Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

XI.

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XI.

Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta, oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a sottrarsi all’abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera, sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta diventasse pubblica, se[114] ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo pensiero, ce n’era un altro che l’atterriva ancora di più. Era il pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come si fa d’un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove andrebbe a nascondersi? L’idea del chiostro, accarezzata in passato, tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l’animo inquieto vi si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non tardava a dirle che anche questa era un’illusione, e che non c’è porto ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva incatenata alla terra? E quell’amore come sperar di sradicarlo s’esso era parte dell’esser suo, s’ella gli aveva sacrificato ogni cosa più cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre voluto!... C’era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo bello, lo trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili. Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la fortuna non l’aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare[115] ad una principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch’egli sposasse un’altra, prima ch’egli amasse un’altra....

Così, senz’accorgersene, ell’accettava il suo disonore, accettava tutto piuttosto che l’abbandono. E quando s’alzava dal letto dopo una notte insonne e angosciosa, ella contava l’ore e i minuti che la dividevano dal momento in cui il gondoliere di Ca’ Bollati sarebbe venuto a prenderla per ordine della lustrissima e l’avrebbe accompagnata a palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone, sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in largo la sala!

— Sia ringraziato il cielodiceva la contessa Chiaretta. — Se Leonardo non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò, ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.

Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini s’erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire in un’ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar colà. Prima di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per prendere una boccata d’aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e cassette di fiori pei quali Leonardo s’era acceso d’una subitanea passione e ch’egli rimondava con gran cura dell’erbaccie, e inaffiava ogni giorno.[116]

I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checchè avvenisse lassù, ella non sentiva romore.

Ma la baffuta siora Placida, la cameriera anziana, che teneva le chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato più d’una volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di positivo perchè lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un molesto cigolìo che avrebbe tradito l’esploratore indiscreto. Pure, dei pochi indizi ch’essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del Bellunese, con la quale, di nascosto della siora Placida, egli era in ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa passò per tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no metter sull’avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta. Il signor Oreste, il cuoco, stava pel sì, e sosteneva che la era tutta una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale voleva[117] costringere il lustrissimo Leonardo a sposare la sua figliuola, e intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l’uscio e il muro. Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perchè, sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un partito adattato pel padroncino, e da sì misere nozze la servitù non poteva sperare mancie, regali convenienti. E poi non c’era una ragione al mondo di favorir gl’intrighi della contessa Zanze, che al capo d’anno non dava un centesimo a nessuno.

Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacità del signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la disgrazia d’essere antipatico a’ suoi compagni, e accadeva assai di rado che i suoi consigli fossero accolti.

Prevalse dunque l’opinione contraria, difesa con molto vigore dal cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non c’erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, occorre scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. La siora Placida poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.

E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di cose passate, era costretta nella sua lealtà a riconoscere che, per quel che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre stati di manica larga e non c’era che la lustrissima Chiaretta la quale,[118] avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer di .... Beninteso ch’ella, la siora Placida, non avrebbe messo le mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero mai fatto altro che sorseggiare il caffè e sgretolare i baicoli.

Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servitù che con curiosità mal dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina quelle chiose che si possono immaginare.

Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovinò che c’erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli abboccamenti segreti nello stanzone, tanto più che ormai si era levato il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre s’avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare il nodo a poco a poco.

La povera ragazza, dopo aver con sì calde lagrime chiesto al Signore di allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s’allontanava da lei ebbe un risveglio tremendo. Ella capì che stava per succedere il peggio, capì che Leonardo l’abbandonava. E resa ardita dalla disperazione,[119] volle a ogni costo ch’egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e nel suo amore e nel suo dolore trovò accenti così caldi ed appassionati, quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e peritoso. Egli, più infastidito che commosso, cercò in principio di calmarla con buone parole; poi, com’ella non se ne mostrava paga, perdette la pazienza, e si lasciò andare al suo linguaggio cinico e sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse? Ma già egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli grata della prudenza con cui egli s’era condotto? Se la cosa tirava in lungo altri due o tre giorni, c’era da scommettere che sarebbe nato uno scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perchè nessuno sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella riputazione. E ancora si lagnava?

Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva già angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un pezzo; chè ogni lieve segno d’affetto da parte di Leonardo era bastato a rianimare le sue illusioni. Adesso però, dopo le parole dure, recise, sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all’orecchio, non c’era più illusione possibile, non c’era più spiraglio di luce che rompesse le tenebre ond’ella era cinta. E si[120] sentiva sola, derelitta nel mondo. I suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre perchè non l’aveva vigilata, perchè non l’aveva avvertita? Un lampo tremendo le attraversò la mente. Se sua madre, che fin dall’infanzia le aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino, se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma che cosa gli avrebbe scritto? Ch’ella s’era prostituita, ch’ella s’era disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne (povere donne!) si fa sempre così; tocca a loro a difendersi. Ah senza dubbio la vera colpevole era lei che s’era lasciata acciecare, inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede. Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo. E di nuovo una voce intima le additava come suprema[121] áncora di salvezza il convento, seppur c’era un convento che volesse accoglierla.

Sotto l’impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio, ella corse in traccia d’un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito di espiare i suoi errori con una vita d’orazioni, d’astinenze, di sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch’ella uscì dal tempio più invasata che mai dall’ascetismo e più che mai decisa a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella mattina il pallore e l’abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato d’esaltazione in cui ella si trovava e l’assoggettò a un interrogatorio in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova confessione, ma non potè schermirsi dall’insistenza materna. Stremata di forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco, non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè ell’era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la caduta di Fortunata doveva darle un’arma per venire a capo de’ suoi disegni, ell’era prontissima ad assolversi d’ogni colpa. Sì, sì, ella non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta[122] meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo. Invece era successo precisamente l’opposto. Fatalità! A tale proposito la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l’arte finissima da lei adoperata a’ suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar il proprio grano in erba. Del resto, ora l’essenziale era di non smarrirsi d’animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò, quando la ragazza tirò in campo l’argomento del chiostro, la contessa, che fino a quel punto l’aveva ascoltata con simpatia fingendo di non accorgersi dei rimproveri indiretti che c’erano nelle parole di lei, mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una sola cosa poteva salvar l’onore della famiglia, il matrimonio. Ma Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio era impossibile, e che a ogni modo ell’era ormai risoluta a fuggire dal mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.

Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in deliquio.

Assistita subito dalla madre, ella non istette[123] molto a rinvenire; ma si lagnava d’una grande spossatezza, d’un malessere generale ch’ella non sapeva spiegarsi.

Un dubbio improvviso sorse nell’animo della contessa Zanze; tuttavia ella tenne per le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma, di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia voleva tiranneggiarla.

Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa, consentì a mettersi a letto.

Il conte Luca, tornando quel giorno dall’ufficio con la testa piena d’un finale di scacchi ch’egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino appartato.

— Che cosa c’è? Che cos’è successo? — chiese il poveruomo che non capiva.

Zitto! — disse la contessa. — Non facciamoci sentire dalla gente di servizio.

La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po’ sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.

— Insomma? — ripigliò il conte abbassando la voce.

E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto quello che l’indisposizione di Fortunata le faceva supporre.

Il nobile Rialdi era d’indole mansueta, ma[124] in certi casi non c’è mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.

— Questa tegola mi casca sul capo! — esclamò il conte Luca, girando come un forsennato su e giù per la stanza. — Mi spiego?... Non l’avevo detto io che l’andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo, voi....

— Eh non mi seccateinterruppe la contessa Zanze. — Piuttosto andate a chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque si navighi.

Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.

Povero me, povero me! — gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano. — Poteva toccarmi di peggio?

La contessa moglie gli diede sulla voce. — Ci vuol altro che queste smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un pampano.

La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze, secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito lasciò l’ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla figliuola.[125]

                  


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