Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

XV. La fuga.

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XV.

 

La fuga.

 

I Feana uscirono sul pianerottolo per scambiar gli ultimi saluti coi Varedo che stavan per partire.

- Ma è una fuga - disse il signor Giacinto.

- Si figuri ch'è proprio una fuga - assentì l'onorevole. - Diana s'è cacciata in capo l'idea che Bebè non possa rimettersi se non a Torino, e tant'è, la riaccompagno a Torino.

Diana con gli occhi fissi sulla sua bambina che era in collo all'Irene beveva avidamente le parole incoraggianti della signora Amalia e della sorella.

- Non è vero che abbia l'aria così patita... Oh Dio, ha avuto tre o quattro febbri piuttosto forti, ed è naturale che sia rimasta un po' fiacca... Ma vedrà come rifiorisce presto.

- Cara... e sorride anche - diceva la sofferente. - Chi sono io?... Non ti ricordi della signora Aia?

Certo che Bebè se ne ricordava, ma i suoi trasporti per la signora Aia erano molto diminuiti. Non lei aveva visto al suo letto durante la breve malattia, bensì Miss Olivia che con la mano le faceva le ombre sul muro, che le raccontava tante belle storie, che le cullava i sonni con una sua dolce canzone. Bebè ignorava quanto la signora Aia, poveretta, si fosse crucciata di non poter venire ad assisterla, impeditane dai parenti i quali temevano ch'ella si incontrasse col pericoloso Zonnini.

Comunque sia, la bimba girava inquieta lo sguardo in cerca di Miss Olivia e finì col balbettare il nome della sua nuova amica.

- La troveremo alla stazione Miss Olivia - disse la madre. - È che ci aspetta.

Gli addii s'intrecciavano.

- Buon viaggio.

- Grazie... Diano loro notizie.

- Non mancheremo... E anche lei, signora Varedo, c'informi della salute di Bebè... Buondì, Bebè.... Ancora un bacio.

- Su Bebè, un bacio a quella signora....

- Buon viaggio... E torni, torni fra poco, signora Varedo.... Per noi sarà sempre un onore il mettere a sua disposizione il quartiere... Anche se avessimo altri inquilini, faremmo in modo da liberarcene.

- Arrivederci, arrivederci - continuavano i Feana.

- Arrivederci - rispondeva il professore.

Ma Diana non diceva che - Addio.

Ell'aveva paura di Roma; la teneva responsabile della malattia di Bebè, la incolpava d'aver, col suo fascino, distolto lei da' suoi uffici materni, d'aver reso meno assidue, men le cure di cui, sino allora, ell'aveva circondato la sua creaturina.

Il signor Giacinto scese le scale, ajutò i Varedo a montar in carrozza. Avrebbe voluto accompagnarli alla stazione, ma aveva due impegni prima d'andar in ufficio, e se tardava troppo, apriti cielo! I superiori quando si trattava di lui, avevano sempre l'orario alla mano. Bella libertà che si gode in Italia!

- Auff! - fece Diana, quando la carrozza si mosse. Le pareva mill'anni d'essere in treno.

E chinatasi sulla bimba le rassettò la mantellina sulle spalle.

- Non avrà mica freddo?

L'Irene protestò energicamente. - O signora, come vuol che abbia freddo? Ha il vestito pesante.

Povera Bebè! Ci nuotava dentro quel vestito, tant'era divenuta sottile dopo pochi giorni di febbre.

Diana se l'era presa sulle ginocchia, ne lisciava i capelli, ne cercava sotto l'inviluppo dei lini le gambine stecchite, la palpava da ogni parte; e un'espressione di pena, d'angoscia si dipingeva sulla sua fisonomia.

Bebè piagnucolava, tendeva le braccia alla bambinaia.

- Lasciala all'Irene - disse Alberto a sua moglie. - E tu non ti crucciare così... Di qui a una settimana avrà ripigliato il suo solito aspetto.

- Dio lo voglia! - sospirò Diana.

In Piazza di Trevi la carrozza s'incrociò con un fiacre ove un signore solo leggeva un giornale. Era San Giustino.

- Ferma, ferma!

I due legni s'avvicinarono; i due uomini politici si strinsero la mano. San Giustino salutò cortesemente Diana.

- Ci abbandona?

- La bimba è stata poco bene e la riporto a Torino.

- Mia moglie - soggiunse Varedo - ha i vecchi pregiudizi contro l'aria di Roma.

- Non creda... - principiò San Giustino.

Ma i due cocchieri fecero segno che non era possibile rimaner fermi in quel piccolo spazio, e le vetture si rimisero in cammino, ciascuna dalla sua parte.

San Giustino gridò: - Buon viaggio.

E rivolgendosi in particolare ad Alberto: - Voi almeno tornate presto... Se non si batte il ferro fin ch'è caldo....

Mentre queste parole oscure si perdevano nel romore dell'acque scroscianti, l'Irene tirava fuori misteriosamente un soldo dalla tasca del vestito e lo slanciava lontano. Era uno scongiuro insegnatole da una bambinaia con cui aveva fatto amicizia. Chi parte da Roma procuri di passar davanti alla fontana di Trevi e di gettar, strada facendo, un soldo nell'acqua. Se il soldo va diritto nella vasca, quello che l'ha gettato a Roma ci torna; se no, no.

All'Irene lo scongiuro non riuscì. Forse perchè ell'aveva impacciati i movimenti da Bebè, il soldo andò a battere sopra una colonnina della balaustrata e rimbalzò sulla strada ove un monello si affrettò a raccattarlo.

- Ah! - fece l'Irene turbandosi in viso.

- Cosa c'è? - chiese Diana che non aveva capito nulla.

Il professore scrollò le spalle. - Sciocchezze!... L'Irene prende gli auspicî.

- Quali auspicî?... Parla chiaro.

Cedendo alle insistenze di sua moglie, Alberto dovette dar una spiegazione sommaria di quel pregiudizio popolare.

- L'ha gettato l'Irene il soldo? - domandò Diana ansiosamente. - L'ha gettato con le sue mani?

- Sfido io! Vuoi che sia stata Bebè?

Pentita d'aver messo così a nudo il proprio egoismo, Diana cercò di consolare la bambinaia.

- Non devi pensarci altro. Sono fanfaluche a cui la gente che ha un po' di sale in zucca non crede... Ci tornerai a Roma, ci tornerai con noi e con Bebè.

L'Irene si sforzava di sorridere, ma era manifesto ch'ella non riusciva a scacciare un triste presentimento.

E anche sul volto già malinconico di Diana si calava un'ombra più scura. Aveva ragione suo marito, erano sciocchezze; e nondimeno!... Quando si comincia ad almanaccarci su, è come un tarlo che lavora dentro... È vero; il pronostico si riferiva all'Irene, ma l'Irene aveva in collo Bebè... e Bebè era tanto pallida!... Per solito, in carrozza si divertiva; oggi i suoi occhi smorti giravano qua e indifferenti come se nessuna immagine ci si fermasse; e i suoi labbretti esangui si aprivano a fatica per qualche monosillabo.

Solo davanti alla stazione ella si rianimò. - Ivia - ella disse.

Miss Olivia era sul marciapiede, ad aspettare i Varedo. Teneva con la destra la sua seggiola a libro, teneva con la sinistra la scatola dei colori, ma consegnò le due cose a un fattorino perchè gliele custodisse, e aperse le braccia a Bebè che si protendeva verso di lei.

- O Bebè, darling.

- Una stoia - implorò la piccina, memore delle fiabe che Miss Olivia, con inesauribile fantasia, raccontava seduta al suo capezzale.

- Non si può adesso, cara. Un'altra volta.... Quando tornerai.

E Miss Olivia, palleggiava la bimba, leggera come una piuma.

Diana tentennò la testa. - Com'è magra, non è vero?

- Oh, ingrasserà.

- Almeno rifacesse un po' di colore.

- Lo rifà il colore. L'ha già rifatto... Non vede?

Fosse l'impressione fisica d'esser sollevata in aria, fosse il piacere d'esser con Miss Olivia, certo si è che Bebè aveva la fisonomia assai più animata di prima, e che un leggero incarnato s'era diffuso sulle sue guancie.

Sotto la tettoia ell'accondiscese a far qualche passo, retta per mano da Miss Olivia.

Diana guardava commossa quella zitellona lunga, angolosa, ribelle ai legami domestici, che pur trovava in fondo al suo cuore, per distrar Bebè, un tesoro di tenerezza.

- Che buona mamma sarebbe stata! - ella disse.

Ma l'Inglese che non rinunciava alle sue teorie si affrettò a protestare.

- Non creda... Non avrei avuto pazienza.

- Ne ha tanta coi bambini degli altri.

- È forse per questo, cara signora Varedo, è perchè i bambini degli altri non ci prendono che un ritaglio del nostro tempo, non assorbono che una piccola parte del nostro pensiero... Vengono, passano, lasciandoci alle nostre occupazioni, ai nostri sogni... I figliuoli propri, invece...

- Ah, quelli ci vogliono tutte intere - esclamò Diana con accento risoluto.

- Lo so, la famiglia non è che un egoismo raffinato e ampliato.

Miss Harrison non perdonava alla famiglia e alla maternità (a quest'ultima sopra tutto) d'esser le nemiche capitali di quel vigoroso affermarsi della personalità umana ch'era la pietra angolare della sua filosofia, e forse le sue parole tradivano anche il rammarico di veder sfuggirsi irrevocabilmente l'amica che per un istante ell'aveva sperato di convertire alle proprie idee.

Intanto Varedo aveva ottenuto dal capostazione uno scompartimento riservato e vi faceva metter la roba.

Quando tutto fu a posto, egli disse a sua moglie: - Se vuoi montare?

- Si parte?

- Manca qualche minuto, ma coi bambini è meglio non aspettar l'ultimo momento.

Allora successe la scena tragica. Bebè respingeva l'Irene, non dava retta alla sua mamma, voleva a ogni costo che Miss Olivia montasse in vettura anche lei.

Miss Harrison, esitante, stava per chiamare il conduttore. - Potrei scendere a Portonaccio...

Ma Varedo intervenne opportunamente. - No, Miss Olivia, sarebbe peggio... La si lusingherebbe per nulla.

Diana consentì nell'opinione del marito. - Sì, temo anch'io che sarebbe peggio.

L'inglese staccò dolcemente dal collo l'esili braccia che l'avvincevano, baciò ancora una volta Bebè, e la consegnò, strillante e dibattentesi invano, all'Irene.

Diana e Miss Olivia s'abbracciarono.

- Grazie, grazie - diceva Diana, durando fatica a frenare i singhiozzi. - E addio.

- Non addio - replicò Miss Harrison. - Arrivederci.

- Ebbene, sì, arrivederci - ripetè Diana con improvvisa energia. La sua avversione per Roma era ormai vinta da un altro pensiero; quello di distrugger coi fatti lo sgomento superstizioso che il fallito scongiuro dell'Irene le aveva messo in cuore.

- Così mi piace - soggiunse Miss Olivia.

- In vettura, signori, in vettura.

Alberto salì ultimo, dopo aver barattato due parole con un collega che partiva per la via di Bologna e aver preso tutti i giornali del mattino.

Indi a poco a poco il treno si mosse.

Affacciata allo sportello, Diana agitava il fazzoletto verso Miss Olivia che salutava con la mano. In fondo al vagone Bebè seguitava a chiamar disperatamente: - Ivia, Ivia!

Il treno, slanciato a tutto vapore, lasciava dietro di la città, lasciava a sinistra il Tevere affrettantesi alla foce, volgeva bruscamente al Nord, lungo la spiaggia tirrena. Ogni tanto la vista si apriva sul mare, d'un turchino intenso, qua e filettato di bianco, silenzioso, quasi deserto. Nelle insenature della costa pochi trabaccoli, poche barche peschereccie posavano accanto, parevano dormire, lievemente cullate dall'onda; qualche vapore passava lontano, segnando il cielo azzurro d'una striscia sottile di fumo.

- Guarda il mare, guarda le barche, guarda laggiù in fondo il vapore - dicevano a Bebè, tenendola ritta dietro il finestrino chiuso.

Ora Bebè non chiamava più Ivia; aveva capito ch'era inutile, ma la sua fisonomia s'era irrigidita in un'espressione triste, e di quando in quando due grosse lacrime colavano sulle sue gote smunte. Quelle lacrime mute su quel visino affilato di bimba facevano più pena a vederle che non avesse fatto la disperazione di prima.

Diana si struggeva. - Piange come una persona grande per un grande dolore. È uno strazio.

Alberto alzava gli occhi dai suoi giornali, dai suoi libri.

- Tu esageri sempre. Bebè è debole perch'è convalescente, e ha la lacrima facile perch'è debole... Ma in quell'età non ci son grandi dolori.

Una volta Varedo smise la sua lettura, e con insolita degnazione consentì ad occuparsi della piccina. A lui però riusciva meno che a Diana, meno che all'Irene e alla Lisa di spianarne la fronte, di richiamar sul labbro di lei il gaio cicaleccio infantile. Non che piangesse quando era sulle ginocchia paterne; la soggezione le asciugava il ciglio; stava quieta, con le manine in croce, senza parlare, senza rispondere.

Tuttavia, a vederlo intento sulla figliuola, Diana sentiva fondersi la barriera di ghiaccio che a poco a poco s'era levata fra lei e suo marito. Se avremo questo affetto, se avremo questa cura comune, ella pensava, non saremo interamente divisi.

Ora egli aveva deposto Bebè sul sedile, e la bimba, stanca forse dal lungo piangere, s'appisolava.

- Ecco, s'addormenta - disse la madre. E le stese uno scialletto sulle gambe, mentre le accomodava un guancialino sotto la testa.

- Dorme già - osservò l'Irene.

Varedo tirò fuori dalla valigia un numero della Nuova Antologia, non ancora tagliato, vi cercò una recensione del primo volume della sua opera e non avendola trovata chiuse con aria sprezzante il fascicolo: - Non c'è mai nulla in questa Rivista... Se vuoi darci un'occhiata?

- No - rispose Diana, - a leggere in ferrovia mi viene il dolor di capo.

Dopo una breve pausa soggiunse: - Ho scritto a Giraldi pregandolo d'esser domattina da noi prima di mezzogiorno.

- Per Bebè?

- Naturalmente.

- Non avrà nulla da ordinarle.

- Chi sa? A ogni modo, quanto più presto egli la vede tanto meglio è... Mi fido di lui più che di tutti i medici romani.

- Eppure il dottor Lenni che ha curato la bimba ha un'eccellente clientela.

- Sarà... Io non ero tranquilla.

- Sono idee preconcette... Del resto, non c'è che l'imbarazzo della scelta, e quando ci stabiliremo a Roma potremo prenderne un altro.

- Ci stabiliremo a Roma? - ella disse in un tuono dubitativo che rispondeva allo stato particolare della sua anima.

- Eh sì... Se entro al Governo...

- Abbiamo la casa a Torino ancora per due anni...

- È facile intendersi col proprietario.

- In due anni - notò Diana - il vostro Ministero, che non è nato, ha tempo di morire.

Varedo sorrise. - Speriamo che abbia la vita più lunga... E poi non mancherà il mezzo di aver la cattedra alla capitale... Non c'è rimedio, chi aspira a rappresentare una parte non ultima sulla scena politica, chi ha delle idee da far valere, una propaganda da esercitare dev'esser sempre sulla breccia, a Roma, dove s'agitano i grandi interessi della nazione...

- E dei deputati - si lasciò sfuggir di bocca Diana, quasi involontariamente.

- Appunto - disse Alberto, trovando nell'insinuazione di sua moglie un nuovo argomento in favore della sua tesi. - Non di tutti ma di molti deputati... E questi ci stanno sempre a Roma, siane sicura. Ragione di più perchè ci stiano anche gli altri, perchè all'azione malsana di quelli oppongano la propria, e non abbandonino i governanti, quali pur siano, in balìa dei cavalieri di industria.

- Purchè non avvenga - oppose Diana - che l'ambiente guasto corrompa i migliori. A esser in mezzo a colleghi che trafficano il voto, a giornalisti che vendono la loro opinione al maggior offerente, ad avventurieri che arricchiscono giocando alla borsa, c'è più probabilità di essere inzaccherati che di levare il fango agli altri.

- Con queste massime - ripigliò Varedo - ognuno resterebbe nella sua nicchia senza curarsi di nulla e di nessuno... È la glorificazione dell'egoismo.

Diana era di nuovo assorta nella bambina che s'era svegliata piagnucolando.

Il professore tornò ad immergersi nella lettura, fin che a poco a poco, rannicchiatosi in un angolo, s'addormentò per non destarsi che alla stazione di Pisa, al rumore d'una disputa scoppiata sotto la tettoia.

Era un collega, l'onorevole Vinciliati, che strepitava per avere un intero compartimento di prima classe a sua disposizione.

- Oh, oh - disse Varedo affacciandosi allo sportello. Per miracolo Vinciliati attacca lite col personale della ferrovia. È la sua specialità.... Abbiamo già avuto alla Camera tre o quattro domande a procedere contro di lui... che, naturalmente, si sono respinte.

- Bella giustizia! - borbottò Diana.

Ma Vinciliati che, urlando, correva lungo il treno, seguito dal capo conduttore e da un facchino con due valigie, nel passar davanti alla carrozza ove c'era Varedo, si quetò per incanto.

- Voi qui?... O che c'è un posto?

- Per esserci un posto, c'è - rispose Varedo. - Guardate voi... Siamo in quattro, compresa la bimba... Se volete?...

- Se non disturbo alla signora?... - chiese Vinciliati, toccandosi il cappello.

- S'accomodi - disse Diana a denti stretti.

Il deputato salì, e Varedo fece la presentazione.

- Mia moglie... L'onorevole Vinciliati.

- Domando perdono - riprese costui, poichè ebbe collocato alla meglio le valigie nella reticella.

- È un servizio abbominevole su queste ferrovie... Un materiale scarso, schifoso... un personale ineducato... Nessun riguardo... E sì che per quello che la deputazione ci rende si dovrebbe aver almeno il diritto di viaggiare coi propri agi.

- Se avevate l'intenzione di riposare o di lavorare sarà un affar serio - osservò Varedo accennando a Bebè che continuava la sua nenia.

Vinciliati si strinse nelle spalle.

- S'ero solo, avrei fatto un sonnellino fino a Genova... Mi fermo ... Ma poichè trovo un collega, preferisco discorrere.

I due uomini non appartenevano allo stesso partito; ma pel momento erano legati dall'odio comune contro il Ministero, ch'essi andavano a gara nel qualificare con gli aggettivi più vituperevoli. Per un deputato dell'opposizione il Ministero ch'è al potere è sempre il peggiore che ci sia mai stato.

- Non saremo noi che raccoglieremo l'eredità - diceva Vinciliati. - Sarete voi altri. E vi combatteremo. Ma almeno avremo da fare con avversari rispettabili.

- E credete pure che su molti punti potremo intenderci - soggiunse Varedo.

Vinciliati assentì. - L'essenziale è di disinfettar l'aria.

- Ah - pensava Diana silenziosa nel suo cantuccio. - Eccoli da capo con le loro disinfezioni.

Ella non aveva fede nei ventilatori. Aveva capito che, in politica, disinfettar l'aria significa soltanto cacciare dal Governo quelli che ci sono e prenderne il posto.

L'inquietudine di Bebè cresceva col procedere della giornata. A volte, ritta dietro il finestrino chiuso, mentre l'Irene la reggeva con un braccio e con la mano libera tamburinava i vetri, ella pareva distrarsi a guardar la campagna; ma si stancava subito e voleva andar in collo alla mamma, star seduta, o distesa; o diceva che aveva fame, e poi, disgustata, gettava via qualunque cosa le dessero, e ripigliava quel suo piagnucolìo di bimba sofferente che metteva tanta angoscia in cuore di Diana.

- Via, Bebè, sii buona... Sai che il papà va in collera. Lo vedi, il papà sta discorrendo con quel signore.

Così, in tuono dolce, carezzevole, Diana ammoniva la bimba.

Ed ella, la piccina, quasi per trovar la forza di ubbidire, balbettava: - Papà citto. - Ma la volontà non aveva presa sulla fibra svigorita, ed ella tornava a piangere e a lamentarsi senza sapere il perchè. Oh lacrime di bambini gracili, malati, in cui sembra ci sia come un presentimento di morte!

A Genova Vinciliati discese e il resto del viaggio si compì in un silenzio triste.

Era notte e Bebè s'era riassopita. Anche Alberto aveva rinchiuso gli occhi, anche l'Irene lasciava ricader la testa sonnolenta sul petto. Solo Diana vegliava, cercando invano di frenare la sua agitazione. Le sue dita sottili si affondavano nervosamente nel velluto del sedile; i suoi piccoli piedi battevano sul tappeto con ritmo affrettato; il suo sguardo ora si posava su Bebè, ora interrogava l'orologio, o, di dai cristalli, scrutava le tenebre per indovinar da qualche segnale a che punto della strada si fosse.

Quando un lungo fischio annunziò che si era in prossimità di Torino, ella trasse un gran respiro di soddisfazione. - Finalmente.

Varedo si scosse, raccolse la roba, abbassò uno dei vetri, cacciò la testa fuori dello sportello.

Il treno entrava, rumoreggiando, sotto la tettoia.

- Facchino! Facchino!... Oh, c'è Bardelli!...

- Gli avevi scritto?

- Tre giorni fa, senza precisargli nulla circa al nostro arrivo... L'avevo informato dell'esito del concorso.

- Povero Bardelli! - esclamò Diana. - Vedersi posposto a Quinzani!

- A ogni modo, ha avuto l'eleggibilità... Zitto... Eccolo qui...

- Oh, buona sera! - diceva l'ex-assistente. - Hanno fatto buon viaggio?... E come sta Bebè?... Dia la valigia, gli ombrelli...

- Chiami, chiami il facchino... E come ha saputo?...

- Ho visto la cameriera, ieri, che arrivava coi bauli.

Diana gli strinse con effusione la mano. - Sempre così gentile, sempre così premuroso, lei...

- Oh, si figuri... E dunque?... Bebè?...

L'Irene discese ultima, con la bimba.

- Bebè! Bebè! Non mi conosci?... Non conosci Bardelli?... Elli, Elli?

- Ah! - sospirò Diana. - È ancora tanto svogliata... No, è inutile; adesso non retta e nessuno.

- Sarà il viaggio... A star più di dodici ore in ferrovia!... Domani mi farà festa come una volta...

- Bravo!... Venga domani...

Bardelli dissimulava a fatica la sua triste impressione per l'aspetto macilento di Bebè.

Diana si accorse e riprese: - Si ricorda come era fiorente quando siamo partiti?

- Si rimetterà subito, non abbia paura.

- Lo spero. Guai se non lo sperassi.

Bardelli voleva chieder all'onorevole qualche particolare circa al concorso di Bologna, ma non n'ebbe il coraggio, e s'accommiatò dopo aver accompagnato i Varedo fino al fiacre.

- A domani - disse Diana. - Venga a colazione con noi.

Ormai il fedele Bardelli sembrava a Diana un presidio, una difesa; le sembrava che l'averlo accanto dovess'esser di buon augurio per la completa guarigione della sua piccina.

 

 

 


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