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Si sa quel che dura l’energia degli uomini deboli. È uno scatto e nulla più. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto nell’irresolutezza e nell’indolenza di prima. Così avvenne al conte Zaccaria. La tarda severità mostrata verso il figliuolo poteva ancora dar qualche frutto, ma per ottener ciò bisognava che essa non rimanesse un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H. Zaccaria lasciò che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole che s’era levato intorno al suo nome, ripigliò le sue abitudini dissolute, s’invescò peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette ogni verecondia. L’illustre casato, il largo censo (almeno[101] creduto tale), l’aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la cosidetta buona società, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe perdonato volentieri a’ suoi rotti costumi, sol ch’egli avesse saputo rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed egli non s’acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, e sior Bortolo, l’agente generale, vedeva allontanarsi la probabilità di ristorare con una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt’al più, si sarebbe forse potuto sperare di trovar un dì o l’altro qualche pizzicagnolo arricchito che per nobilitar la figliuola non badasse al resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare che il contino Leonardo fosse uscito di minorità, ossia, come prescriveva il Codice austriaco, ch’egli avesse compiuto i ventiquattr’anni, e l’ottimo sior Bortolo, che vedeva la proprietà stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d’ipoteche dubitava molto di poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto l’inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o avariate nella[102] riputazione, che potevano in caso disperato offrirsi come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto sconcertò tutti i suoi disegni.
Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la malattia prese un tale carattere di gravità da incuter seri timori. Da un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma l’idea che con lui sarebbe perito l’unico rampollo maschio di una grande famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in mano di gente straniera, destò una certa commozione in paese e fece seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.
Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci gioverà di sapere si è che l’infermità del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa Zanze Rialdi una parte dell’influenza che da qualche anno ella andava a grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della contessa Zanze, quando c’era qualche malato grave tra i suoi conoscenti, di recarsi in persona presso la famiglia, e lì, senza tante cerimonie, profferire i propri servigi, l’opera sua, i lumi della propria esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co’ suoi figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia, la tosse canina e tutte le piaghe d’Egitto, e nondimeno eran sani e salvi più per virtù delle sue cure che per virtù del medico.[103]
Se poi il suo zelo derivasse da bontà d’animo, da spirito inframmettente o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo è quello che non si potrà mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come si nasce poeti. Certo si è che la contessa Zanze non aveva chi la pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso, nell’accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto coi debiti riguardi, nell’applicar cataplasmi d’ogni maniera.
Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto nascer Leonardo e lo considerava come un’altra sua creatura, e poteva benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole di salute e nervosa all’estremo, non era assolutamente in condizione da assistere inalati.
La contessa Zanze Rialdi piantò quindi le sue tende in palazzo Bollati tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava più da colazione e da pranzo, giacchè la rispettiva moglie e genitrice non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Però il conte Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.
Invece la contessa Zanze stava dì e notte al letto di Leonardo che le si era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono affezionarsi[104] a coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera, e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua salute.
Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla lustrissima Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la torpida contessa Zanze aveva l’aria di voler rassegnarsi presto, e S. E. Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d’infermiera! Ma non c’era caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch’ella non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano l’uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi nell’andito, s’affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza, in fondo all’alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani lunghe e scarne che giacevano immobili[105] sulla coperta del letto. Povero Leonardo! Com’era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.
Alla fine i medici dichiararono che l’ammalato era fuori di pericolo, ma che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po’ di battisoffia che sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.
Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a tenergli compagnia per un paio d’ore al giorno.
Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti della prima giovinezza. Così l’albero investito dal turbine sente le sue radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva con maggior simpatia dell’usato la compagna de’ suoi giochi infantili, e l’accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le empiva l’anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch’ella aveva avuto ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano. Covava il suo male, ecco la ragione de’ suoi modi aspri, de’ suoi stravizzi, di tutto. E poi c’eran stati i falsi amici che lo avevano traviato,[106] que’ falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava cattivi consigli, egli era un altr’uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo: — Vedi chi di noi due s’ingannava! — Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte ch’egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s’era commosso neppure alla notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca — egli aveva scritto sdegnosamente ai suoi genitori — perchè non si deve augurar male a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè per la famiglia, nè per Venezia, nè per l’Italia.»
— L’Italia! Che cosa c’entra l’Italia? — brontolava il conte Luca.
Se c’entrasse l’Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile opinione del nobile Piero Canziani, c’entrava nientemeno che l’umanità. Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell’insigne poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta, avvertita che non era un sonetto, chiamò un verso. Ora il componimento del nobile vate esordiva così:
Sorgi, o contrita
umanità. Dal coro
Sgombra il vano terrore;
Questo figlio d’eroi vive e non muore.
[107]
Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano
I fratelli hanno ucciso i fratelli.
— Non c’è giovane di negozio — osservava don Luigi con aria di sprezzo — che non sappia dire una roba simile.
Anch’egli, l’ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta all’Ateneo col titolo: Alcuni pensieri sul migliore uso della congiunzione separativa O. Non era che il frammento d’un’opera linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato certe riputazioni!...
Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un momento tutto l’antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale fu l’abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono non solo a riempire l’epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti vantaggiosi con tre o quattro restaurants di second’ordine.
Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo[108] avvenimento, il conte Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d’infanzia, alla Casa degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la Gazzetta privilegiata di Venezia ebbe da registrare con parole di sentito encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani sentenziando: — I Bollati sono sempre i Bollati. — Alla quale affermazione sior Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.
Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna, ove non c’era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto l’impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio. Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto. Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del palazzo a domandar sue notizie; poi non s’eran più fatti vivi. E siccome d’altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per[109] bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli anni dell’infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l’uggia di quell’eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia, invocava dal cielo il favore supremo d’addormentarsi in quel sogno e di non riaprire gli occhi mai più.
Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio fisico non avvertito per l’addietro, sia che il non trovarsi in mezzo alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue, considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell’animo suo ci vuol poco a immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da scrupoli, insofferente d’altre catene che di quelle che s’annodano e sciolgono in un giorno, egli intendeva l’amore in un’unica maniera... la maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di[110] professione. L’idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co’ suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo stringevano a lei, nè l’affezione sommessa ch’ella gli mostrava, nè la gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s’egli fosse stato sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era così cauto, così riguardoso; il turbamento ch’ella provava vicino a lui era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l’assalisse una vana inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s’urtavano, ell’arrossiva fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda abbastanza ne’ suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le sensazioni ch’ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che[111] quei due ragazzi se la intendevano, e tornando sempre con la mente al sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s’ingegnano, guai. E se il conte Luca s’avventurava a dire: — Bisognerebbe badare di più a Fortunata, mi spiego? — essa lo faceva tacere con un brusco: — State zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.
In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata: — Ohe tosi, io non istò mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta che non mi facciate il chiasso vicino.
I tosi avevano ormai l’uno vent’anni passati, l’altra quasi diciotto, e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi ell’aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i baicoli col nobile Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle altre dame che venivano a visitarla, da giocare a consina con don Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali.[112] Tutto ciò senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?
Con quest’assoluta libertà lasciata a’ due cugini, accadde quello ch’era da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata più debole.....[113]