Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

VIII.

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

VIII.

Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di assoluta neutralità, ma, d’altra parte, la contessa Zanze non aveva torto nel presagire che quest’intrigo del contino Leonardo e della Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo aveva mille distrazioni che gl’impedivano di pensare alla nipote del gastaldo, ma quand’era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero. Inoltre c’era ormai di mezzo anche un po’ di puntiglio. Egli giurava e spergiurava a medesimo di venirne a capo, di non voler essere raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi d’una carezza e d’un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le Serafine non lo avevano mai fatto[78] sospirar tanto. Però questi propositi risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo, soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si tenevano sicure ch’esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti, chi doveva sposare quella sguajata? C’era bensì un tal Menico, garzone di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di languir d’amore per lei e d’esser pronto a darle il suo nome, ma a nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse sotto la protezione del gastaldo, ch’era suo santolo.

Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell’oste, finita la ferma militare, tornò in paese e s’attaccò subito ai panni della ragazza, si cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo sposo era bell’e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie. Naturalmente uno sciame[79] di persone officiose, per la maggior parte madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un collocamento, si diedero premura di metter sull’avviso il giovinotto, informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il dente del giudizio e ch’era in grado di regolarsi da . Ai suoi intimi poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano caldo, freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche, perch’era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si fosse assicurato da che tra lei e il contino era troncata ogni relazione.

La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una diecina d’anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, darla vinta alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena ch’ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva,[80] non avevano servito che a tenerla di buon umore.

Il figlio dell’oste era ripatriato alla fine dell’inverno, mentre i Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi, nell’autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un’arte maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto d’occhi aperti per coglierla in fallo.

Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati, quell’anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva accadergli in peggior momento, giacchè egli s’era impegnato con certi suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz’aver vinto l’ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio il suo fine, egli s’era munito d’un anellino di brillanti il cui splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.

Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità femminile.[81]

C’era un’altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma alla Rosetta, e ch’era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il giovine conte, che non s’era occupato mai di costei, cambiò tattica a un tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte. Figuriamoci s’ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che l’aveva per tanto tempo guardata d’alto in basso! E la Rosetta n’ebbe una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch’egli corteggiasse la Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura. Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po’ con tutti. Con la Filomena, s’intende; con Leonardo, ch’era volubile e di pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso, con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua moglie, come gliel’avrebbe fatta pagare!

Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e passare avanti, ma ell’era troppo bella, troppo procace in quell’atteggiamento,[82] col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.

Buon giorno, Rosetta — egli disse fermandosi sui due piedi.

Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che teneva in mano.

— Ti faccio paura? — ripigliò il giovane. E soggiunse più basso: — Come sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di rosa.

— Oh — ella rispose — la Filomena è molto più bella di me.

Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.

— La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.

La fisonomia della Rosetta s’illuminò dal piacere; nondimeno ella si tenne in un certo riserbo: — A me dice così, a lei invece....

— O che credi sul serio ch’io sia invaghito della Filomena?

To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...

— Tutti quanti credono male, quest’è la verità.... A ogni modo, che te ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?

La ragazza fece un gesto d’impazienza.

— Un bravuomoseguitò Leonardo — un po’ maturo per te... ma dal momento che gli vuoi bene....

— Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?

— Oh bella! risponderò anch’io: tutti lo dicono.[83]

— La gente chiacchiera per aprir la bocca.

— E allora perchè sei stata così cattiva con me quest’autunno? — incalzò il contino passandole un braccio attraverso la vita.

Essa resisteva. — No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.

— Non c’è anima vivareplicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi indiscreti.

Quantunque alla giovane ripugnasse l’idea di questa capitolazione vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo. Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un’illusione dei sensi. Ma il momento buono era passato, e il timore d’essere scoperta ridonò alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più circospetto. Egli non aveva un’anima di leone, e non avrebbe voluto tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch’era uomo capace di non guardare in faccia nemmeno a un’Eccellenza. Ottener la vittoria senz’affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro valoroso contino.[84]

Così Leonardo e la Rosetta si separarono di a poco non senza promettersi che si sarebbero riveduti.

E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo sospetto, la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone aveva avuto per testimonio un monello di dodicanni, fratello della Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s’era lasciata dare un bacio dal signorino. La Filomena scattò come una molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla Filomena l’accoglienza che gl’innamorati fanno sempre a chi accusa dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto, le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir quest’imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In tal modo[85] ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d’un certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro. Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del solito ch’egli le chiedeva con insistenza: — «Come devo fare se ho sempre quel seccatore fra i piedi?» — Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah! bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera; bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un’ora che non desse loro mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto di a tre o quattro giorni. E s’assentò realmente, ma invece di andare a Padova, si ridusse nella campagna d’un suo compare, poche miglia distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la Rosetta dovevano trovarsi[86] nel chiosco chinese della villa Bollati, un chiosco che non s’apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl’indizi, la Rosetta s’era lasciata tentare dalla speranza d’un bel regalo. Ell’aveva avuto l’imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un anellino di smalto regalatole dal fidanzato: — Oh lo smalto ci vuol poco ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti. — Sta a vedere che tu ne hai — rimbeccò l’altra ironicamente. La Rosetta non rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da far intendere che l’averne dipendeva da lei.

Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna compiacenza, ma quand’egli, il cui amore s’era convertito in odio, li invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c’era ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all’aria. Che Beppe piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era meglio non occuparsene.

Però questi consigli non ebbero presa sull’animo risoluto del giovane. E poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell’ora fissata pel ritrovo dei due amanti, s’introdusse per una siepe nella villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal chiosco. Il contino Leonardo non istette[87] molto a comparire, aperse con la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di a dieci minuti s’intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce sommessa (la voce di Leonardo) disse: — Avanti; — una figura di donna avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s’era appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare, resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma, quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto, ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò il contino a ruzzolar nell’erba, mentre teneva stretta pei polsi la Rosetta e la colmava d’ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S. E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena, la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare la napoletana di spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d’una spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.[88]

Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel delle feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canapè. Per fortuna c’era presente il dottore, il quale dichiarò che non c’erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta, pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servitù.

Leonardo, ch’era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per gridare: — Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo condannare a morte. — E nel dir così digrignava i denti e agitava le braccia con piglio minaccioso.[89]

                  


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License