Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

VI.

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VI.

I Bollati avevano poderi in più parti del Veneto, ma la loro villa signorile era posta sulla Brenta, ed essi andavano a passarvi alcune settimane della primavera e dell’autunno. Vi andavano per tradizione, per non rimanere a Venezia quando non c’era nessuno, ma quel soggiorno campestre non aveva per loro la minima attrattiva, come non può averne per quelli che portano in campagna i gusti e le abitudini della città. Già per la contessa Chiaretta era un affar di stato il solo tragitto da Venezia a Fusina, e prima di avventurarvisi ella consultava una dozzina di volte l’aspetto del cielo e il parere dei gondolieri esperti nelle cose meteorologiche. Quando non c’era neanche una nuvola, quando non spirava un fiato di vento, quando i barcaiuoli erano d’accordo nel pronosticar la durata del bel tempo, quando a Sua Eccellenza non doleva un callo (ciò ch’era per lei un sintomo infallibile di cambiamenti atmosferici), quando[59] non era martedì, venerdì, allora s’intraprendeva finalmente il gran viaggio. Partiva prima la gente di servizio coi bagagli (parevano le salmerie d’un esercito), poi venivano i padroni in due gondole, portandosi, fra l’altre cose, un gatto favorito dentro un paniere. A Fusina si trovavano le carrozze pronte e la comitiva si avviava verso la Mira. E anche qui S. E. Chiaretta era in preda a notevoli trepidazioni. — Le bestie son bestie — ella diceva saviamente, — ed è sempre un miracolo quando non ne fanno di grosse. — Cosicchè ella sottoponeva il cocchiere a un interrogatorio in piena regola. — Era proprio sicuro dei cavalli? Non aveva mica dato loro troppa biada? E le ruote della carrozza le aveva esaminate bene? Non si sa mai; si senton tante disgrazie.... Adagio.... Era inutile di correre in quella maniera.

Basta; presto o tardi s’arrivava, e il fattore, il giardiniere e il gastaldo venivano a baciar la mano ai padroni. La contessa Chiaretta, tutta intontita dal viaggio, si ritirava prestissimo nel suo appartamento, e per quel giorno non discendeva nemmeno a desinare, ma si faceva servire un brodo in camera da letto. è a credere che nei giorni successivi ella uscisse frequentemente in giardino o facesse delle gite nelle vicinanze; tutt’altro; gran parte della giornata ella la passava in un gabinetto con le imposte accostate per non lasciar entrare il sole, coi vetri chiusi per non lasciar entrare le mosche e la polvere; e soltanto a ora di colazione[60] e di pranzo si trascinava a gran fatica fino in tinello, dicendo che non aveva fame e che non capiva come ci fosse della gente che poteva trovarsi bene fuori di città. La sera però, quand’erano accesi i lumi, quando capitavano l’arciprete, il cappellano, il medico condotto e qualche villeggiante per il tresette, la fronte di S. E. si spianava un poco, ed ella si abbandonava un poco alla dolce illusione d’essere nel salottino del suo palazzo di Venezia. E poichè le seccava di andare a letto presto, essa costringeva quei poveri diavoli a farle compagnia fino a mezzanotte, e li teneva svegliati a forza di tazze di caffè.

Il conte Zaccaria, in fondo, aveva per la campagna la stessa passione di sua moglie, ma non voleva dirlo, e si dava l’aria d’intendersene di agricoltura, e ne sballava di grosse col fattore e col gastaldo, i quali, pur mostrando di ascoltarlo con deferenza, si prendevano gioco di lui. Il peggio si era che di tratto in tratto egli non si contentava delle chiacchiere accademiche, ma s’impuntava a ordinar sui suoi fondi dell’esperienze in corpore vili e sciupava il tempo e i quattrini.

In quanto al contino Leonardo, egli avrebbe assai volentieri fatto senza della villeggiatura. Egli trovava che i ranocchi, le cicale, le lucertole valevan meno dei granchi e che la carrozza valeva meno della gondola. A far lunghe passeggiate non ci aveva gusto; l’imparar a guidar delle bestie gli pareva ignobile, e l’equitazione[61] gli era venuta in uggia dopo che un cavallo lo aveva gettato a gambe levate sopra un mucchio di ghiaia. Sicchè, tutto sommato, s’annoiava mortalmente; tanto più che, cosa abbastanza singolare, in campagna aveva meno libertà di quella che avesse in Venezia. A Venezia andava in gondola anche solo affatto, e quand’egli riusciva a scender nell’entratura e recarsi presso alla riva, era sicuro di non esser molestato più. — Sarà con qualcheduno dei barcaiuoli, — dicevano in famiglia, e nessuno aveva altro da soggiungere, e don Luigi era esonerato dall’obbligo d’invigilare sul suo pupillo. In campagna invece don Luigi doveva seguire il contino dappertutto, e badare ch’egli non andasse sotto una carrozza, o non fosse morsicato dai cani idrofobi, o non isdrucciolasse giù nella Brenta. — Con l’acqua dolce non si scherzasentenziava S. E. Zaccaria.

Don Luigi, a tener dietro a S. E. Leonardo, non ne poteva più, e alla fine della giornata aveva l’aria d’uno di quei cani che per ore e ore inseguono la selvaggina, e alla sera si accovacciano sul vestibolo ansanti e con la lingua penzoloni. Onde, se gli riusciva di sgattaiolar via con la scusa di qualche indisposizione appena faceva notte, correva a rifugiarsi nella sua camera, e si cacciava sotto le coperte, maledicendo al destino che costringeva lui, un uomo di tanto merito, a sciupar la sua vita con un ragazzo balordo e maleducato. Ma ordinariamente non gli era concessa neppur questa consolazione,[62] perchè S. E. Chiaretta, che aveva sempre bisogno di seccar qualcheduno e trovava assai comodo di seccare di preferenza il prete di casa, lo sforzava spesso a rimanere alzato per fare il quarto a tresette in un tavolino o per leggerle la Gazzetta fino a che le venisse sonno. Già ell’aveva dichiarato che alle sue indisposizioni non credeva punto, e che a ogni modo non poteva permettere ai suoi dipendenti di darsi il lusso dell’emicrania e del mal di nervi.

Per don Luigi era meglio che ci fossero ospiti in quantità. E infatti ne capitavano ogni autunno, ed erano, qual più qual meno, tipi di parassiti spiantati e famelici.

Uno degli assidui era il nobiluomo Pietro Canziani, dell’ordine dei segretari, poeta sprositato, autore di madrigali galanti in lode della contessa Chiaretta, la quale si ostinava a chiamar sonetti tutti i componimenti di vario metro che il suo devoto e maturo adoratore le dedicava. Il signor Barnaba Sughillo, impiegato di contabilità, nel fare il suo giro per le varie villeggiature sulla Brenta, non dimenticava i Bollati, e intratteneva anche loro co’ suoi giuochi di prestigio e con la sua prodigiosa abilità nell’imitare il canto degli uccelli, meriti che gli avevano procurato il benigno compatimento delle famiglie patrizie. mancava, sebbene non invitata, la contessa Ficcanaso, la quale, dichiarando di non poter stare a lungo senza vedere i suoi dilettissimi amici, veniva a stabilirsi in casa loro per un paio di settimane almeno. Ella[63] veniva con uno scarso bagaglio di biancheria, ma con una ricca collezione di pettegolezzi, che le facevano perdonar dai padroni l’uggia della sua visita. Nascite, morti, matrimoni, scandali aristocratici e borghesi, arrivi e partenze di forestieri, promozioni e traslochi d’impiegati, tutto aveva un posto nella cronaca della contessa Ficcanaso, e Sua Eccellenza Chiaretta, tra uno sbadiglio e l’altro, pendeva dalla sua inesauribile parlantina. Gli scandali l’attraevano in ispecial modo, come accade a molte donne oneste, che sono piene di curiosità patologiche. E di S. E. Chiaretta, fosse virtù vera, o freddezza, o salute cagionevole, o mancanza di occasioni, non si poteva davvero dir nulla.

I Rialdi poi, l’ho già detto, facevano in villa Bollati la permanenza più lunga possibile. Certo che talvolta, pur di rimanere, dovevano ceder la loro stanza e contentarsi dei peggiori bugigattoli della casa. Ma se ne contentavano perchè la contessa Zanze voleva far economia, il conte Luca aveva bisogno d’una boccata d’aria libera dopo le fatiche dell’impiego, e Fortunata non riprendeva un po’ di colore che quand’era in campagna. Il solo Gasparo preferiva di passare in collegio anche le vacanze.

Gli ospiti di minor riguardo erano vittime del lugubre buon umore di S. E. il conte Zaccaria. Così il nobile Canziani, il signor Sughillo, la contessa Ficcanaso, i Rialdi avevano di tratto in tratto la compiacenza d’esser svegliati prima di giorno da un gallo nascosto in un canterale,[64] o di trovar sparsa l’assafetida sulle lenzuola, o di sentirsi nel cuor della notte strappar via le coperte che erano state insidiosamente legate a una cordicella di cui uno dei capi era fuori della stanza. Quando la burla passava la misura — Ah, — borbottava la contessa Zanze al marito, — se foste almeno nell’amministrazione!

Il conte Luca si stringeva nelle spalle. Gli scherzi del cugino Zaccaria non gli turbavano la digestione, a lui non pareva vero di poter mangiar bene tutti i sette giorni della settimana e di dare qualche capatina furtiva in cucina per assaporare prima del tempo i ghiotti manicaretti apprestati dal signor Oreste. Inoltre, poichè non de solo pane vivit homo, il nostro conte Luca aveva, in quel periodo della villeggiatura, delle insigni soddisfazioni d’amor proprio. Al caffè della Mira non c’era nessuno che gli tenesse testa agli scacchi. Perciò, sia ch’egli giocasse, sia ch’egli assistesse alle partite d’altri giocatori, egli trovava, al cospetto della scacchiera, un brio e una loquacità inesauribile, ed esilarava la compagnia con certi sali attici d’ottimo gusto, come: Fiat lux, faccia lui.Veda lei che ha quegli occhi così bei.Tacete su quegli olmi, o passeri inquieti.Pur che il reo non si salvi i giusto POMI (garbatissima variante al verso del Tasso). — Tu taci Solimano e a nulla pensi.Fermi e nessun si muova — e altre spiritosaggini simili.

Di Fortunata non si discorre neanche. Ella si lasciava cucinare in tutte le salse, e i capricci dei[65] cugino erano altrettante leggi per lei. Leonardo, il quale non voleva intorno a che persone sommesse, stava appunto con Fortunata, con la Rosa nipote del gastaldo, chiamata per vezzeggiativo Rosetta, e con tre o quattro ragazzi di contadini, ch’egli pigliava a scappellotti se si mostravano recalcitranti ai suoi ordini. Ma già la Fortunata e la Rosetta erano le sue favorite. Con loro deludeva spesso la vigilanza del precettore, e s’inzaccherava nei fossi, o si ravvoltolava sui mucchi di fieno, o andava a zonzo pei campi sgranellando i grappoli d’uva lungo le viti. Ora, per un gran tempo, la Fortunata e la Rosetta, ch’erano quasi coetanee, procedettero d’amore e d’accordo, senza ombra di gelosia, chè la Rosetta riconosceva la sua inferiorità di fronte all’altra, la quale, per quanto spiantata, era sempre una damina. Ma in quell’autunno 1838 il contino Leonardo, che sentiva ormai le prime inquietudini dell’adolescenza, si divertì a prendere verso le due ragazze un atteggiamento di sultano fra le odalische, e accordando ora una preferenza a questa, ora a quella, fece sorger tra loro una specie di rivalità. Sicchè esse finirono col non potersi soffrire, e Fortunata, che pur adorava la campagna, vide con piacere la villeggiatura giungere al suo termine. A Venezia, ella pensava, le cose torneranno come erano prima, e quella pettegola della Rosetta non farà più le sue smorfie.

Quest’era vero, ma Fortunata errava grandemente nel credere che, levata di mezzo, almeno[66] per qualche tempo, la Rosetta, il cugino Leonardo non avrebbe avuto altri grilli pel capo. Invece, giunto in città, Leonardo mostrò di aver progredito in pochi mesi in malizia più di quello che in molti anni non avesse progredito nell’ortografia, e Fortunata non gli pareva che una bimba insipida con la quale non c’era sugo a perdere il tempo.

Le tribolazioni di don Luigi in questa fase critica del suo allievo non si possono descrivere. Quand’egli usciva a passeggio col contino, costui guardava le donne in una maniera così sguaiata, così provocante, si lasciava sfuggir di bocca delle esclamazioni così ardite che il povero sacerdote avrebbe desiderato d’esser mille miglia sotterra, tanto se ne vergognava. E borbottava fra i denti: — Anime sante del Purgatorio! Che cosa mi tocca!

Finalmente don Luigi dichiarò che proprio egli non si sentiva in grado d’andar più fuori di casa solo col contino, perchè, lasciando stare il resto, egli non poteva tenerlo per le falde del vestito, corrergli dietro quando il ragazzo s’impuntava a seguir le serve, o le crestaine, o.... c’intendiamo.... chè già un paio di volte i monelli gli avevan dato la baja, a lui sacerdote per bene, e avevan fatto sul suo conto chi sa che razza di supposizioni offensive.

Il conte Zaccaria accolse con filosofica serenità questi avvertimenti, e disse che riconosceva in suo figlio il sangue dei Bollati. I Bollati erano stati sempre così, e poco più d’un secolo addietro[67] il nobiluomo Giuseppe Antonio era fuggito a quattordici anni con una cameriera. Effetti del sangue.

Nondimeno per vigilar meglio sul suo chiaro rampollo, il conte Zaccaria deliberò di affidarlo meno alle cure del precettore e di condurlo più spesso con , al caffè Suttil di giorno, al teatro la Fenice la sera, quando c’era spettacolo o c’erano prove. Poichè il conte Zaccaria ch’era uno dei presidenti, aveva libero accesso anche al palcoscenico. In quel recinto sacro alle Muse il contino Leonardo trovò subito oneste e liete accoglienze, soprattutto dal corpo di ballo. Infatti le pudiche allieve di Tersicore avevano troppa stima del conte Zaccaria da non far buon viso al suo nobile erede, il quale mostrava le migliori disposizioni a seguir gli esempi paterni. Il contino Leonardo, dal canto suo, si pavoneggiava molto di queste sue nuove conoscenze, e quand’era in palco con sua madre nominava a una a una le vaghe giovinette di rango francese o italiano che volteggiavano sulla scena in vestito succinto.

E se la contessa Chiaretta si sgomentava delle inclinazioni libertine del figliuolo e manifestava dei timori al marito, questi tirava in campo la solita scusa del sangue caldo dei Bollati, e soggiungeva: — Ci vogliono le valvole di sicurezza, ci vogliono. Se no la macchina scoppia.[68]

                  


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