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XX.
Fra due doveri.
- Non è solo? - chiese Alberto Varedo al servo dell'onorevole San Giustino che lo precedeva per annunziarlo.
Il San Giustino abitava in un piccolo quartiere al secondo piano in corso Vittorio Emanuele.
- Nossignore - rispose il domestico. - C'è con lui l'onorevole Zonnini con quel giornalista... Fraschetti, credo sia il direttore della Rupe Tarpea.
- Ah, Fraschelli?
- Appunto.
- Che seccatura! - pensò Varedo che avrebbe preferito discorrere a tu per tu col futuro ministro. Pur dissimulò la sua noia ed entrò nel salotto ov'erano riuniti i tre amici politici. Il direttore della Rupe Tarpea era sempre l'amico politico degli uomini in auge.
- Che buon vento? - disse San Giustino.
S'erano lasciati da due sole ore, dopo un lungo colloquio in una delle sale di Montecitorio.
- Non è un buon vento, pur troppo - replicò Varedo.
- Oh, oh!... Qualche cattiva notizia di casa vostra?... La bambina s'è aggravata?
I conoscenti di Alberto sapevano che la sua figliuola era inferma.
- Mi arriva questo telegramma. Leggete.
E il professore consegnò a San Giustino un dispaccio di poche parole: - Condizioni peggiorate. Giraldi inquieto. Parti subito. Diana.
- Però la vostra signora è apprensiva? - soggiunse San Giustino, restituendo il foglio.
- In quanto a questo sì... Non per sè, ma per la bimba... Apprensiva al massimo grado.
- E allora è probabile che esageri - osservò Zonnini.
E Fraschelli, tanto per dir qualche cosa, spifferò questa sentenza peregrina: - Quando si tratta dei loro figliuoli le mamme esagerano sempre.
Alberto Varedo tentennò il capo.
- Vorrei che fosse così anche questa volta... ma perchè mia moglie mi avrebbe telegrafato proprio stasera sapendo che avrei da parlare domani alla Camera?... Perchè, se non ci fosse un'urgenza?
- Le donne, caro amico - ripigliò San Giustino, - certi riguardi non li capiscono... Io ho avuto la disgrazia di perder la mia ancora giovane e la ricordo e la rimpiango... Credo tuttavia che con lei la mia carriera politica sarebbe stata troncata a mezzo... Quello che mi ha tempestato di lettere e di dispacci una volta che la nostra primogenita ammalò di morbillo! Pareva che una catastrofe fosse imminente... Io ebbi la debolezza di darle retta; abbandonai la capitale, piantai in asso il Parlamento, gli uffici, due commissioni che dovevo presiedere, corsi in Toscana nella nostra villa e trovai la mia figliuola già in piedi... ciò che non toglie che la mia signora consorte mi strapazzasse come un cane perchè non ero arrivato prima... Ell'aveva una scusa, ell'era sola, in una campagna fuori di mano... Vostra moglie invece è in una grande città, ha compagnia...
- Ha sua madre e suo zio... Ho pregato apposta mia suocera di andar a Torino.
- Vedete bene! - soggiunse il vedovo rassegnato con un accento che suonava amaro rimprovero all'egoismo di Diana Varedo. - Vedete bene!... A ogni modo, non è possibile che partiate subito.
- Veramente quest'era la mia intenzione...
- Di partir subito? Stasera?... Se non c'è una corsa?
- Per la Maremmana è tardi, lo so... Quando è capitato il telegramma... forse, con un buon cavallo, volando, sarei potuto giungere in tempo alla stazione... Forse... non ne son neanche sicuro... E poi come partirei senza che ci fossimo scambiati due parole?... Adesso potrei prendere la via di Bologna.
- Parte alle 23,10 - notò Zonnini.
- Siete matto? - esclamò San Giustino. - Una corsa eterna che sarebbe a Torino domani alle sette pomeridiane... Via, non ci pensate nemmeno... meno... Partirete domani sera... Anche se non ci sarà stato il voto... pazienza... Avrete fatto il vostro discorso, svolto il vostro ordine del giorno... Se no, chi lo svolge?... Voi, Zonnini, siete il secondo firmato... Toccherebbe a voi...
L'idea di dare il gambetto al suo carissimo amico non era lungi dal sorridere al buon Zonnini; però egli fece il modesto e il ritroso.
- Per carità, allontanate da me questo calice... Non si renderebbe un servizio al partito... Io non ho l'eloquenza di Varedo... Certo che se fosse assolutamente necessario, mi sacrificherei... Ma sarebbe una tegola che mi casca sul capo.
Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a sacrificarsi, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il cammino.
- Vedremo - egli sospirò. - Capisco che prima di domattina non mi converrebbe di partire... Intanto spedirò un telegramma.
- Naturale... Usciremo insieme, se non vi dispiace - propose San Giustino.
- Ma scusa - disse Zonnini a Varedo, - che tu parta stasera o domattina, se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo sappia.
- Presto.
- Prestissimo. Magari con un telegramma.
- Me ne incaricherò io - dichiarò San Giustino. - Ma non partirà, non partirà.
Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada.
- Io volterei verso Ponte Sant'Angelo - disse Varedo. - Imposterò il mio dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo.
- Vengo anch'io volentieri da quella parte - soggiunse San Giustino. - S'incontra meno gente.
Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la direzione opposta.
- C'è questo demone tentatore - spiegò Zonnini accennando al giornalista - che vuol condurmi all'Alhambra, a veder la rivale di Venere.
Fraschelli protestò. - Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di me... Ci va tutte le sere.
- Che esagerazioni! Ci fui due volte... Ma vi assicuro io ch'è un bocconcino...
A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla bocca e si baciò le punte delle dita.
- Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità... Se no, insisterei perchè ci faceste compagnia... È un vero godimento estetico...
- Addio, addio, capiscarichi.
- Buona sera, Varedo - gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco, - ti auguro di ricevere migliori notizie da Torino.
- Ecco il ristoratore del sentimento religioso - disse Varedo a San Giustino appena furono Soli.
- Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira.
- Se partissi domattina alle 8 - ripigliò Alberto - sarei a casa prima di mezzanotte.
- Ma no, ma no - insisteva San Giustino - non potete partire che domani sera.
Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo.
Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli punti luminosi.
- È pur suggestiva questa Roma - notò San Giustino.
Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.
- E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per l'aia.
- È vero - rispose San Giustino che non intendeva bene. - Ma, scusate, la colpa di che?
- La colpa del bivio terribile in cui mi trovo - ripigliò Alberto con impeto. - Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva spicciarci subito?... Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare ancora otto o dieci giorni... Con che frutto poi? che la caduta è forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo, che desidero di far trionfare.
Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?
- Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa - egli disse. - Del rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non si fossero avuti troppi oratori... Anche dalla nostra parte, Dio buono, quanta eloquenza!... Quanti aspiranti a un portafoglio o a un sottosegretariato!... Come contentarli tutti?... E gli scontenti non tarderanno a diventare avversari.
- È ignobile.
- Non lo nego... E non nego che vi saranno eccezioni... Voi, per esempio, non ne dubito... Però, siate sincero, o che non mi serbereste rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a voi?...
Varedo si voltò bruscamente. - Scusate... Questo non c'entra... Qui c'è una promessa.
San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.
All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che sperava migliori.
- Va bene così? - egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.
- Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come pare.
Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano, San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli, le sorprese, le insidie dell'ultima ora.
La vasta piazza era quasi deserta; pochi fiacres immobili erano allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un pulviscolo acqueo.
- Si sta più freschi qui - disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco e una delle fontane.
Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.
- Ecco la forza.
Di San Giustino lo guardò. - Siete un convertito?
- Non mi fraintendete... La forza d'inerzia, una delle più formidabili che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle generazioni che si succedono: - Noi siamo la salute, noi siamo la luce, ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa.... Anche una menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti, una verità... Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile, sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto, disciplinato come quello che ci sta di fronte.
- Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?
- Ah no. Non vincerà nessuno... Noi non costruiremo nulla di solido, di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini. Sarà una lotta lunga quanto il mondo.
- Caro Varedo - interruppe San Giustino tra serio e scherzoso, - voi parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno... in tutti e due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un Ministero conciliativo.
- La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine non piacciono neppure a me - replicò Alberto Varedo. - E poi non giova esasperare i nemici che non si possono spegnere.
Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.
- Procurate di riposar qualche ora - gli disse nel prender commiato - e ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi... No, non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir domattina... E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci siamo rivisti... Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei, alle cinque, quando vi piace... Se non vi vedo prima delle sette e mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.
Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente, e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al termine della battaglia parlamentare... Che cosa era accaduto nella giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni della bimba dovevano esser ben gravi!... E allora perchè non usare un linguaggio più esplicito? Perchè non dire: - C'è pericolo imminente. La tua presenza è indispensabile?
Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa e viltà.
Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli stenografi, sarebbe volata lontano... E ora, alla vigilia del suo trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo spirito di stenterello?... Varedo si rifiutava a fregiar del nome di emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per snobismo il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i cafés chantants16 e correva dietro a tutte le cocottes di Roma... In verità, se non sorgevano rivali più formidabili!... Però qualche volta anche i mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere, in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto Varedo...
Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e deserta.
E pensava: Veglieranno essi pure laggiù.... Veglieranno accanto a una culla.... Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito, ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare in mezzo alle malinconie della mia casa... Veglieranno tutti... chi sa che non ci sia Giraldi con loro... mandato a chiamare in fretta...
L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti... Se adesso, appunto adesso, la sua Bebè?... Ma no, ma no, perchè accoglier queste lugubri idee, perchè disperare?... Ecco il sole rischiarava già i comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore di sventura a lui solo?
Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue gli dava un tuffo. - Sarà il fattorino del telegrafo.
Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo... Nessuno.... Ormai la città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita.
L'onorevole finì di vestirsi. - Che faccio? - egli chiedeva a sè stesso. - Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto o rimango?...
E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti!
Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio, s'arresta all'uscio, picchia.
- Avanti!
Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando.
- Ah, - disse il deputato. - Scusate.
Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia, e rilesse:
Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi.
Ahimè, il dispaccio non recava nessuna parola confortatrice. E tuttavia in quella frase appena puoi, Varedo credette scorgere un tacito assenso alla sua dichiarazione che sarebbe partito la sera, perchè prima non poteva. Se una vera urgenza ci fosse stata, sua suocera (perch'era lei e non Diana che gli telegrafava) avrebbe usato un diverso linguaggio. Inoltre la condizione, benchè sempre grave, si dipingeva come stazionaria; dunque ci era una tregua, un respiro; c'era ancora tempo da lottare, da resistere...
Dopo qualche altra piccola esitazione, il nostro onorevole decise di rimaner tutta la giornata a Roma e di fare il suo discorso alla Camera; poi senza indugi ulteriori, e quand'anche avesse avuto migliori notizie, si sarebbe messo in viaggio per Torino col direttissimo delle 20,50.
Formati ch'ebbe questi propositi nella mente, egli corse all'ufficio centrale, telegrafò a San Giustino per dirgli che restava, telegrafò a casa sua annunziando il suo arrivo per le 10,25 dell'indomani, e pregando di fargli avere ancora un dispaccio a Roma prima di sera.
Così gli parve d'esser in pace con la sua coscienza, gli parve d'aver acquistato il diritto d'astrarre per poche ore dalle sue angustie domestiche e di consacrar tutte le forze dell'ingegno e dell'animo a ciò che in quel dì memorabile si attendeva da lui.
Strada facendo, egli comperò i giornali del mattino. Tutti quanti, favorevoli e avversi, accennavano all'aspettazione vivissima che c'era nei circoli parlamentari pel suo discorso; solo la Rupe Tarpea conteneva questa noticina:
«Abbiamo visto iersera il nostro amico, onorevole Varedo, molto inquieto circa alla salute di una sua bimba, ammalata a Torino. Egli ci diceva che, ove non avesse avuto nella notte notizie migliori, sarebbe partito questa mattina rinunziando a parlare oggi alla Camera. In questo caso, che vivissimamente auguriamo non abbia ad avverarsi, il noto ordine del giorno sarà svolto dall'altro egregio amico nostro, onorevole Zonnini».
- Ah - esclamò Alberto Varedo - è lui, non c'è dubbio, è Zonnini che ha inspirato questo entrefilet. È lui che si prepara garbatamente il terreno... Ma l'uva non è matura, carino.
I conoscenti che lo incontravano per via lo fermavano.
- Dunque non parti? Dunque hai ricevuto migliori notizie?
Ed egli era costretto a rispondere: - Pur troppo la condizione è sempre gravissima... C'è una sosta, ecco... Partirò stasera a ogni modo...
- Ma lo fai il discorso?
- Sicuro; rimango appunto per questo... Mi pareva d'aver assunto un impegno morale... Ah, beati quelli che stanno fuori della vita pubblica!
Altri insistevano per aver biglietti.
- Onorevole, onorevole, se potesse favorirmi due bigliettini, uno per me e uno per mia moglie?... La mia signora non va mai alla Camera, ma quando ha saputo che deve parlare l'onorevole Varedo ha dichiarato subito che non voleva perder l'occasione di sentir uno dei nostri primi oratori.
- Sarà una grande delusione - notava, modestamente, Varedo. - Io sono sempre un oratore di seconda o di terza categoria. Si figurino oggi! Con questo tarlo che mi rode.
Quanto più presto potè, e dopo aver dato l'ordine che gli portassero a Montecitorio i dispacci che arrivassero per lui, Alberto Varedo si rifugiò nella biblioteca della Camera ad attendervi l'ora della seduta.