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XIX.
Per un calice.
La mattina dopo, Diana, uscita di casa sola per far qualche spesa, trovò a pochi passi dalla sua porta cinque o sei individui che, fermi sul marciapiede, parevano discutere animatamente. Mentre essi si ristringevano per farle posto ella colse una frase: - Peccato! Era un fior di galantuomo.
Proseguendo nel suo cammino, s'imbattè in due popolane una delle quali diceva all'altra:
- Non c'è più timor di Dio. Ecco perchè succedono ogni momento di queste brutte cose.
In fine, nello sboccare in Piazza Castello, la Varedo udì queste parole che un fiaccheraio, dall'alto del suo cassetto, slanciava a un compagno: - S'è avvelenato col cianuro di potassio.
Dunque si trattava d'un suicidio accaduto da poco, e se tutti quanti ne discorrevano doveva trattarsi del suicidio di persona ben nota. Chi era mai?
In preda a una vaga inquietudine, Diana girò gli occhi intorno in cerca d'un conoscente a cui chieder notizie. Non ne vide alcuno, non osò interrogare gli estranei, e tirò innanzi voltando dalla parte dei portici di Po.
Ma, inconsciamente, ella s'era avvicinata al luogo della catastrofe, e notò subito un fermarsi e sciogliersi di capannelli sotto le arcate, sulla soglia dei negozi, e un affrettarsi di curiosi verso un punto ove molta gente era già agglomerata e ove sulla massa confusa di teste spiccava un pennacchio di carabiniere.
- Povero Bardelli! - esclamò qualcheduno.
Diana credette che le mancasse il terreno sotto i piedi. Bardelli! Avevano proprio detto Bardelli?
E forse non si sarebbe potuta reggere senza l'aiuto del professore Sali, della facoltà di lettere, che passava in quel momento, avviato all'Università.
- Signora Varedo - egli disse offrendole il braccio, - non stia in questa baraonda....
La tirò fuori della folla e fattala entrare nel Caffè di Parigi ordinò al tavoleggiante di portarle un bicchierino di cognac.
- Certe cose producono una penosa impressione a tutti - egli soggiunse. - Figuriamoci poi a loro signore che sono più delicate.
Finalmente Diana potè articolar la domanda tanto naturale che non le voleva uscir dal labbro.
- Ma scusi, professore... quale dei Bardelli è?
- Come? Non lo sa? - replicò il Sali con accento di meraviglia. - È l'orefice... Il nome non lo ricordo...
- Ah!... È l'orefice? - ripetè Diana. E un po' di sangue tornò sulle sue guance scolorite, e la sua fisonomia contratta andò a grado a grado ricomponendosi.
Così è. Quando a un male temuto se ne sostituisce un altro che sia o ci appaja minore, noi sulle prime non proviamo che un senso di liberazione; lieti che una determinata cosa non sia avvenuta, ci accorgeremo solo più tardi della gravità di quella che avviene in sua vece.
Diana, pur dianzi, a udir pronunciato il nome di Bardelli, era corsa immediatamente col pensiero ad Eugenio, e non dubitando che il suicida fosse lui aveva creduto scoprire un'intima connessione fra questa tragedia e la scena di ieri. Per colpa di lei dunque quell'uomo s'era tolto la vita? Ed ella avrebbe sempre quel rimorso nel cuore, avrebbe sempre quell'immagine negli occhi!
Ora l'incubo tremendo l'era levato di dosso... Non era Eugenio, era Girolamo...
E il professor Sali riferiva a Diana ciò ch'egli aveva raccolto sul triste avvenimento.
Girolamo Bardelli s'era recato quella mattina per tempissimo nella sua bottega (appunto la bottega sotto i Portici, a guardia della quale stavano adesso i carabinieri) e vi si era chiuso dentro col suo garzone apprendista per finire un'opera di cesello che gli premeva. Arrivati alle sette i lavoranti, egli s'era ritirato nella retrobottega a scrivere una lettera a suo fratello Eugenio che poi aveva consegnata al ragazzo con l'incarico di recapitarla. Verso le otto, uno dei giovani gli aveva chiesto se dovesse aprir la bottega ed egli aveva risposto che aprisse pure. Di lì a qualche minuto s'intese un tonfo ed un rantolo. Gli accorsi al rumore non trovarono che un cadavere. Una boccettina di cianuro di potassio era, vuota, sul tavolino.
Con un gesto di ribrezzo, Diana accennò a volersi alzare.
- Tornerei a casa - ella balbettò.
- L'accompagno io, diamine - disse il professore. - Ma è meglio aspettare ancora... è meglio che si rinfranchi di più... E poi...
Di fuori s'udiva il sordo mormorio ch'è proprio della folla la quale speri d'esser finalmente ricompensata d'una lunga attesa.
- Lo portano via - sussurrò uno dei camerieri.
Lo portavano via in fatti, dopo le constatazioni di legge, sopra una barella dell'ospedale; ma dal caffè non si vedeva nulla, non si vedeva che la schiena dei curiosi assiepati sotto le arcate e guardanti verso la strada.
Passato che fu il triste corteo, la gente si disperse alquanto delusa.
Un signore di complessione apoplettica brontolò, asciugandosi i sudori, e con l'aria d'un cittadino leso ne' suoi diritti: - Non valeva la pena di prendersi il sole in faccia per così poco.
Diana si levò in piedi. - È finito, sembra. Grazie di tutto, professore... Posso benissimo andar sola.
- Nemmeno per sogno - protestò Sali. - Non la lascio che sul pianerottolo del suo appartamento... Desidera che chiami un fiacre?
- No... È qui presso... Preferisco camminare. E poich'ella vuole a ogni costo accompagnarmi....
- Questo s'intende... S'appoggi, s'appoggi.
- Che colpo per la vecchia Bardelli! - sospirò Diana quando fu all'aperto.
- La conosce?
- Sì.
- E il fratello del defunto, quello ch'era assistente di suo marito, viene sempre in casa sua?
Diana fece un segno affermativo col capo. Non poteva, non voleva dire che avrebbe cessato di venirci.
- Ma! - soggiunse il Sali. - Attribuiscono questo suicidio a dispiaceri coi fratelli...
- Non però con Eugenio - interruppe vivamente la Varedo.
- Appunto... Dev'esser con l'altro... lo scultore... un cervello balzano... che ha fatto un certo matrimonio... Ah, le donne!... Che parte hanno nella nostra vita... in bene e in male!... E chi sa che anche nel suicidio di questo disgraziato non c'entri15 una donna?... Dicono ch'egli avrebbe voluto sposare una vedova, e ch'era stato costretto a rinunziarci in causa delle mignatte che gli succhiavano il sangue... Non ha sentito?
- Sarà... Non ricordo...
- Cherchez la femme, cherchez la femme, hanno ben ragione i Francesi.
Il professore Sali, da quel dotto uomo ch'egli era, s'avventurò in una disgressione sull'influenza della donna attraverso i tempi. Diana lo ascoltava appena, di null'altro desiderosa che di arrivare a casa, e, poichè la strada era breve, ci arrivò prima che il suo interlocutore avesse oltrepassato la guerra di Troia.
Ma nemmeno a casa ebbe pace. Quanto più ci pensava tanto più le pareva grave, irreparabile la sventura che aveva colpito i Bardelli. Il momentaneo sollievo da lei provato apprendendo che il suicida era Girolamo e non Eugenio ora quasi svaniva dinanzi alla considerazione che la morte del primo aveva, per la madre, conseguenze infinitamente maggiori. E forse per lo stesso Eugenio, il cui destino era d'esser soverchiato dai violenti e dai furbi, per lo stesso Eugenio sarebbe stato meglio il morire che l'assistere allo sfacelo della famiglia... Che se poi gli veniva lo scrupolo di non aver saputo con un po' d'energia impedir la catastrofe, quale strazio doveva essere il suo!... E a quelle anime buone, a quella madre, a quel figliuolo che si sarebbero fatti a pezzi per lei, ella, Diana, in un'occasione simile, non avrebbe mandato, non avrebbe portato una parola di conforto? Portarla? Andar dunque dai Bardelli, incontrarsi con Eugenio, dopo la scena di ieri? scrivere invece?... Scrivere una delle solite lettere di condoglianza, accozzar le solite frasi contorte che non dicono nulla, mentre si può dir tanto con una stretta di mano, con una lacrima? E scrivere a chi? Alla signora Marianna? O che quei poveri occhi logorati dal piangere sarebbero stati in grado di decifrare una sillaba?... E se scriveva ad Eugenio come avrebb'ella potuto fingere che niente fosse accaduto fra loro? O come avrebbe potuto alludervi in una lettera non certo destinata a rimanere segreta?
Nella dirittura della sua mente, Diana prese il partito migliore, e nel pomeriggio, coricata Bebè che ogni giorno era messa a dormire un paio di orette, si recò in persona dai Bardelli.
Una vicina che la riconobbe in portineria la precedette per le scale, annunziò il suo arrivo, gettò lo scompiglio nelle donnicciuole che attorniavano la signora Marianna, pose in fuga Eugenio ch'era anch'egli presso la madre.
Questa volle alzarsi in piedi a ogni costo, raggiustò con un movimento istintivo la cuffia che ricadeva per indietro lasciando a nudo il suo cranio pelato, e sorretta da un'amica fece due passi verso la visitatrice e le si abbandonò fra le braccia singhiozzando.
Era un'ombra, una larva; così bianca come se le sue vene avessero dato tutto il loro sangue.
- Oh signora Varedo - ella gemeva, - che disgrazia, che disgrazia!... Ma dov'è Eugenio?... Era qui or ora. Credevo che le fosse venuto incontro...
E interrogava con gli occhi le femminette che s'eran tirate in disparte.
Una di esse mostrò l'uscio a sinistra. - È andato di là.
- Ma che venga dunque - ripigliò la Bardelli con la sua voce fioca. - Deve aver capito male... Quando saprà chi è... Chiamatelo, chiamatelo.
- Forse avrà da fare - disse Diana Varedo. - Non lo disturbino.
La signora Marianna s'ostinava. - No, no, lui stesso non mi perdonerebbe se non lo chiamassi... E poi è lui che ha la lettera... la lettera terribile... Vedrà, signora Diana, vedrà...
S'era rimessa a sedere, teneva, parlando, nelle sue mani la mano della Varedo, di tratto in tratto un tic nervoso le scomponeva la faccia...
- È stato per quel calice... Oh, se il mio povero marito avesse potuto immaginare?... Ma Eugenio le dirà meglio... Ah, eccolo che viene...
Eugenio Bardelli apparve sulla soglia. C'era tanto dolore nel suo volto, c'era tanta trepidazione e tanto sgomento che Diana cedette senz'altro all'impulso del suo animo buono, e svincolatasi con dolcezza dalla madre si avvicinò con la destra tesa al figliuolo.
Egli quasi non credeva a se stesso. Gli perdonava ella dunque? Era disposta a dimenticare?
Egli rimase perplesso un istante; quindi prese la mano pietosa che gli si offriva e la portò alle labbra. La mano baciata era quella di ieri; era quella di ieri la bocca baciante; ma come diverso era il bacio! Non più caldo e fremente di passione repressa, ma discreto, ma rispettoso, ma timido... Diana sentì che tutto era finito.
- Coraggio! - ella ripetè. - Pensi alla sua mamma.
La vecchia Bardelli si voltò verso il figlio. - Dalle la lettera.
Eugenio esitava. - Perchè funestarla?
Ma l'altra insistette. - Oh la signora Diana è come una di famiglia... La signora Diana ci perdona... Lo sa che veniva in mezzo alle tristezze... Voglio che la veda quella lettera... lei che conosceva il mio Girolamo, che lo apprezzava... non è vero?
- Molto, molto - assentì Diana.
- Era più giusta di noi con quella santa creatura... che non ha fatto che del bene nella sua vita... e che anche morendo non ha una parola d'astio per nessuno - seguitava la signora Marianna logorata dall'ahi tardo rimorso di aver disconosciuto quel modello di figlio, di fratello, di artista.
Appoggiata ai bracciuoli della sedia, ella si chinava verso Diana che stava scorrendo la lettera consegnatale da Eugenio.
- Legga ad alta voce, signora Diana... se non le dispiace - supplicò la Bardelli. - Io non posso... non posso vederci...
Bella invero e toccante, nella sua semplicità, era la lettera di Girolamo. - «Fin che ho creduto d'esser utile - egli scriveva - ho lavorato serenamente, ho serenamente vissuto con voi e per voi. Ora la mia testa è confusa, ora dubito, vivendo, di far più male che bene. Forse Paolo ha ragione, forse io ho usurpato diritti che non avevo, e sarebbe stato meglio per tutti di far delle divisioni nette sin dal principio. A ogni modo vi giuro, e tu, Eugenio, puoi assicurarne la mamma e il fratello, che alla resa dei conti e alle divisioni mi sarei prestato anche adesso se non ci fosse stato di mezzo quel calice che per sè solo rappresenta due terzi del nostro piccolo patrimonio e di cui per conseguenza bisognava privarsi. Non sapevo adattarmi all'idea che quel prezioso oggetto d'arte, quel gioiello del nostro Rinascimento, andasse in mano d'estranei, fuori d'Italia ove vanno tante cose nostre... Regalarlo al Museo era una pazzia, lo capisco... oltre che io non potevo regalare ciò che non apparteneva a me solo... e non dò colpa a Paolo s'è ricorso alle vie legali per impedirmelo... Ma a Paolo e a te, Eugenio mio, raccomando di tentare almeno che il compratore, se pur non vuol essere il Governo o uno dei nostri Musei, sia un Italiano. Ce ne sono ancora dei ricchi in Italia, i quali non dovrebbero permettere questa continua spogliazione del loro paese.
«Non lascio un centesimo di debiti. Nella cassaforte troverete 450 lire in biglietti di banca, un libretto della Cassa di risparmio con 1148 lire, e una cartella di duecento lire di Rendita. I pochi crediti sono registrati in un quaderno che c'è nella scrivania. Un altro libro, chiuso nella scrivania anch'esso, contiene l'inventario fatto in Gennaio. Le variazioni avvenute poi le desumerete dallo sfogliazzo che vi mostrerà Giovanni, il mio lavorante anziano.
«Di lui potete fidarvi come di me stesso. E con lui non vi sarà difficile intendervi per l'andamento della bottega. È buono, bravo, onesto allo scrupolo, vi farà patti convenienti.
«E ora un abbraccio a tutti. A te cara mamma, che mi perdonerai d'abbandonarti nella tua vecchiaia, a te, Eugenio mio, che diventi il capo della casa e che spero avrai presto la cattedra di Università che ti meriti; e anche a te, Paolo, a cui non serbo rancore, a cui auguro gloria e fortuna.
«Addio, addio, e rammentate con affetto e con indulgenza,
Il vostro
Girolamo».
Due volte Diana, profondamente commossa, aveva dovuto interrompere la lettura di questa lettera; due volte le preghiere insistenti della Bardelli l'avevano costretta a riprenderla.
Quando la sua voce malferma si fu spenta sulle ultime righe, la signora Marianna ebbe un nuovo accesso di disperazione. E fra pianti e singhiozzi incolpava sè del suicidio del figliuolo... Lei, lei era stata la vera causa, non Paolo che aveva ceduto ai cattivi consigli, ch'era esacerbato dalle ingiustizie del mondo e aveva la grande scusa del bisogno... Lei, lei che era la madre, che avrebbe avuto l'obbligo di ricordare i sacrifizi fatti da Girolamo per la famiglia, la sua bontà da bambino in su, la sua delicatezza, la sua pazienza infinita... Non una parola acerba mai, nemmeno se lo si rimproverava a torto; non un'osservazione amara, neppure durante la dolorosa questione nella quale ella gli si era messa risolutamente contro... Solo ieri, dopo una breve disputa in cui ella non aveva saputo tenere in freno quella sua maledetta lingua, egli, carezzandola, le aveva detto con dolcezza: - No, mamma, tu non dovresti parlarmi in questo modo. - Così si erano separati. Ella non lo aveva più visto... ella non lo rivedrebbe più... neanche morto... perchè lo avevano trasportato all'Ospedale e a lei non permettevano di andarci... C'era Paolo a levar la maschera... per scolpir poi il busto... Ecco quello che le sarebbe rimasto del suo Girolamo!...
Diana si strappò a fatica a quella scena straziante promettendo di tornar presto.
Timido, peritoso, Eugenio Bardelli la seguì sul pianerottolo. Non osava alzar gli occhi verso di lei, non osava formular la domanda che meglio avrebbe espresso il suo pensiero: - Mi ha perdonato?
Chiese invece, e gli parve una grande audacia: - Come sta Bebè?
- Così... Non come vorrei - sospirò Diana. E soggiunse: - Quando sarà più tranquillo, venga a vederla.
La fisonomia contraffatta del giovine professore si trasfigurò per un istante; per un istante egli scordò le sue pene, la tragedia domestica, le angustie dell'avvenire... Ella gli riapriva la sua porta, ella consentiva a gettare un velo d'oblìo sul passato...
E Bardelli avrebbe voluto accompagnar Diana almeno fin giù delle scale, manifestarle la sua immensa gratitudine.
Ella lo fermò con un gesto. - No... La sua mamma l'aspetta.
Non gli lasciò tempo di replicare e si dileguò, rapidissima.
Ma, nel frastuono della strada, il vigore fittizio che l'aveva sostenuta fino allora l'abbandonò ad un tratto per dar luogo ad un senso di smarrimento e di prostrazione, ed ella si affrettò ad accettare l'offerta d'un fiaccheraio che, agitando la frusta e rallentando la corsa, le passò vicino con la sua vettura.
A casa, a casa! Già troppe ore n'era stata lontana in quel giorno, troppe ore era stata lontana dalla sua bambina... E quante emozioni da ieri in poi! E che soffio di tempesta aveva traversato la sua vita uguale, opaca, monotona!
Era la Provvidenza che aveva inspirato alla sua mamma di accorrer da lei in questo momento! Cara mamma! Care braccia amorose sempre pronte ad aprirsi! Caro porto sicuro ove le procelle si quietano!
Diana guardò l'orologio. Erano quasi le 4, e la corsa sarebbe arrivata poco dopo le 7.