta di più per una gran vittoria delle nostre armi... Amavo, adoravo l'Italia, che non avevo ancor vista, ma di cui conoscevo già un poco la lingua e di cui, fanciulla, avevo seguito con ansietà le vicende dal 1859 in poi... Saperla ora compiuta con Roma per capitale mi pareva l'avverarsi d'un magnifico sogno... E quanti eravamo, in Inghilterra, uomini e donne, abbiamo salutato l'avvenimento come uno de' più fausti della storia... Non c'era miracolo che non ci aspettassimo da voi. E certo siete diventati una nazione rispettabile; avete navi, soldati, strade di ferro, vapori, telegrafi; ma dove sono le alte idealità che voi, Italiani, avreste dovuto bandire, dove la rinnovazione morale che Roma avrebbe dovuto iniziare nel mondo?
Questa benedetta rinnovazione morale era stata per tanto tempo il tema favorito di Alberto Varedo che Diana non dubitava di sentir suo marito far eco alle parole di Miss Olivia.
Ma Alberto aveva la gravità ed il riserbo dell'uomo ch'è presso ad abbrancare il potere, nè voleva compromettersi con troppo esplicite dichiarazioni, almeno fin che non avesse afferrato bene il concetto della sua focosa interlocutrice.
Miss Olivia ripigliò: - Per esempio nella questione religiosa chi vi capisce? Ora ostentate la maggiore indifferenza, fate quasi professione d'ateismo; ora amoreggiate con la Chiesa; quando pure non facciate tutt'e due le cose in una volta, come certi mangiapreti che mettono i figliuoli in educazione dai Gesuiti o dalle Dame del Sacro Cuore.
Ahi, l'Inglese aveva toccato un cattivo tasto, perchè appunto l'onorevole San Giustino, il futuro Presidente del Consiglio, aveva due ragazze alle Mantellate a Firenze, e perchè nel programma dell'opposizione a cui appartenevano Varedo e Zonnini c'era una politica conciliativa verso i cattolici. Il Gabinetto che si stava per buttar giù aveva radicaleggiato in materia ecclesiastica; era quindi naturale che gli avversari, convinti o no, assumessero un atteggiamento affatto contrario. Anzi Zonnini, dopo un discorsetto un po' mistico pronunziato alla Camera, s'era guadagnato il nomignolo di specialista pel sentimento religioso. E poichè egli stesso, antico volterriano, aveva bisogno di rafforzarsi nelle sue nuove opinioni, non gli dispiaceva di far di tratto in tratto qualche prova che lo rinfrancasse nella sua parte.
- Argomenti delicati, cara Miss Harrison - egli disse posando la forchetta, - argomenti delicati. Che si affoghi negl'interessi materiali, in Italia e altrove, non ci sarà chi lo neghi.
Miss Olivia fece un segno d'assenso.
- Squisiti questi tordi - esclamò con un grido involontario dell'anima Giacinto Feana, ch'era un mangiatore coscienzioso e non si lasciava distrarre da questioni estranee alla tavola.
- Ma ne prenda ancora - insistè Varedo il quale, dal canto suo, avrebbe desiderato troncare la discussione.
- Dunque in questo siamo d'accordo - continuò Zonnini rivolgendosi a Miss Harrison. - E saremo d'accordo anche in un altro punto: che la prevalenza degl'interessi materiali non può esser vinta, se non dalla persuasione che la vita ben lungi dall'esser fine a sè stessa si compie in luoghi o in modi che noi ignoriamo, ma con un senso di giustizia atto a correggere le disuguaglianze del mondo. Tutto si riduce lì, cara signora. Ripæ ulterioris amor, come dice il poeta. Amore del di là.
- Naturalmente - replicò Miss Olivia troppo buona anglosassone da non aver un fondo di fede. - Ma il cattolicismo, che s'impernia intorno alla Chiesa di Roma comprime, atrofizza, non risveglia, questo sentimento elevato.
- Piano, piano. È necessario distinguere - ribattè l'onorevole Zonnini; ma Varedo fu pronto ad interloquire.
- Lo so, il nostro risorgimento nazionale avrebbe dovuto essere integrato da una riforma religiosa. Il male si è che le riforme religiose non si fanno che dai popoli credenti, e noi crediamo troppo poco. Siamo simili a chi abbia sul focolare domestico un mucchio di ceneri calde. Soffiandovi dentro sul posto si può forse sprigionarne ancora qualche scintilla; portando le ceneri altrove si ha la sicurezza di non trovar che della brace spenta.
- Sì, sì - disse Diana che fino allora aveva taciuto. - Ma per me l'essenziale è la sincerità. Siete sinceri voi altri col vostro sentimento religioso? O non ubbidite soltanto a ragioni d'opportunità11 politica?
Varedo si accingeva a rispondere allorchè un incidente puerile pose fine alla giostra oratoria. La signora Daria, la quale aveva un'ammirazione schietta e profonda per le cose che non capiva ed era rimasta a bocca aperta durante le varie fasi dell'interessante conversazione, lasciò scivolare per terra il tovagliolo e fece l'atto di chinarsi per raccoglierlo. Ma Zonnini prevenendola con un movimento rapido era già sotto la tavola quand'ella stava piegando a fatica la gran mole inerte, e ricomparve tosto alla superficie col lino prezioso. Senonchè, in quel tramestìo, i capelli dell'onorevole sfiorarono la guancia sinistra della vedova il cui volto si colorò intensamente al fuggitivo contatto.
Non ci volle più di così perchè i Feana concepissero chi sa quali atroci sospetti, che, al solito, presero la forma di amorosa ansietà per la rispettiva sorella e cognata.
- Daria, o Daria - gridarono a una voce il signor Giacinto e la signora Amalia, - cos'hai? Ti senti male?
- Ma non ho niente... Ma non era che un tovagliolo caduto per terra.
- Già, ma basta qualunque inezia a farti venir i tuoi vapori... Se tu vedessi come sei rossa...
- Desiderano che si apra un momento la finestra? - suggerì la padrona di casa.
- Oh, non occorre - rispose la signora Amalia. - Forse il meglio sarebbe che mia sorella mutasse posto.
Il signor Giacinto, alzando gli occhi dal piatto, slanciò uno sguardo severo a sua moglie che, per eccesso di zelo, comprometteva la causa comune.
- Che mutar posto d'Egitto? - protestò la sofferente con inusata energia. - -O che non è lo stesso?... Io sto benissimo dove sono.
E quasi per invocar protezione la florida signora si strinse di più al suo vicino.
In quella entrò la cameriera col dolce.
Ma avendole la Lisa sussurrato piano qualche parola, ella scattò dalla seggiola, e disse: - Scusino un momento... Torno subito... Ti prego, Alberto, fa che tutti si servano.
E uscì rapidamente dalla stanza.
- O che cos'è accaduto? - domandò Varedo alla cameriera.
Questa rispose che la bimba aveva avuto un disturbo di stomaco.
- Avrà mangiato troppe di quelle chicche giunte da Torino - osservò il professore stringendosi nelle spalle.
La Lisa accennò di no col capo. La scatola era stata messa sotto chiave dalla signora fin dalla mattina.
- In carrozza era di buonissimo umore - assicurò la sofferente.
E colse l'occasione per dire dell'incontro con Sua Maestà in Piazza del Quirinale, e del grido di Bebè: La egina!
- Ha il discernimento d'una persona grande - sentenziò la signora Daria.
- O piuttosto che non abbia preso freddo? - insinuò Miss Olivia.
- Nemmen per sogno - ribattè la signora Daria che tra per la sua corpulenza, tra pei vapori del vino, era incapace di concepire la sensazione del freddo in sè e negli altri. - Eravamo così coperte.
La conversazione procedeva lenta, slegata, in attesa di Diana che non tornava. Varedo frattanto faceva passare in giro il dolce, il formaggio e le frutta.
Il pranzo era quasi finito quando Diana comparve turbata in viso, recando l'annunzio che Bebè aveva la febbre. Le aveva messo il termometro, ed era salito a 39 gradi e 6 linee. Bisognava chiamare il medico quella sera stessa. - Andrai tu, Alberto?
- Sì, sì, andrò. Ma non esageriamo. Sarà una effimera, come quest'inverno a Venezia.
- Non era un'effimera neanche quella - replicò Diana. - Tu non c'eri, tu non sai... Sono state due febbrette reumatiche... assai più leggere però, con una temperatura massima di 38 gradi.
- Benedetti termometri!... Saranno una bella invenzione... - borbottò il professore.
- In quanto a me - disse la signora Amalia - li ho banditi da un pezzo. - Già non vanno mai bene.
- Quest'è vero - soggiunse Zonnini. - Mi raccontava Gastaldi, il celebre medico, che qualche anno fa, nella sua clinica, per parecchi giorni, si notò una strana esacerbazione febbrile in tutti i malati. Bastò cambiare i termometri perchè ogni cosa rientrasse nello stato normale.
Diana ascoltava appena. S'era rimessa a sedere al suo posto, ma non aveva voluto prender più nulla, nemmeno il caffè. Il suo cuore era di là, i suoi occhi si voltavano ogni tanto dalla parte dell'uscio.
E indi a poco ella si alzò, dicendo a bocca stretta: - Se desiderano restare accomodati in salotto...
Miss Harrison le bisbigliò all'orecchio: - Se non le dispiace, vado dalla piccina... Me ne intendo io di febbre...
Diana fece un segno d'assenso e le strinse la mano con gratitudine. - Or ora vengo.
Molto opportunamente, i Feana pensarono di andarsene. Già, per le 9,1/2, il signor Giacinto aveva a casa uno de' suoi due scolari di francese.
Uno, due, tre, anche la signora Daria fu in piedi; ma sia che non trovasse subito il suo equilibrio, sia che il farsi reggere avesse qualche attrattiva speciale per lei, ella si appoggiò con tutto quanto il suo peso al braccio di Zonnini.
- Le gira il capo? - egli le domandò con premura.
- Oh... passerà...
E la sofferente soggiunse con aria sentimentale: - Che brutto contrattempo questo della bimba!... Era una serata così gradevole, in così buona compagnia!... Sarei rimasta fino a domattina! Pazienza!... Adesso conviene disporsi a far questa scala.
- Per la scala l'accompagno io, se non ha nulla in contrario.
- Si figuri!... Troppo gentile...
Ma il signor Giacinto, stimolato dalla moglie, fu pronto alla riscossa.
- Prego, signor commendatore - (veramente Zonnini non era che cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro) - prego... non si disturbi... Tocca a me...
- Le pare?...
- È il mio dovere - insisteva Feana, sempre col braccio in arco. - Noi scendiamo naturalmente.
La nobile gara sarebbe durata a lungo senza il provvido intervento di Alberto Varedo, infastidito delle sciocche galanterie di Zonnini.
- Se resti mi fai un favore - egli disse al collega. - Ho bisogno di te.
La bella contrastata trasse un profondo sospiro dal petto. - Buona sera, signor Zonnini... E grazie della sua cortesia.
Si staccò dall'onorevole e concesse il dolce pondo della sua persona al cognato.
Accomiatatisi gli ospiti a eccezione di Zonnini, Diana sollecitò nuovamente suo marito: - Ti raccomando, non indugiar più oltre... Va e torna col medico... Ma se vuoi prima vederla...
- Sì, sì. Eccomi.... Zonnini avrà la cortesia di aspettarmi qui... Usciremo insieme.
Dopo cinque minuti, i due deputati scendevano le scale, chiacchierando.
- Ha realmente la febbre - diceva Alberto Varedo. - Ma non mi par cosa grave.... Bastava chiamare il medico domattina... A ogni modo servirà a tranquillare mia moglie, che per solito è una donna calma, ma quando si tratta della sua figliuola...
- Eh, le mamme son tutti eguali - notò Zonnini. - A proposito, avevi bisogno di me?
- Era un pretesto - rispose Varedo con una spallucciata. - T'avevo tanto raccomandato di lasciar in pace quella vedova!
- Ah, era per lei! - esclamò l'altro ridendo. - Io mi ci diverto un mondo.
- Sì, e i Feana eran verdi della bile.
- Appunto... Quest'era il più comico.
- Sarai eternamente un fanciullo.