Enrico Castelnuovo
I coniugi Varedo

XXII. Da Roma a Torino.

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XXII.

 

Da Roma a Torino.

 

- La Tribuna con la caduta del Ministero.

Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo nell'atto di montare in fiacre per recarsi alla stazione, e lungo tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli aveva sentito ripetere:

- La Tribuna con la caduta del Ministero.

Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi: l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di basta, basta, ai voti; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi, raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la crisi con le frasi di prammatica: - Il Ministero si riserva di prender gli ordini di Sua Maestà.

Sotto la rubrica Ultime notizie, il giornale si scusava di non poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima. - Le sorti del Gabinetto erano già decise - soggiungeva la Tribuna, - ma è certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di... vinse molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.

Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si leggeva in caratteri cubitali:

«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo voluto dalle circostanze».

In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose in tasca. Omnibus d'albergo, , vetture di piazza e vetture private convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata, spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi; qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i rivenditori seguitavano a urlare: - La Tribuna con la caduta del Ministero.

Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò. Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.

Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni, condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.

Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte. Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.

- La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista. Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio sottosegretario di Stato.... Meritereste di più, meritereste un portafoglio...

Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una parola che tradisse il suo intimo pensiero.

- Grazie - egli disse, interrompendo San Giustino; - ma in Italia si diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel Gabinetto.

San Giustino fece una spallucciata.

- Ciò importerebbe poco... Vi vedrebbero alla prova... Gli è piuttosto che si son presi tanti impegni....

- Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è già un bellissimo posto.

- E contate d'esser presto di ritorno? - chiese San Giustino.

- Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende sul capo? Vi telegraferò.

- Signori, in vettura.

Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi.

Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico.

- Meno male che arrivo in tempo... Con quei benedetti tram non c'è regola... E hai avuto altre notizie?

- Nessuna... Ne troverò a Pisa o alla Spezia...

- Speriamo bene.

Varedo tentennò la testa sfiduciato.

Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti!

Il treno si mosse.

- Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso - gridò Varedo a Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e a sinistra.

Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e sulla sua probabile soluzione.

- Ecco chi la sa lunga - disse uno di loro accennando a Varedo. - Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col divo.

- Io ne so quanto voi - rispose Alberto.

- Già, già, non vogliamo essere indiscreti.

L'onorevole Cataldo, ch'era il più anziano dei tre e aveva cinque medaglie, cominciò a spifferar la sua lista. San Giustino, Presidenza e interni, Rutigliano, esteri, Lentini, guerra, Bavardi, marina, Pietrasanta, tesoro...

- Neanche per idea - interruppero gli altri. Erano d'accordo nel tener per fermo che l'incarico sarebbe dato a San Giustino, ma circa alla formazione del Ministero ognuno aveva la sua opinione.

- Se non fate parlare Varedo, è inutile - disse con la sua vocina di musco l'onorevole Orsara ch'era seduto a uno degli angoli e succhiava un pezzetto di cioccolata.

- Quando vi ripeto che non so niente...

Senza curarsi delle proteste, Cataldo seguitava la sua enumerazione.

Modica, finanze, Brusasco, grazia e giustizia, Sardi Gallese, istruzione pubblica...

- Ma che? Non è adatto...

- Importa molto! - replicava Cataldo. - Un Ministero si fa come si può, e nemmeno San Giustino farà miracoli. Del resto, caro Varedo, oggi noi vi abbiamo aiutato a rovesciar Crugnoli che era ormai un Presidente del Consiglio impossibile. Ma non ostante il vostro magnifico discorso, non siamo così ingenui da credere che sorgerà un'era nuova. Ne ho acquistata dell'esperienza in cinque legislature, e vi assicuro io che plus ça change plus c'est la même chose. La Camera è quella che è.

- La Camera si cambia - notò Varedo.

- La scioglierete, non c'è dubbio, e probabilmente di San Giustino salendo al potere, avrà il suo bravo decreto in tasca.... Ma il paese vi rimanderà su per giù gli stessi uomini...

Continuarono a discutere per un poco; poi l'onorevole Orsara fece una proposta.

- Se cercassimo di dormire per qualche ora?

E si levò in piedi per abbassar la fiamma del gaz, ma, breve di statura com'era, non ci arrivava.

- Son qua io - disse il suo vicino, l'onorevole Francioni, ch'era una pertica. - Ma io mi guarderò bene dall'addormentami. Scendo a Grosseto.

- E noi scendiamo a Pisa - soggiunsero i due compagni. - Non c'è che Varedo il quale faccia un viaggio lungo.

- Pur troppo. E che viaggio!

- Ma! - sospirarono i colleghi con quell'accento di simpatia discreta che le persone educate hanno sempre a loro disposizione come la moneta spicciola che si tiene nel taschino della sottoveste.

Il treno divorava lo spazio. Col berretto calato sulla fronte, l'onorevole Orsara russava, Cataldo e Francioni sonnecchiavano a occhi aperti.

Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva l'angoscia di chi non sa scacciare da una visione dolorosa. Quanto più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno, e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi...

E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo? Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva mandate sulle ali del telegrafo?

Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata fra loro.

E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza, alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo stimolava alle grandi cose?

In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo genio che provasse la voluttà crudele di nuocere.

Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra, con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro: la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le persone dormienti... e, insieme col resto, una faccia pallida, ansiosa.... Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale, fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa, una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano più fitte e più nere.

- Oh... oh... oh... - fece a un certo momento Francioni, agitando le lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico. - Ho dormito?... Ove saremo?... Che ore sono?

Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e guardò l'orologio.

- Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto... Se non mi svegliavo da me...

- Vi avrei svegliato io; non dubitate - disse Varedo.

- Oh grazie, Varedo... Credevo che dormiste anche voi... Questi qui sono due ghiri.

In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo.

- Coraggio... Chi sa ancora... Suppongo che ci rivedremo presto a Roma, perchè il nuovo Ministero... il vostro Ministero... dovrà presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio... Addio, addio...

E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra.

Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè?

L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma, l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa, guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare, sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi, rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino: Meritereste un portafoglio. - Sì certo, presto egli se lo sarebbe conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato faccia all'Italia!... Ah come impallidivano al paragone le gioie, i dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte più largo di quello delle pareti domestiche!

Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute. Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono: il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di , la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida esaltazione? Se di a qualche mese si fosse parlato di lui come d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza?

Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana!

Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.

- Oh bella! - disse Orsara spalancando la bocca a un enorme sbadiglio. - Siamo in tre soli?

- Naturale - soggiunse Cataldo.... - Francioni è disceso a Grosseto.

- E non ce ne siamo accorti?

- Sfido io... Quando si dorme... Voi, Varedo, non dormite in ferrovia?

- Questa notte non dormirei in nessun posto...

- Ah, è vero.... Scusate...

Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno, infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini.

- Auff, si respira...

Un lungo fischio echeggiò nell'aria.

Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato. - Ci siamo.

Varedo scattò in piedi.

- Aspettate qualcheduno qui? - domandò Cataldo.

- Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.

Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie, confermando il suo prossimo arrivo.

Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena.

Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana, biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri.

E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue rocche munite.

Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello.

Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si precipitò verso di lui.

- Alberto! Alberto!

Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere Gustavo Aldini.

Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove sventure scancellavano gli antichi rancori.

- Morta? - disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro.

L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento. - Coraggio!

E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente con una raccomandazione sussurrata a bassa voce: - Procurate di lasciarci soli.

- Morta? - ripetè Varedo. - Quando?

- Iersera... Dopo le sette e mezzo... Era tardi per telegrafarti a Roma... Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via... Ma per dar questa notizia era meglio che venisse qualcheduno... E son corso alla stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15... A Pisa non era possibile d'arrivare.... A Spezia ero già da due ore...

Alberto chinò la fronte.

- Dev'esser stato un peggioramento improvviso - egli disse dopo una breve pausa. - Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva assicurato che non c'erano pericoli.... Pregai la mamma d'affrettarsi, unicamente perchè tenesse compagnia a Diana.

- A noi - soggiunse lo zio Gustavo - fece subito un'impressione penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a Belgirate.

- Era un bocciolo di rosa - gemette Varedo. - Sino a pochi mesi fa... sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre... A quell'età... E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo.

- Le donne s'illudevano... E poi le cose potevano tirare in lungo... Per me la bimba era condannata, ma io non mi sarei certo maravigliato se fosse vissuta ancora alcuni mesi.

- E Giraldi - seguitò il professore - come mai Giraldi non s'accorgeva della crisi imminente?

- Ah, se i medici fossero onniscienti!... Del resto, se n'è accorto l'altro giorno... E fu per suo consiglio che Diana ti mandò quel dispaccio....

- Ero legato - esclamò Alberto Varedo volendo scusarsi. - Legato con le mani e coi piedi... Non potevo partire.

- È stata una fatalità! - disse l'ingegnere Aldini con un'intonazione che cresceva gravità alle parole.

- Chi lo nega? - replicò il deputato con veemenza. - Ma non potevo... Si trattava della mia riputazione, del mio avvenire...

- Ieri ci fu un consulto con Mazzioli - riprese lo zio per evitare una discussione intempestiva.

- Tardi, tardi...

- In qualunque momento sarebbe stato lo stesso... Mazzioli approvò interamente la cura seguita dal collega.

Varedo si strinse nelle spalle. - È sempre così.

Poi chiese, esitante: - Soffriva molto?

- No - rispose l'ingegnere. - S'è spenta.

- Non conosceva più nessuno?

- Fino a iermattina la sua mamma... Più tardi nemmeno quella.

Alberto si passò il fazzoletto sugli occhi.

- E Diana - egli replicò. - in che stato è?

- Puoi figurarti.

E adesso quelle due donne son sole in casa... sole con la cameriera e con l'Irene?

- No... C'è il portinaio, e c'è Eugenio Bardelli che ha voluto restare a ogni costo!

Varedo tentennò il capo. - Povero Bardelli!... Anche lui ha avuto una gran disgrazia in famiglia...

- Tutti ne hanno delle disgrazie - mormorò Aldini con voce sorda.

L'altro si risovvenne. - Tu pure. È vero.

Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini portava il lutto sul volto e nel cuore.

E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure: il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri, popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville, i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i cedri.

Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le tendine.

- Se si potesse non esser disturbati...

- Mi sono raccomandato al conduttore... Speriamo...

Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al compartimento chiuso, qualcuno sussurrò: - Ci dev'essere un malato.

I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli altri gridava tutta una filastrocca: - La Gazzetta del Popolo appena arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi.

- Dunque - disse Aldini, - hai fatto un gran discorso ieri?

- Ho parlato, sì... Dovevo parlare.

- E abbiamo la crisi?

- Quella ci sarebbe stata in ogni caso.

- Il Re chiamerà San Giustino?

- Non c'è dubbio... È l'uomo della situazione.

- Tu avrai un sottosegretariato?

- Certo che se San Giustino è ministro, io avrò un ufficio nel Governo - rispose Varedo.

- Dovrai stabilirti a Roma.

- Appunto... Sarà meglio anche per Diana... Tanto meglio quanto più presto.

L'ingegnere non rispose.

Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa e profonda.

Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca ricantava l'antifona: - La Gazzetta del Popolo con la caduta del Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo.

- Dio, che noia! - borbottò Alberto.

Aldini si sforzò di sorridere. - Sono gl'inconvenienti della gloria.

In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo.

- Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma?

- Senti - disse lo zio uscendo dal suo riserbo, - s'io avessi a darti un consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non opporti oggi a ciò ch'ella desidera.

- E che cosa desidera? - chiese il professore turbandosi in volto.

- Vuol andare a Venezia con la sua mamma.

- Vuol fuggire da me... Le sono diventato odioso... È inutile che tu cerchi d'indorar la pillola... Odioso, è la parola... E quanto tempo vuol rimanere a Venezia?... Un mese?... Due mesi?

- Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza perchè vi resti il meno possibile... Ora è meglio non toccar questo tasto.

- Ah, capisco - proruppe Varedo. - Diana vorrebbe una divisione amichevole... Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna... Io le proibirò di partire... Io le imporrò di seguirmi...

Aldini non ismarrì la sua calma. - Tu hai la legge per te... hai la forza... Considera se ti giova d'usarne.

- Diana affronterebbe uno scandalo?

- Chi lo sa?... Tu la conosci... Quando ha preso un dirizzone...

- Ma insomma - ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più calore persuasivo poteva, - di che colpe m'accusa?... Come giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?... Sono un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?... Via, modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome... Se, tre settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una famiglia?... Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente per motivi frivoli?... E la sventura che la colpì non colpisce me pure?... Come mai?... Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci?

Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba agonizzante: - Mi porterete subito a Venezia con voi... L'uomo che per non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito e di padre ha spezzato ogni legame domestico.

Comunque sia, non erano propizi a una discussione il luogo, il tempo, e l'ingegnere si limitò a dire: - Diana oggi non può essere equanime... Bisogna compatirla.

 

 

 


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