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XVIII.
Quando le disgrazie cominciano...!...
- Dio! che ciera da funerale! - disse Diana a Eugenio Bardelli venuto come il solito a sentir se le occorreva qualche cosa e a prender notizie della bimba.
Egli si sforzò di ricomporsi e sviando il discorso chiese: - Bebè?
- Così... Ha dormito discretamente... Ora è di là con l'Irene che la veste per condurla fuori... Io stamattina non posso... La giornata è buona?
- Deliziosa.
- Punto.
- No... È proprio una temperatura giusta.
Diana sospirò: - Purtroppo non ci sono mai tutele che bastino.
Bebè entrò a mano dell'Irene; vide il suo Elli e gli tese le braccia sottili. Egli la tirò a sè, la sollevò, se la pose sulle ginocchia. - Hop, hop, cavallo!
La testolina della bimba dondolò alquanto come frutto maturo sopra un ramo esile; poi, vinta dalla stanchezza, si abbandonò sulle spalle dell'amico.
Diana si torceva le dita. - E non ride, e non si diverte più nemmeno con lei, Bardelli!
Questi riconsegnò la piccina alla bambinaia, dicendo malinconicamente: - Sono io che non so più farla divertire.
Di nuovo la Varedo fu colpita dall'espressione dolorosa della sua fisonomia.
- Ma che cos'ha oggi?... Altri dispiaceri in famiglia?
Egli chinò il capo in silenzio.
Diana, fatta un segno all'Irene, riaccompagnò lei e Bebè fino all'uscio, aggiunse alcune raccomandazioni e tornò con ansiosa sollecitudine presso Bardelli che teneva gli occhi fissi a terra per nasconder le sue lacrime.
- Parli, via - insistè Diana. - Che cos'ha?
Senza mutare atteggiamento, egli borbottò con voce sorda: - Ho torto... Non è permesso portare in giro le proprie miserie... specialmente dove ci sarebbe bisogno d'un po' d'allegria.
- Non dica questo - ribattè la Varedo. - Sa che io... sa che noi le siamo amici, e gli amici si cercano appunto nei giorni tristi... E - soggiunse - sono più atti ad intenderci quando hanno anch'essi le loro afflizioni.
- Ella è buona, signora Diana! - esclamò Bardelli alzando il viso commosso. - È una santa, meglio di quelle che si adorano sugli altari.
- Lasci le iperboli - ella interruppe con un languido sorriso, - e mi racconti... Si tratta sempre di quella disgraziata questione domestica?
Bardelli accennò di sì. E, guardandosi intorno, narrò che in casa sua erano ai ferri corti. Paolo era riuscito a far mettere un sequestro sul calice che suo fratello s'impuntava a regalare al Museo piuttosto di venderlo, e Girolamo dal canto suo protestava che il giorno in cui quell'oggetto di arte gli fosse stato portato via avrebbe appiccato il fuoco al negozio... Non lo si riconosceva, Girolamo... Un uomo così mite, così pacifico, che non aveva in vita sua torto un capello a nessuno, adesso schizzava veleno da tutti i pori, non ascoltava consigli di moderazione, rispondeva seccamente alla madre, rispondeva male a lui verso il quale s'era pur mostrato sempre tanto affettuoso; insomma una trasformazione completa, di quelle che non si credono possibili da chi non ne sia testimonio... E come sarebbe andata a finire?... Come sarebbe andata a finire?
- Ma l'altro - disse Diana - ma Paolo non intende ragione? Non capisce che non gli conviene spinger le cose agli estremi? Perchè Girolamo, l'orefice, ha qui a Torino molte aderenze, è stimato un perfetto galantuomo, un figlio e un fratello esemplare, e sarà difficile persuader la gente ch'egli sia dalla parte del torto.
- Paolo - ripigliò Bardelli - ha un gran cattivo inspiratore, il bisogno... E se non bastasse, è sobillato dalla moglie, dagli amici malfidi, da quel leguleio di pochi scrupoli che ha assunto la sua causa... È un artista, Paolo, è un ragazzo impressionabile, non si può domandargli il sangue freddo... Ah, cara signora Diana, che disgrazia! E pensi, la mia mamma, alla sua età, assistere a questa catastrofe!
Eugenio Bardelli singhiozzava.
La Varedo si provò a rincorarlo. - Andiamo, non si perda d'animo. È il solo che possa interporsi fra i litiganti... Si rimetta all'opera con calore, con perseveranza, con fede in sè stesso...
Egli scrollava la testa. - Non ne ho più della fede in me stesso... Non ho diritto di averne... Non c'è cosa che non mi vada a rovescio... Che autorità ho io sui miei fratelli, io che vivo a carico d'uno di loro, io che dopo tanti anni di studi non mi sono ancora fatto una posizione indipendente?... E non ero mica pessimista per natura... può dirlo lei... anzi m'illudevo troppo, m'illudevo sempre... Adesso basta...
- Perchè si accascia in questo modo? - soggiunse Diana. - Lei ha ingegno, cultura, buon volere... dunque?...
Ma Bardelli seguitava a far segni negativi col capo.
- No, signora Diana... Vedrà che anche a Palermo sarà un fiasco... Tutti ne sono convinti... Tutti, mio fratello Paolo per primo, mi ricantano l'antifona che già io non concluderò mai nulla... Non c'è che lei, signora Diana, che creda nel mio avvenire!... E io non mi sento un po' rinfrancato che vicino a lei... Ma nemmen questo durerà... Non ci verrò più da lei, non mi riceverà più.
Diana lo guardò stupita. - Vuol proprio crearseli i dispiaceri.... Perchè non dovrei riceverlo più?
D'improvviso egli le afferrò la mano, e gliela coperse di baci.
Ella si svincolò dolcemente ritraendosi alquanto, mentre Bardelli, esaltandosi, diceva: - Com'è buona! Com'è misericordiosa!... Come meriterebbe di esser felice!... Invece, per una delle solite ingiustizie della fortuna, è piena di tribolazioni, è trascurata da chi...
Diana, severa, gli troncò le parole in bocca.
- Non si occupi di me, Bardelli, non tenga questo linguaggio... Glielo proibisco.
Mortificato, confuso, il giovine ammutolì per un momento; poi, come se una forza irresistibile lo spingesse, riprese con l'impeto, con la furia disordinata e scomposta di un timido che ha paura della propria resipiscenza: - No, bisogna ch'ella mi lasci terminare... Sarà l'ultima volta... Non ci tornerò più in questa casa... non avrò più neanche questa consolazione... ma non posso tacere.... non posso... Mancherei di sincerità se le tacessi questo sentimento che provo per lei...
Pallidissima, Diana s'era levata in piedi, e con la voce alterata e col gesto intimava a Bardelli di smettere.
- Basta, Bardelli, basta... Non può immaginarsi che dolore mi dà... Se avessi supposto, se avessi avuto il più lontano sospetto...
- Neppur io credevo - balbettò l'antico assistente di Varedo, - neppur io... Avrei voluto esser sempre il suo servo docile, devoto, che non osa alzare il pensiero fino alla sua signora... E a poco a poco, quasi senza ch'io me ne accorgessi vedendola così pietosa con me, così buona e paziente con tutti... vedendola soffrire, piangere in silenzio.... oh la ho sorpresa più d'una volta che piangeva... a poco a poco ho capito che la mia affezione per lei era d'altra natura... ch'ella era per me quell'ideale che ogni uomo ha nel cuore...
- Insomma, Bardelli - ripetè Diana non ancora rimessa dallo stupore dell'inattesa rivelazione, - le ho ordinato di smettere... - E vada via... perchè avrà anche capito che ormai...
Egli le risparmiò l'ufficio penoso di pronunciar la parola di sfratto, e retrocedendo a piccoli passi con l'aria umile del cane percosso che accetta la sua condanna, - Lo so - singhiozzava, - lo dicevo io stesso... È finito... Addio, signora Varedo... E dia per me un bacio a Bebè... E che il cielo faccia risanare, faccia rifiorire quel suo angioletto...
Appena l'uscio si fu richiuso dietro Bardelli, Diana, come esausta di forze, si abbandonò sulla sedia e si coperse il viso colle mani. Le pareva d'uscire da un sogno. Era possibile? Eugenio Bardelli, il giovine goffo, impacciato, dall'aspetto d'adolescente, ch'ella, a Torino, era usa a vedere ogni giorno e a trattare con la dimestichezza d'uno di famiglia, il piccolo Bardelli le aveva fatto una dichiarazione d'amore? A lei che non aveva da rimproverarsi la più innocente civetteria con nessuno, a lei per cui la donna galante era un fenomeno incomprensibile? Ed ecco che ora un'amicizia di oltre tre anni era rotta per sempre e Bardelli non sarebbe entrato più in casa!... Oh, egli aveva ben compreso che non poteva rientrarvi, e Diana gli era riconoscente di essersi licenziato da sè... E pure, a pensare ch'egli non sarebbe venuto nè quella sera, nè il dì appresso, nè mai, ch'egli non avrebbe mai ripreso in collo Bebè a cui voleva tanto bene, ella provava una pena, uno strazio!... E l'assaliva il dubbio d'esser stata troppo rigida, troppo impassibile, e la crucciava il rimorso di non aver saputo fermar sul labbro dell'imprudente ragazzo le frasi irrevocabili... Se subito, assumendo verso di lui non già l'aria d'una regina offesa ma quella d'una sorella maggiore, ella lo avesse richiamato al senso della realtà, forse egli si sarebbe ravveduto in tempo, forse...
Diana scattò dalla seggiola, si mise a passeggiar su e giù per la stanza.
No, a nulla avrebbero approdato le sue ammonizioni; no, quand'anche Bardelli non avesse detto tutto ciò che aveva nell'animo, la condizione delle cose non sarebbe stata diversa, e l'incendio nascosto non sarebbe stato meno pericoloso. La dichiarazione Bardelli gliel'aveva fatta prima ancora di parlare, quand'egli, afferrandole con impeto la mano, l'aveva coperta di baci. Diana li sentiva quei baci, come una bruciatura acuta, sul dorso della sua mano bianca, sentiva in tutta la persona, il calore dell'atmosfera di fuoco che l'aveva investita. Ben è insidioso e maligno l'amore se, pur non diviso, turba così. E in questo turbamento, troppo comprensibile in lei che udiva per la prima volta il linguaggio della passione, Diana trovava una scusa alla propria severità. Oggi, non mai, era il caso d'invocar quel dovere, che, in bocca di suo marito, le suonava da un pezzo come una parola vana, ma ch'ella non aveva cessato un istante di considerar legge suprema della vita. Sì, ella doveva condursi come s'era condotta, doveva stare in guardia contro ogni debolezza improvvida, contro ogni indulgenza funesta.
Mentre per la disposizione, insita in noi, di esagerar l'importanza di ciò che ci accade, Diana ingrandiva la sua facil vittoria, e il povero Eugenio Bardelli prendeva a' suoi occhi le forme d'un seduttore temibile, spuntava nel suo animo e si mesceva alle impressioni dolorose, inavvertito forse, non confessato certo, un sentimento diverso, quasi un risveglio di femminilità, quasi una compiacenza segreta d'aver potuto inspirare un palpito, un desiderio, una simpatia che non avesse i soli caratteri della rispettosa amicizia.
Ah, se Alberto sapesse! Ma Alberto non avrebbe saputo. Ella non gli avrebbe dato un comodo pretesto di non occuparsi più affatto di quell'infelice Bardelli, il quale, adesso sopra tutto, aveva la necessità imprescindibile di ottenere un impiego... Senza dubbio, Alberto, tornando a Torino, si sarebbe maravigliato di non aver tra i piedi il suo fido satellite, ma, come sogliono gli uomini pieni d'affari, egli avrebbe accettato per buona moneta qualunque pretesto.
Intanto la posta di quella sera recava a Diana nuove emozioni e nuove sorprese.
« - Mi son decisa a venir a passar teco qualche settimana - le scriveva sua madre da Venezia - e spero che Gustavo mi accompagni. Mi par mill'anni d'abbracciar te e la bambina le cui condizioni non buone di salute mi affliggono».
E subito dopo la signora Valeria soggiungeva: - «Sono tutta sossopra per la morte (dopo due giorni di malattia; una pneumonite acuta) d'una mia carissima amica, l'Adelaide Nocera. Tu le facevi il viso dell'arme, e io non pretendo che fosse una donna perfetta; ma era così buona, così intelligente e vivace! E aveva il segreto della eterna giovinezza. A quarantacinque anni ne mostrava poco più di trenta... Anche adesso, composta nel suo letto, se tu la vedessi!... L'abbiamo assistita, Gustavo ed io... Povero Gustavo che l'amava tanto, da tanto tempo, che affrettava col desiderio il momento di darle il suo nome!... Povero Gustavo!... In che stato è ridotto!... È per questo che lo voglio portar via da Venezia... Andrà a Parigi, andrà a Londra... Domani ci sono i funerali... Partiremo doman l'altro mattina, telegrafandoti...
«Non badare alla sconnessione di questa lettera. Io domando ancora a me stessa: È vero, o non è vero?... L'Adelaide, qualche ora prima di morire, ha nominato anche te. - Credo - ella mi diceva - che Diana avrebbe finito col volermi bene...».
Nelle condizioni d'animo in cui Diana si trovava, l'annunzio datole da sua madre le fece una impressione immensa. Sì certo, ell'aveva sempre resistito al fascino che l'Adelaide Nocera esercitava su quanti l'avvicinavano, ell'aveva sempre giudicata con severità quella donna briosa e leggiadra, che, vivente il marito, aveva una tresca palese e alla quale la voce pubblica attribuiva, almeno in passato, altre galanterie. Ma, tra perchè alcune sue idee andavano a mano a mano modificandosi, tra perchè l'Adelaide, ormai vedova, sarebbe diventata presto sua zia, Diana non aspettava che un'occasione per riannodare i suoi rapporti con lei. Non le aveva parlato più dopo la sera di quella scena breve e violenta, al Lido, tra lo zio Gustavo ed Alberto, (eran quasi tre anni!) e le sembrava ancora vederla ritta, immobile, con le mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna... Ah, nella memoria di Diana riviveva, minuto per minuto, quella sera, in cui, provvida diversione allo scandalo minacciato, il suo repentino malessere aveva attratto la curiosità dei presenti, ed ella, per segni non dubbi, s'accorgeva d'esser madre... Così un intimo, misterioso legame univa il suo ultimo incontro con l'Adelaide alla nascita di Bebè... E oggi l'Adelaide, l'immagine della forza e della salute, era morta, e Bebè era tanto gracile, tanto pallida, tanto debole!
Diana scacciò da sè con un grido le terribili suggestioni di queste coincidenze fortuite, corse dalla bimba, la prese sulle ginocchia, la baciò e ribaciò, le disse che domani sarebbe venuta la nonna... Non se la ricordava la nonna Valeria, che la faceva giocar. l'estate scorsa a Belgirate, sul lago... dove c'era il piccolo battello con la banderuola azzurra, e c'era Cinci, il cane dell'ortolano....?
Sicuro, bau, bau... Ma adesso bisognava accoglier bene la nonna che si moveva apposta per abbracciar la sua bimbetta, e chi sa che belle cose le avrebbe portate da Venezia....
- Nonna - ripetè Bebè, senza entusiasmo, e piuttosto perch'era avvezza a sentirla nominare che perchè ne conservasse, dopo un anno, l'immagine chiara e distinta.
Diana invece pensava con infinita tenerezza, con riconoscenza infinita alla sua mamma che cercava un conforto al proprio dolore venendo a star qualche tempo con lei; ne magnificava in cuor suo la bontà operosa, lo spirito equilibrato, il consiglio sicuro... Ah com'era provvidenziale questo arrivo della mamma, in questo momento, come avrebbe potuto giovare anche a Bebè!... E il povero zio Gustavo, chi sa se si sarebbe trattenuto almeno un pajo di giorni a Torino?... A ogni modo, col solo venirci, egli mostrava di volersi riconciliare appieno con lei... Ah sì, sì; troppo era stato penoso, troppo a lungo era durato il dissidio, troppo era triste che occorresse una sventura per porvi termine.
Nella sua impazienza di far giungere a' suoi cari una parola d'affetto, Diana buttò giù due righe di telegramma alla signora Valeria:
Profondamente commossa, vi aspetto a braccia aperte.
E firmava. Ma non le parve d'aver detto a bastanza, ed aggiunse: I vostri lutti sono i miei lutti. Dì allo zio Gustavo che soffro con lui.
- Al telegrafo, subito, con questo dispaccio - ell'ordinò alla Luisa.
- Signora - obbiettò la cameriera che adempiva anche agli uffici di cuoca; - com'è possibile?... Ho l'arrosto... Se andasse l'Irene?
- No, non mi piace che l'Irene esca sola di casa a quest'ora.
- Non è poi una Venere - rispose, alquanto piccata, la cameriera, - e non credo che gli uomini debbano correr dietro più a lei che a un'altra.
- Tss, tss! - fece Diana. - Tornate pure in cucina, e mandate qui l'Irene.
La Luisa rimase un istante perplessa, divisa fra il pensiero dell'arrosto e gli stimoli della nativa petulanza; indi l'arrosto prevalse ed ella si ritirò in dignitoso silenzio.
- Scendi in portineria - disse la Varedo all'Irene - e prega in mio nome il portinaio o sua moglie d'impostare immediatamente questo telegramma.
La bambinaia tentennò la testa. - Ho paura che non ci sia nessuno di disponibile... Gasparo è fuori senza dubbio, e la moglie ha i suoi reumi e non è in grado di muoversi... Se vuole, vado io.
- Quando non ci sia altri, per forza...
- Ha furia?
- Un telegramma, s'intende... Perchè?
- Perchè, se non aveva una gran furia, sarebbe capitato il professor Bardelli...
- Non viene oggi Bardelli - interruppe precipitosamente Diana, imporporandosi in viso. - Vai tu allora... Va e torna... Ecco il danaro...
- E ce la darà lei la pappa a Bebè?
Seduta sopra un tappeto, con un simulacro di bambola (erano i miseri avanzi della bambola che lo zio Gustavo le aveva spedita a Roma pel suo dì natalizio) Bebè si era mantenuta tranquilla, assorta nella grave occupazione di strappar gli ultimi quattro capelli all'infelice pupattola. Ridotta ch'ebbe costei nello stato di assoluta calvizie, la prese uno de' suoi accessi d'inquietudine accorata, e voleva l'Irene e voleva Bardelli, e piangeva, piangeva di quel pianto irrefrenabile ch'è proprio dei bambini gracili e malaticci.
- Oh, Signore, Signore, non vedrò più la mia Bebè d'una volta? - esclamava Diana dopo aver tentato inutilmente con celie, con fiabe, con baci e sorrisi e carezze di rasserenare quella piccola fronte.
Nella notte insonne che seguì la tempestosa giornata Diana non riuscì a staccar la mente dall'Adelaide Nocera. - «Domani ci sono i funerali» - le aveva scritto sua madre, e Diana evocava con la fantasia la chiesa affollata, le armonie solenni dell'organo, il fumo degli incensi, la luce gialla dei ceri, la bara coperta di fiori... Ma ormai la chiesa era deserta, e muto l'organo, e spenti i ceri, e dissipati gli incensi... Ormai l'Adelaide era sepolta, forse, amara ironia, accanto al marito ch'ella non aveva potuto soffrire, e le ghirlande appassivano sul tumulo recente nella triste isola di San Michele.
Del resto, non era ella stata felice? Non aveva attraversato la vita come in una striscia di sole, nel calore degli sguardi accesi ed intenti, nella musica delle parole dolci ed appassionate? Non aveva conservato oltre i limiti ordinari del tempo il bene supremo della giovinezza? Non aveva avuto al suo capezzale fino all'ultimo l'uomo nobile, integro che l'aveva tanto amata, che l'amava tanto?... Perchè dunque commiserarla? Che poteva ella sperare di più vivendo altri dieci, altri venti, o trent'anni?... Le gioie d'un esistenza casalinga, d'un tramonto placido e sereno?... Ma s'ella non era nata per gustar quelle gioie, per apprezzar la quiete di quel tramonto? Se avesse ripreso le sue abitudini leggere, se a dispetto dell'età avesse voluto essere ancora una donna galante, se avesse reso ridicola sè stessa, ridicolo il nuovo marito?... Ah in tal caso meglio per lei, meglio per lo zio Gustavo che fosse morta!
Vani discorsi! Intanto lo zio spargeva sulla tomba dell'Adelaide Nocera assai più lacrime di quelle che non avrebbe sparse Alberto sulla moglie e sulla figliuola se le avesse perdute entrambe in un giorno. O che Alberto si curava di loro, laggiù alla capitale, in mezzo agli intrighi parlamentari, in mezzo ai preparativi della grande battaglia per rovesciare il Ministero abborrito?
Ricondotta insensibilmente a meditar sulle proprie miserie, Diana tornava col pensiero alla dichiarazione di Bardelli, allo strappo irreparabile che n'era seguito, al vuoto che la mancanza di quell'amico fedele lasciava nella casa. E le spuntava una strana domanda sul labbro: - Come si sarebbe regolata in una contingenza simile l'Adelaide14 Nocera?