Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

VII.

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VII.

La savia massima paterna non rimase infeconda, e a sedici anni appena il contino Leonardo cominciò ad applicar largamente il sistema delle valvole di sicurezza. La prima di queste valvole si chiamava Candida, e occupava un posto onorifico tra le Greche del ballo spettacoloso, La caduta di Missolungi. Senonchè, finita la stagione della Fenice, la Candida prese il volo per altri lidi e le successe una Olimpia ascritta tra le Scozzesi di una Lucia di Lammermoor che si rappresentava al teatro S. Benedetto. L’Olimpia non durò un pezzo neppur lei, e le tenne dietro una Serafina, virtuosa di canto, che, insieme con molte altre cose, aveva perduto la voce. con la Serafina, è inutile il dirlo, si chiuse il ciclo romantico del nostro giovinetto. Giova bensì notare come queste frequenti conquiste asciugassero le tasche del contino Leonardo, il quale non riceveva dal signor padre che un modesto peculio mensile. In questa[69] critica condizione di cose il nostro Leonardo trovò un’assistenza impreveduta nell’ottimo signor Oreste, il cuoco, uomo danaroso e liberalissimo, sovventore magnanimo di piccoli bottegai e merciaiuoli ambulanti con cui egli teneva conto corrente al mite saggio dell’un per cento alla settimana. Trattandosi ora di levar d’impiccio il padroncino, era naturale ch’egli fosse pronto a dare, nonchè i quattrini, anche il sangue. Onde, in quel modo delicato che rende più preziose le offerte, il signor Oreste mise la sua cassa a disposizione del contino Leonardo, ritirandone di volta in volta delle cambialette rinnovabili ogni anno fino al momento in cui il giovane divenisse maggiore. S. E. Zaccaria, che ignorava ogni cosa, potè intanto cullarsi nella dolce illusione che il figliuolo sapesse far baldoria e spenderne pochini, ciò che non sapevano altri giovani del patriziato.

Il sagace lettore non troverà punto strano che il contino Leonardo, entrato ormai in dimestichezza con le Candide, le Olimpie e le Serafine, guardasse con un sorriso di compassione tutte le femmine le quali non appartenevano a quella casta rispettabile. Fortunata divorava in silenzio il suo dolore pel mutato atteggiamento del cugino verso di lei, ma la contessa Zanze non sapeva dominar la sua stizza, e le accadeva sovente di tirar giù a campane doppie contro i Bollati, ch’erano stupidi, ignoranti, vanitosi, villani, egoisti, e lasciavano crescere[70] come l’erba matta il solo maschio che avessero. — Già — ella diceva — per poco che quello sbarazzino continui la vita che fa, egli crepa sicuramente.... E sarà quello che si merita — ella soggiungeva urlando come un’ossessa e dimenticandosi per un momento l’idea da lei vagheggiata di avere il contino Leonardo per genero.

Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò d’imbarcarsi, perch’egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con maggior dolcezza dell’ordinario: — Credilo, sorelluccia mia, io me ne vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo.... Quell’intimità non m’era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient’altro, e adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero, e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con loro.... Ma un giorno, se la fortuna m’aiuta!... Intanto sta in[71] guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi disprezzi che le sue carezze. — Le parole di Gasparo erano per Fortunata tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento, troppo assoluto da potersele insinuare nell’animo, da poter sradicarne le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo i torti di costui, aveva come la coscienza d’un’ingiustizia, di una persecuzione della quale ell’era muta e impassibile testimonio. Le pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza, cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo, con tutta la sua perspicacia, s’era affrettato troppo a rallegrarsi della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati. Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado a quattr’occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi, accennavano a diventare più saldi e indissolubili. — Non sei una bimba — le aveva detto Gasparo,[72] ed era vero. E appunto per questo riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l’agitavano. Ciò ch’ella provava per Leonardo Bollati non era l’affetto uguale, ingenuo e devoto dei primi anni; era a volte un’attrattiva invincibile, a volte una strana ripulsione; ond’ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.

Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa Bollati e ch’ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera dell’erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei momenti in cui ell’era meno disposta alle illusioni, ell’avrebbe riso in faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente necessarie. Colmarli di contumelie quand’essi[73] non potevano sentirla, era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i vantaggi d’una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c’era che lei che avesse un po’ di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo, con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti di vittima ch’erano molto noiosi. Adesso ell’aveva l’aria di fare una grazia ad andar l’autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder la casa e di raggranellar quattro soldi per l’inverno.

La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta, che in brevissimo tempo s’era fatta una bella ragazza. Vispa, civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto al prender marito non c’era furia, chè un marito è un tiranno e nient’altro. A ogni modo, di mariti c’era abbondanza; bastava volere. Per ora preferiva spassarsela, e d’autunno quando i padroni erano in villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo,[74] certa di far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le amiche e i galanti si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e coll’esagerare l’importanza della tresca, ella si stringeva nelle spalle, tant’era sicura che al finir dell’autunno i galanti sarebbero tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle amiche poi non si dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.

La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma dove la vanità non era in giuoco ell’era invece prudentissima, e Leonardo non riusciva a indurla a passeggiate in luoghi solitari, a furtivi colloqui di sera. Anzi quand’egli era troppo insistente, la ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito. Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di tutte le tose ch’egli aveva conosciuto, e ch’ella s’ingannava a partito se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da principessa. C’era proprio pericolo ch’egli la prendesse sul serio![75] Ma queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di a qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa contadinotta.

Era impossibile che in casa non s’accorgessero di questa tresca, e seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta la briga di spargerne la notizia. Ella n’era scandalizzatissima, e non risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d’una villana?

E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto quest’ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni evento, sperasse di tirar l’acqua al suo molino.

L’ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?

Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch’egli non era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva diritto di[76] entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza giudizio?

Bei ministri di Dio! — borbottava la contessa Zanze riferendo al marito questi colloqui. — Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come Ponzio Pilato.

— E perchè non ve le lavate anche voi le mani? — rimbeccava il conte Luca. — Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?

E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.[77]

                  


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