Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

XXI. Un intermezzo glorioso.

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XXI.

 

Un intermezzo glorioso.

 

Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i giornalisti dicono un aspetto imponente. C'erano bensì, durante la lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti toilettes estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama la caduta di un Ministero.

Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva puramente per l'onor delle armi.

Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a regger un dicastero che s'intitola di grazia e giustizia; solo i titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria comme il faut, e avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.

Ma quando il Presidente disse: l'onorevole Varedo ha la parola, il cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini all'oratore.

Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie domestiche che alla Camera non fece caldo freddo, ma gli conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.

Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini, in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso stesso.

Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva ben altro che la critica degli errori passati.

Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici, sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.

Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.

Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che nessun Governo può operare, ma che un buon Governo può agevolare se comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.

Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto, quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.

Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo sguardo, disse a bassa voce:

- C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.

- Or ora - rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.

Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la brevità non toglieva efficacia.

- Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (bravo, benissimo). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina (ilarità fragorosa), voi che per prolungare una tisica esistenza avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai occupato.

Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si levarono ad acclamar l'oratore.

- La seduta è sospesa per dieci minuti - disse il Presidente. E soggiunse per ossequio al regolamento: - Prego le tribune di far silenzio.

Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.

- Splendido!

- Superbo!

- Stupendo!

- Tanto più terribile quanto più misurato.

- Come li hai bollati!

- Che chiusa!

- Tutto, tutto era bello.

Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?

Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar trasparire i loro intimi sentimenti.

- Bravo! - disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto. - Avete avuto una delle vostre migliori giornate.

- Quando si parla così - seguitò Zonnini - non è permesso di cercar sostituti... Sarai contento del tuo trionfo.

- Eh, miei cari - replicò Varedo - io vi ringrazio dal fondo dell'anima, ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo... Sono sulle spine... Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di casa mia...

Di San Giustino principiò: - Nessuna nuova...

Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando: - Con permesso, con permesso... Un dispaccio per l'onorevole Varedo.

- Ah - disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il telegramma.

Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima. Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona, guardava curiosamente in giù.

Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.

- Morta? - si arrischiò a chiedere San Giustino.

- No, ma è lo stesso... E prima di stasera non c'è una corsa... E prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino... Fatemi la grazia, consultate gli orari... Se ci fosse modo di anticipare... per la via di Sarzana e Parma... che so io?... Ah perchè, perchè non mi avete lasciato partire?

Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.

Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere che quella delle 20.50.

I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio chiamando a raccolta i deputati.

- Andate, andate - insisteva lo stesso Varedo. - La seduta ricomincia. La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.

- Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?

- No, il mio voto non conta... Il Ministro avrà contro di una maggioranza enorme... E io passerò all'albergo per gli ulteriori preparativi... Addio, addio... e grazie... Scusate, che ore sono?

- Quasi le cinque.

- È già tardi... Non ho tempo da perdere.

- Ci rivedremo a ogni modo alla stazione... Se si vota oggi ci sarà un assalto ai treni.

- Mi raccomando - ripigliò Varedo. - che la stampa non dia notizie inesatte... Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora successa.

In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:

 

Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non tardare di più.

 

Valeria.

 

Continuava il disperato appello dei campanelli elettrici.

- Andate, andate.

Nell'uscir da Montecitorio dopo aver, dall'ufficio stesso del Parlamento, spedito alcuni dispacci, Alberto Varedo non potè evitare lo sciame infesto dei reporters, petulantemente ossequiosi e curiosi.

- Onorevole, che successo!

- Onorevole, ci permetta di stringerle la mano.

- Onorevole, che fortuna sarebbe se alla Camera parlassero solo quelli che parlano come lei!

- Onorevole, ed è vero ch'ella parte subito?

- Per la ragione già accennata dalla Rupe Tarpea?

- Dev'essere molto piccola la sua bimba.

- Ed è un pezzo ch'è ammalata?

- E che male ha?

Ah, dover rispondere a tutti questi indiscreti, dover almeno trovar per tutti una parola garbata, non poter chiuder loro la bocca quand'essi vogliono penetrare nel vostra santuario domestico, scrutare i moti del vostro cuore, che supplizio, che umiliazione! E come sbarazzarsene, Dio buono, se appartengono anch'essi alla razza

 

degl'imi che comandano ai potenti,

 

e l'averli ostili significa spesso inimicarsi i giornali ch'essi infiorano della loro prosa di studenti bocciati?

 

 

 


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