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E Fortunata?
Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente palese, ce lo dirà una sua lettera, ch’ella, di nascosto dei suoi genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s’impadronì di me un nuovo sentimento, che dev’essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d’esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi;[135] che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò qualcheduno da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell’orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome della nostra creatura, io ti amai come s’ama a diciott’anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera.
«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora
«la tua Fortunata.»
Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.[136]
Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue mosse strategiche.
Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al quale l’occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della contessa Zanze, s’egli fosse un uomo o un pampano era mancata assolutamente per colpa della moglie medesima che l’aveva lasciato in disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell’averle sacrificato la sua partita a scacchi al caffè della Vittoria, e per ricompensamelo faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d’ufficio e consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.
Senonchè, in mezzo a tante cure che l’angustiavano, Fortunata andava soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s’affannava a spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso l’uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta in sè stessa, seguiva altre fantasie. — Sarà un maschio? Sarà una femmina? A chi somiglierà?
Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento del sangue, ebbe un[137] impeto di tenerezza che la fece sciogliere in lagrime.
— Misericordia! Che altri malanni ci sono? — esclamò il conte Luca, il quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.
Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando: — Povero piccino! povero piccino!
Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt’al più: — No, Fortunata, no, non conviene agitarsi. Il medico te l’ha proibito. Mi spiego?
Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi pensieri.
— Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano bene!
— Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote? — E il conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi una lagrimetta col dorso della mano: — Ma! Speriamo che tutto finisca secondo giustizia, mi spiego?
Un po’ per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po’ per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d’uomo, veniva ogni tanto a far l’ufficio di confortatore e a dire che non aveva ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto[138] prima. E una parola di S. E. sarebbe bastata senz’altro, perchè i Bollati eran gente religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva sempre alle pratiche del culto.
— E quando c’è la religione, — concludeva monsignore, — c’è l’essenziale.
Però la contessa Zanze non era soddisfatta. Sior Bortolo era duro come un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e s’erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo quel marchese Ernesto! Un po’ meno pingue, ma più pettoruto di quello che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S’era appena degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l’era tenuta sulle ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora certa gente.
Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo s’era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si volevano spinger gli scrupoli all’estremo. Di spose convenienti per Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una[139] mezza dozzina, tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate nell’almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la ragazza da preferirsi.
Probabilmente non c’era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, sior Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo, mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo Rialdi.
L’appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca, amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che l’eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva creduto l’ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che cuore Gasparo[140] li avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende. L’incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell’anno 1844 per iscongiurare l’imminente sciagura, la fiera dichiarazione pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un editto dell’Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta, commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch’era stato il confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido ingegno l’inanità dell’impresa s’era invano sforzato di trattenerli, aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl’impeti dell’entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a cui non gli era lecito di sottrarsi.
Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d’accordargli un congedo[141] d’un mese per motivi gravissimi di famiglia.
Il comandante, austriaco fino al midollo dell’ossa, ma buono di cuore e amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta, e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell’ufficiale:
— Che avete, Rialdi? — gli disse. — Non vi si riconosce più.
L’altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva di partir subito per Venezia.
— Mi date proprio la vostra parola d’onore che partite per Venezia? Solamente per Venezia?
Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce ferma: — Sì, le do la mia parola d’onore.
— Ebbene, ebbene, — brontolò il comandante ordinando allo scrivano di redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa: — Vedete, Rialdi, sono momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a tutti.
Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.
— Del male a tutti, — ripetè il suo interlocutore. — Si vive in un’atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera specialmente.... figli d’un contrammiraglio.... Non par vero.... E che cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro[142] le truppe di S. M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.
Quest’ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo lavoro.
— Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente.... Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d’onore.
— Gliel’ho data, — tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.
E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste. C’era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta, tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava, si faceva all’amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano sulle acque fosforescenti.
Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.[143]