IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
La salute non mai vigorosa di Sua Eccellenza Chiaretta ricevette una scossa gravissima da questo tragico avvenimento. Solo il piacere della vendetta, che dicono essere il piacere degli Dei, avrebbe potuto far nascere in lei una benefica reazione, ma il vile uccisore di Romeo era fuggito e le imperfette leggi della società moderna non tengono conto del gatticidio. Onde alla lustrissima Bollati non restò altro conforto che quello di querelarsi e d’imputare al carbonarismo questa nuova nefandità. Nè, ritornata di lì a poco a Venezia, e ridotta a vivere nel secondo piano del suo palazzo, ella vi si trovò in tali condizioni da poter rinfrancarsi di corpo e di spirito.
Adesso sì i Bollati cominciavano ad avvertir davvero i segni precursori della miseria. Quegli stanzoni del secondo piano, non più abitati, non più aperti quasi, dopo la morte del vecchio conte Leonardo, avrebbero voluto lusso di addobbi[190] a rivestirne le larghe pareti, e allegria di fuochi crepitanti nel caminetto a mitigar il rigore delle lunghe sere invernali. Invece la mobilia povera e scarsa mal nascondeva i guasti dei muri screpolati e ammuffiti, e dall’ampie bocche dei caminetti senza bragie e senza legna, anzichè il calore e la luce, veniva a buffate l’aria umida e fredda. La sala che, simile a quella del primo appartamento, divideva longitudinalmente il quartiere in due parti uguali, era priva di tende e d’ogni specie di suppellettili e metteva i brividi al solo affacciarvisi, nè la si poteva attraversare che impellicciati e a capo coperto, provocando una fuga generale dei topi che non avevano l’abitudine di esser disturbati nelle loro scorrerie. C’era però una stanza ove i topi non si rintanavano, non fuggivano, ma guardavano petulantemente l’uomo come un intruso, ed era la cosidetta biblioteca o piuttosto archivio di famiglia, chè in fatto di libri non ce n’eran stati troppi in palazzo neppure ai tempi della Serenissima, e i Bollati, uomini d’azione più che di studio, avevano sempre avuto una scarsa passione per la lettura. Ma quegli scaffali erano stati pieni di filze, di buste, di pergamene, di registri che rendevano conto di tutte le mutazioni avvenute nel patrimonio dallo scorcio del secolo decimosesto fino alla caduta della Repubblica e ch’erano stati spesso consultati dagli antichi e coscienziosi amministratori. Subentrato poi il disordine col predecessore di sior Bortolo e inaugurato da sior Bortolo stesso il regime[191] dell’anarchia, l’archivio cadde in assoluta dimenticanza o per meglio dire fu visitato soltanto da qualche servo infedele che trafugava filze e registri per venderle ai pizzicagnoli. Ora i rosicchianti compivano l’opera. Moltiplicatisi prodigiosamente per virtù della vita comoda e delle facili nozze, essi digerivano con la medesima disinvoltura la carta e il cartone, lo spago e la pergamena, le prime note e i libri mastri, le lettere dei gastaldi e quelle delle Eccellenze, i contratti e le mariegole, le commissioni degli ambasciatori e le promissioni ducali. Per distruggerli ci sarebbe voluta una legione di gatti, ma si preferiva di lasciarli in pace sperando che così rinuncierebbero ad invadere il resto dell’appartamento. Solite e vane speranze dei deboli nella moderazione dei forti.
La tristezza dei luoghi era accresciuta dalla solitudine e dal silenzio che vi regnavano. Non c’era stato neanche bisogno di ridurre il numero dei servitori; a eccezione di due rimasti o per fedeltà, o per abitudine, o per la speranza di razzolare ancora qualche cosa, gli altri, visto che il bottino era fatto, s’eran licenziati da sè. E anche don Luigi aveva privato la famiglia delle sue prestazioni domestiche e de’ suoi conforti spirituali. Pover’uomo! Non aveva poi tutti i torti. Sul resto poteva transigere, ma aveva almeno il diritto di mangiar bene, e dopo la partenza del cuoco non c’era più caso di veder portare in tavola un piatto decente. Il dotto istitutore del conte Leonardo se ne andò[192] carico di tutti i suoi manoscritti inediti, imprecando alla sorte che lo aveva fatto nascere un secolo troppo tardi. Cent’anni prima egli sarebbe invecchiato pacificamente presso i suoi Mecenati a’ quali avrebbe potuto dedicar le sue opere stampate a loro spese in edizione di lusso.
In quanto agli antichi conoscenti alcuni non si facevano più vivi, altri venivano per curiosare; primissima fra questi la contessa Ficcanaso a cui non pareva vero di andar in giro per la città esclamando con aria contrita: — Madonna Santa! Quei Bollati a che punto sono ridotti! È una cosa che stringe il cuore.... Una famiglia come quella!... Io vado a salutarli per amicizia, perchè non si vedano abbandonati da tutti, ma ci patisco, in fede mia ci patisco.... Ma! Che lezione pei Rialdi i quali han messo sossopra cielo e terra per accalappiare il conte Leonardo! Eh! Se non fosse che per quella pettegola della contessa Zanze si dovrebbe dire che c’è una giustizia a questo mondo.
Così a poco a poco la loquace femmina lasciava trasparire l’intima soddisfazione recatale dalle disgrazie de’ suoi amici.
E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La campagna aveva esercitato un’azione pacificatrice sul suo spirito, aveva avuto la virtù di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render più intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era tanto sorridente, pareva tanto felice di[193] trovarsi all’aria aperta, in mezzo all’erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva tempo da pensare ad altro, nemmeno all’abbandono del marito, nemmeno alla povertà minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non sorrideva più, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perchè l’avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di lasciarla dov’era. La bimba non sorrideva più, e Fortunata, priva di quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d’una luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realtà, e guardava paurosamente all’avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua creatura?
Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri, era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d’una rovina che del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati s’abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere e ai buoni consigli trovava un’energia che non aveva mai trovato per fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un’esortazione, un rimprovero, guai s’ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand’egli tornava a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la legge agli uomini e di condurseli dietro come[194] cagnolini. Non l’avevano ancora capita ch’egli voleva esser libero? Non avevano capito che s’era tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina appunto perchè intendeva andare e venire quando e come gli piacesse senza render conti a nessuno?
Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava più farsi vedere, ma d’altra parte ella non poteva pigliar sonno finchè non fosse sicura che suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l’uscio dietro di sè. Non c’era dubbio pur troppo ch’egli venisse a fare un’improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola. Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.
Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta deperiva a vista d’occhio, e quella primavera bisognò per cagion sua rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata; aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico di famiglia che la curava[195] per amicizia tentennava il capo dicendo: — Non ci vedo chiaro. Tanto può durare degli anni, tanto può morire da un momento all’altro. Non lasciatela mai sola.
Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e da una vecchia fantesca, tirò innanzi sin verso la fine dell’estate continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati, e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo) della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e dell’altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono salì al Pontificato e un mese dopo la sua elezione promulgò l’amnistia pei delitti politici, la contessa Chiaretta non potè resistere a questo nuovo colpo, e prese commiato da un mondo ove l’ordine naturale delle cose era sconvolto e i patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all’amore coi rivoluzionari.
Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della defunta dimostrò a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i Bollati. E pensare che ott’anni prima mezza Venezia era accorsa ai funerali del conte Leonardo!
— Buffoni! — brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi ch’eran venuti e dei molti ch’eran mancati. — Credono che non siamo più quelli d’una volta. Come resteranno intontiti quando principierò a mettere in circolazione l’oro della mia miniera![196]
Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di sentir troppo profondamente la perdita ch’egli aveva fatta. Solo esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece Leonardo, che si rideva della miniera paterna, provò lo sbigottimento che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla finestra egli accompagnò con lo sguardo il funebre corteggio che usciva dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchiò pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell’atto come un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano sincere e abbondanti dal ciglio, — Oh Leonardo — gli disse — per la memoria della tua povera mamma che adesso è lassù a pregare per noi, per amor di questa bambina innocente che è pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se è proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta, pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo, viviamo l’uno per l’altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi.... Credilo pure, la vita che fai non può darti alcuno soddisfazione, non può che rovinare la tua salute.
Quest’era l’argomento che poteva colpire di più un uomo come Leonardo. E infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata, fosse l’impressione del lutto recente, egli sfuggì i soliti amici e passò la maggior[197] parte della giornata in casa, contentandosi, miracolo davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della moglie. Senonchè le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche questo, che chi vuol levarsele d’addosso deve non solo combattere le sue inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento piccoli acciacchi sinchè il corpo si avvezzi al cambiamento di stato. Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a respirar l’aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve astinenza quello ch’era effetto del lungo libertinaggio.
Uno de’ suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada, gli corse dietro, e battendogli sulla spalla — ehi Bollati — gli disse — come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita della madre... È una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu però... non ci avevo badato... hai l’aria molto patita, sai?...
— Ti pare? — balbettò Leonardo sbigottito di sentir dal labbro di un’altra persona la conferma di ciò che s’era detto lui stesso.[198]
— Sì, parola d’onore.... Del resto, se stai bene....
— Oh sì, sto bene... sono un po’ fiacco....
— Si vede.... Andiamo a prendere un bicchierino di cognac?
— No, no....
— Andiamo; pago io.... Voglio procurarmi il piacere di servir Sua Eccellenza il nobiluomo Leonardo Bollati.... Sua Eccellenza non si degna?
Leonardo cedette, e dopo bevuto quel bicchierino ripetè l’ordinazione, e questa volta pagò lui, per sè e per l’amico. Il magico liquore entrava nel suo stomaco come un padrone che rientra in casa dopo qualche tempo d’assenza; casa e padrone si riconoscono e sono contenti di ritrovarsi.
— Auff! — esclamò il Bollati tirando un gran respiro. — Adesso sono un altro uomo.
— Lo credo io — soggiunse il compagno. — Hai subito rifatto una cera da cristiano.
— Davvero?
— Sicuramente.... Non c’è nulla che ristori come un sorso di cognac.... Si prende un terzo bicchierino?
— Un terzo poi... è troppo.
— Ma che ubbie.... Questo lo giocheremo a pari e dispari.
Così fu fatto e Leonardo perdette.
— A dar retta alle donne si dovrebbe adottare il regime dell’acqua e latte — egli disse leccandosi le labbra.[199]
— Non tutte le donne però — rimbeccò l’altro. — Ti rammenti della Mariannina?
— Quale? La figurante della Fenice? — domandò il conte Leonardo con gli occhietti lustri.
— Quella appunto.... Che bevitrice!... È a Venezia di nuovo....
— Diavolo! Da quando?
— Da poco.... Stasera è a cena con noi altri al Cappello.... Dovresti venire anche tu....
— Io?... No.... Sono in lutto....
— Capisco.... Se si trattasse d’una gran cena, se ci dovesse essere molta gente.... Ma è una cenetta senza pretesa.... non siamo che in cinque, io, per non dimenticarmi, Arduzzi, Caldieri, Dal Maido e la Mariannina.... Vieni, vieni....
— No... oltre al lutto... se tu sapessi... ho tanti fastidi....
— Ragione di più per distrarsi.
— Quel maledetto sior Bortolo mi lesina il centesimo....
— Eh... non siamo in floribus nessuno. Appunto per questo s’è limitata la spesa... Quattro svanziche a testa compreso il vino.... Poi si pagherà una bottiglia alla Mariannina, tanto per vederla un po’ brilla.... Sai che originale è quando ha bevuto più del bisogno.... Tre anni fa, al Ridotto, non ti ricordi?
Leonardo si mise a ridere. Se si ricordava! Una notte allegra come quella non l’aveva passata mai.[200]
L’idea di veder la Mariannina un po’ brilla esercitava un fascino singolare sull’animo del giovane conte. E dopo altri tentennamenti, egli si risolse ad andare al ritrovo.
E vi andò infatti, ed ebbe il piacere di veder la Mariannina un po’ brilla, ma sembra che non uscisse neppur lui dalla cena in condizioni normali, se gli amici stimarono opportuno di accompagnarlo a casa e di aiutarlo a metter la chiave nel buco della serratura.
Spuntava il giorno e Fortunata non aveva ancora chiuso occhio. Le sue speranze di ricondurre il marito sulla retta via erano durate una settimana.[201]