Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

XV.

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XV.

Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.

Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19 giugno di quell’anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il appresso. La Gazzetta privilegiata di Venezia di martedì 6 agosto riproduceva dal Giornale di Napoli l’estratto della sentenza pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di memorie e d’affetti. Era già molto se l’insulto villano non li accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche, nell’intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.[155]

Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di consacrare la sua vita all’idea per la quale i suoi compagni d’armi erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa abborrita, a servire sotto una bandiera ch’egli tradiva; però i tempi tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli obblighi di soldati.

Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva avere per lui conseguenze gravissime.

Egli aveva pregato un suo conoscente d’introdurlo una sera nel Casino dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del processo contro i Bandiera e i loro complici.

Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l’amico, quei fogli erano tutti accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura d’insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la sua pronunzia[156] ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un articolo del Giornale di Napoli, contenente un giudizio sommario sull’impresa di Calabria. Impresa incredibile al racconto, di superlativa stoltezza, di crassa ignoranza, la chiamava il dotto articolista, e l’illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda dell’occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia. Anch’egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po’ carbonaro, e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata, tanto più che l’ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni. La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un vigliacco come il cognato Leonardo.

Penissimoesclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in manoSuperlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es... Così è.

L’uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se fossero padroni loro?

Gott bewahre! Dio guardi! meglio la fine[157] del mondo... Sarebbe come Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.

— Quel Mazzini! — disse un signore grave e maturo tentennando la testa.

Sicuroassentì il marchese. — Quel Mazzini, gran canaglia... Se si prende, non fucilarlo... troppo onore... Erhängen muss man ihn... come si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare...

— Quello non si pigliaosservò un altro — e intanto dei poveri giovani vanno a farsi ammazzare per lui.

— Che poferi giovani? che poferi giovani? — esclamò infastidito il nobile moravo. — Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi, impecilli forse... ma impecillità non scusa.

Gasparo s’era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino all’angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di Mode e Varietà. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all’ultime parole del marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l’amico che s’era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l’altro dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.

Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si tirarono in disparte.[158] Il marchese Ernesto però, antico capitano degli usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più presto glielo permise la sua corpulenza, s’appoggiò coi pugni alla tavola, e disse: — Was wünscht der Herr Offizier? Ja... Che desidera?

— Io?... nulla — rispose Gasparo sforzandosi d’esser calmo. — Anzi mi dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire solamente....

— Ah, foleva dire qualcosa? Bitte... Prego... Parli....

— Volevo dire che bisogna mancar d’ogni gentilezza d’animo per scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un’idea....

Bitte... Prego... Der Herr... Il signore difende i Pandiera?... Ach sehr gut... Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....

— Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l’esser ufficiale della marina austriaca non me ne toglie il diritto, che l’insultare alle tombe è viltà.

Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più del solito.

Viltà?... Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?... Dice a me questo?

— A lei, a lei.... O a chi dunque?

— Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... mich herausfordern... ach ja... provocare...[159] provocar me, marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a speculazioni matrimoniali di sua famiglia....

— Lei mente, lei è un codardourlò Gasparo Rialdi fattosi livido all’atroce ingiuria.

E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen se i presenti non si fossero interposti a tempo.

Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il conte Gasparo Rialdi si trovarono l’uno di fronte all’altro su una striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora alla perfezione le finezze dell’arte, ma il Rialdi era più svelto, più risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l’avversario alla spalla destra e gli fece cader l’arma di mano.

Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe dovuto spazzar via l’ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto tutto contrario alle previsioni.

E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata sempre intollerabile, ma adesso era più[160] uggiosa che mai, dacchè s’era scoperto che, dietro a tanto fumo c’era pochissimo arrosto, e che i famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava affatto. Siccome però i creditori non avevano l’opinione del signor marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl’impegni contratti dinanzi a un tavolino di roulette o di faraone, così le citazioni fioccavano, e raggiungevano l’illustre viaggiatore anche di qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e bevuto in cucina, deponevano per poco l’usata albagìa, e ne raccontavano di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della nobile Herrschaft era stato quello di procurarsi danaro. La servitù dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la nobile Herrschaft fosse costretta a tornarsene indietro con le mani vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il lustrissimo Zaccaria, per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall’agente generale, sior Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai l’ingegnoso amministratore[161] era a corto d’espedienti, e non ci teneva punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti dicendo ch’era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un bifolco, e che quel sior Bortolo era un ladro, e ch’era tempo di vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi. Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de’ suoi parenti, ebbe a confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso del proprio genero. Il lustrissimo Zaccaria aveva su per giù la medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato feritoAuffborbottò fra i denti — se la ferita lo guarisse dalla petulanza!

E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima, d’intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli l’etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo, onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola, e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da un’altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe[162] stato capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali. Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto, si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro. Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.

Al contino veniva la pelle d’oca al pensarci, e la notte successiva al duello fu per lui una notte d’inferno. Si voltava e rivoltava fra le lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore. Peggio poi se pigliava sonno un momento. L’assalivano subito tetre visioni, gli pareva d’essere infilzato come un capo di selvaggina, e si svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato nelle viscere. Allora, un po’ più calmo, cercava di persuadersi che Gasparo Rialdi non l’avrebbe mica aggredito per la strada come un volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e la comunicò ai genitori.

— Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di sposar Fortunata. Ho degli obblighi.[163]

Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso, perchè fino allora il contino non s’era mostrato così soggetto agli scrupoli.

Ta, ta, ta, tadisse Sua Eccellenza il conte Zaccaria — meno furia, ci siamo anche noi.... E com’è che fino a pochi giorni fa il signorino protestava di non volersi ammogliare adesso, mai, con la cugina, con la figlia dell’imperatore del Mogol, se, puta caso, ella fosse venuta da queste parti?

— Io volevo liberarmi dalle seccature di sior Bortolo che s’impuntava a darmi la sua Vinati.

— Di quella non si parlainterruppe la contessa Chiaretta — non è neanche nobile.

Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C’era di mezzo il decoro della famiglia, e conveniva rinunziarci.

— Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio cognatoseguitò Leonardo.

— Oh quelle disse il conte — sono in mente Dei. Il marchese mio genero non fa che citarle a memoria dall’almanacco di Gotha.... Del restosoggiunse il nobiluomo con maggiore solennità — è fuor di dubbio che l’unico rampollo maschio d’una famiglia come la nostra deve pigliar moglie per assicurare la discendenza.

— Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.

Adagio, Biagioripigliò il conte Zaccaria. — Il[164] matrimonio d’un Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant’anni addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....

— E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le figliuoleesclamò la signora Chiaretta.

Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche... — soggiunse il conte moderando un poco l’intonazione pomposa del discorso.

— Sarebbero venute anche adessodisse la moglie — senza questi scandali, senza questa condotta indecente. — Indi rivolgendosi a LeonardoVergogna! Sei la rovina dei Bollati.

Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. Sior Bortolo, chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s’era accorto che le sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel contino Leonardo, s’era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.[165]

— Mi pare, — disse il conte Zaccaria, quando l’agente generale s’accommiatò, — mi pare che sior Bortolo alzi la cresta.

Pare anche a me, — rispose la contessa Chiaretta.

Il fatto si è che sior Bortolo aveva ormai messo da parte un bel gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro Eccellenze.

Ammutolitosi l’agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori dell’unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V. con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli amici.

Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi dei maligni e le[166] mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di casa Bollati. regali, fiori, componimenti in verso o in prosa. Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu costretto a rinunziare alla stampa d’un altro capitolo della sua opera colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.

L’unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più? Contro le nuove prove che l’aspettavano le pareva di esser forte abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in quel Dio ch’ella oggi ringraziava dal fondo dell’anima pel bene che le aveva concesso.

Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia scura.

Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche dopo ammogliato, s’arrabbiava già con se medesimo d’aver così docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo dell’umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell’illustre[167] famiglia e riuscirvi solamente quando l’illustre famiglia minacciava d’andar in rovina, era proprio un’ironia della sorte! La contessa Zanze si sfogava col marito e gli diceva all’orecchio durante la cerimonia: — Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi Dio voglia che non siamo alla vigilia del patatrac.... Se almeno foste nell’amministrazione! — Tacete, — rimbeccava il consorte. — Voi parlereste anche sott’acqua. Non siete mai contenta, voi.

Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch’egli, sebben riluttante, poteva dire d’aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, mercè la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il duello col Geisenburg, egli era partito da più giorni per la nuova destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo si mandava a dirigere alcuni lavori a quell’arsenale, in fatto si voleva tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori rivoluzionari.[168]

                  


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