Enrico Castelnuovo
Dal primo piano alla soffitta

XXI.

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XXI.

Il 1847 s’era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s’apriva come una giornata nella quale i rossori inauspicati dell’alba fanno prevedere il temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar l’avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtà[226] sprezzante, pareva domandare a stesso se fosse possibile che i conigli si fossero mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta. Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra nazionale contro l’oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent’occhi della Polizia austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d’ordine gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d’imitazione, per vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità di vedere come andasse a finire una condizione di cosestrana ed insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime s’era condannato da il conte Luca Rialdi, fedelissimo di S. M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza con la[227] politica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere; figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire la loro opinione sugli affari del giorno, non c’era un cane che giuocasse a scacchi, e s’anche una partita si principiava era ben difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.

Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d’appello percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un gruppo d’ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo italiano che s’imbarbariva sempre peggio:

— O signor conte, pen contento di vederla, o ja.... Ich gratulire mich, mi congratulo sua nomina a Regierungsrath?.... Geheimerath?.... ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja, consigliere d’appello.

Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari Bollati.... eine traurige Geschichte.... sì, una triste storia.... quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale afer in mano la faccenda.... man wird sehen; ja.... si vedrà.... pur troppo, poco, anzi nichts, niente[228] da sperare.... Und wie gehet’s.... ja, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?... Unglückliche junge Dame!... Ah prutto mondo!... Anche sua Frau, marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di seguito!... Arme Frau!

Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l’aveva a morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell’idea di girar con lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all’altro!

Dagli argomenti privati l’ufficiale passò a parlare degli argomenti pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli Italiani erano matti, il Papa era ein Dummkopf, uno sciocco che agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quel grosser Kerl del Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici, ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunità egli avrebbe saputo accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello era ein Schwärmer, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che si sarebbero dati: già egli poteva dire con fondamento che il decreto per introdurre il giudizio[229] statario era sul punto di esser sottoposto alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo baccano sarebbe finito.... Ja, gnädiger Herr Graf, so ist es.... così è....

A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore. Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe un’ottima ragione per rifiutar l’offerta.

Il marchese sorrise. — Sie haben nie geraucht? mai fumato? Wirklich so?... Proprio?

— Proprio, proprio... mai fumatorispose il conte Luca.

E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al signor capitano ch’era atteso in un luogo e doveva lasciarlo.

Auf Wiedersehen, Herr Graf... a rivederci... Meine Complimenten den gnädigen Frauen, bitte.... prego miei complimenti alle signore, — gridò l’espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca.

E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccontò ridendo che der Herr Appellationsrath, con quella pillola del giudizio statario in corpo, non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva fermato il conte Rialdi all’unico scopo di recargli un po’ di molestia e di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con un K. K. Offizier. Che se Herr Graf doveva per questa ragione soffrir[230] qualche sfregio dagli italianissimi, egli ne avrebbe avuto molto piacere.

Il conte Rialdi uscì dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui.

Invece prima di sera gli capitò a casa un bigliettino concepito a un dipresso in questi termini:

«Signor consigliere. — Se non foste padre di un eccellente patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro zelo di servitore fedelissimo di S. M.

«Il Comitato.»

Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi liberali pe’ suoi sentimenti di fedeltà, compromesso col Governo per cagion del figlio che un o l’altro doveva passar un cattivo quarto d’ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a visitarla ne’ suoi martedì.[231]

Donna senza giudizio! — le diceva il marito. — Non la volete finire? Non lo sapete che c’è qualche signora che non vien più da voi per non sentir certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito quel nastro.

— Oh, — rispondeva la contessa Zanze. — Voi sareste capace di aver paura anche se vi portassero in tavola un piatto d’indivia mista col radicchio rosso!

— E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d’abbigliarvi come un arlecchino? Vergogna! Alla vostra età!

— Oh! L’età....

— Sì; e con l’allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l’impiego, sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche brutta notizia da Gasparo che sarà un bravuomo, non dico, ma è un cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....

— Voi non sapete preveder che disgrazie.

— E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi spiego?

Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro stampo?[232]

Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose! Non vi ricordate dei Bandiera?

— Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.

— Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni, questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo che si permetta d’aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d’essere in un manicomio e che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi spiego?

E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta agitazione legale; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario, del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l’annunzio alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la notizia della rivoluzione di Vienna era l’ultima scintilla che faceva divampare l’incendio. Il 17 marzo i prigionieri[233] politici, liberati dal carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa, accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente vissuto; pieni di energia, d’entusiasmo, di fede erano invece gli uomini postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l’istituzione della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo atto d’un’epopea? È l’ultima scena d’una farsa? Chi lo sa? Quali sono in quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della prova.

Certo non si rischia molto assicurando fin[234] d’ora che non è un eroe un nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste, ch’è padrone d’una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l’opera sua alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di prodi attraverso il dedalo inestricabile delle callette veneziane, pone ogni studio nell’evitar cattivi incontri.

— Non si passa per i Gesuiti? — domanda un gregario, non so bene se coraggioso o malizioso.

Ohibòrisponde il signor Oreste. — Perchè si dovrebbe passarci?

— Così, per veder quello che fanno quei patatuchi del reggimento Kinsky che son consegnati in caserma.

Bel gusto.... Se venissero fuori?...

— Si spara il nostro colpo di fucile e si l’allarme.

Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della città e nient’altro....

Uhm... Senza un po’ di sangue non la si finisceripigliò il milite battagliero.

— Insomma — grida il signor Oreste con piglio autoritario — qui il capo son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale da me.[235]

Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in silenzio le sue perlustrazioni.

c’è una figura sospettaesclama a un tratto il comandante segnando all’imboccatura d’una calle un individuo che veniva avanti con passo incerto. — Chi va ?

L’individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una parentela lontana con una bestemmia.

— Bisogna vederesoggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi.

E seguìto da loro s’avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo Bollati.

— Oh! Eccellenzabalbetta l’ex cuoco con un resto d’ossequio.

To’, to’ — dice il conte strascicando le parole. — Siete voi... bel mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Già... già che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo.... È vi... vicino....

Il signor Oreste non può negare un sì piccolo servigio al suo antico padrone.

— Ce n’avete... fatte di grosse... voi... — continua Sua Eccellenza appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua famiglia.

Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch’egli era stato sacrificato non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s’era ormai giunti al portone del palazzo.[236]

— Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord inglese?

— Pur troppo, Eccellenza.... Ma!

Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m’han lasciato... a...anche la chia...a...ve.

Il signor Oreste aiutò il conte a introdurre questa famosa chiave nella toppa; poi disse:

Lustrissimo, buona notte....

Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano?

Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora gridava: — Viva San Marco!

Gridano: — Viva San Marco!

— Vi...va San Ma...a...rco? — ripetè a mezza voce Leonardo fermo sulla soglia. — To...o...rna la Serenissima?

— Chi può dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor conte.

E la pattuglia si ritirò.

Noi non vorremmo affermare che quel grido di Viva San Marco non facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse in lui all’idea di veder risorger l’antica Repubblica, a pro della quale i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso l’ingegno. Ma l’impressione, come accade a chi s’è disavvezzato dal pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto troppo, era stanco,[237] aveva un sonno, un sonno! Si strascinò su dei suoi centoquindici scalini, chè non ce ne volevano meno per arrivare dov’egli abitava, e si mise a letto.

Il giorno dopo Leonardo non s’alzò che tardissimo. Affacciandosi a un finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un’animazione maggior dell’usato, sentì più insistente il grido che l’aveva colpito la notte prima: Viva San Marco! E altri gridi insieme con questo: Viva Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà! Inoltre dalle frasi scambiate tra la gente che curiosava sulle rive o ai traghetti capì che gravi fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.

— Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?

— Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li trattava da bestie.

— E com’è andata?

— Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto. Fatto si è che appena Marinovich s’è presentato all’arsenale questa mattina, gli operai, che non se l’aspettavano dopo le minaccie di ieri, gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s’inviperiscono di più e gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all’ingresso, sale per la scala, ma i suoi inseguitori[238] gli sono alle calcagna, un calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.

Di a poco si sente un’altra gran novità.

— L’arsenale è nostro.

— Come? Come?

— Se n’è impadronito Manin.

— Senza combattimento?

Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma le guardie civiche che c’eran dentro dissero: marameo!Fuoco! ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui, esce dai ranghi e grida: Giù le armi. Il tedesco va in furia e si slancia sull’ufficiale....

— Oh diavolo.... E come va a finire?

— Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e getta a terra il tedesco.

Morto?

— No, no; pare che l’abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era meglio.

Perchè! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno.

— Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan tutti insieme: Viva l’Italia!

Viva la nostra marina!

E ormai le notizie si succedono con una rapidità straordinaria.[239]

— Anche i granatieri han fatto lega col popolo.

— I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in potere della guardia civica.

Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini.

— Il palazzo del governo è nelle nostre mani.

— Il podestà Correr è andato da Palffy a intimargli la resa.

— Solo?

— No, con altri tre o quattro.

Passa un’ora, si sparge la voce che ci siano delle difficoltà, che il governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far bombardare la città.

— Alle barricategrida qualcheduno.

— Alle campane. Morte all’Austria!

Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico.

Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata; era proclamata la Repubblica.

Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l’entusiasmo brillava su tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida Viva San Marco! Viva Pio IX! Viva l’Italia! Viva Manin!

Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra. Sporgendo la testa fuori[240] del davanzale, egli vedeva sotto di nel terrazzo del primo piano la famiglia del lord che, insieme con altri connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi e vedeva lui, the scion of the Doges, il discendente dei dogi, e lo mostrava agli ospiti, appollaiato in alto, sotto la grondaia, come una civetta. Quando le grida di Viva San Marco si fecero più romorose e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, the scion of the Doges, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento, cacciandone gli estranei che l’occupavano? Una figliuola del lord, molto romantica, molto byroniana, diceva che sarebbe stata una scena drammaticissima e ch’ella si sarebbe stimata felice d’assistervi anche dovendo esserne la vittima. Ma l’austero genitore, il quale non voleva che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce: — Keep your tongue, you silly thing. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da considerarsi come parte del territorio of our most gracious Queen, della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.

Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22 marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell’esistenza del conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione[241] fortuita, l’uomo acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell’ultimo Doge della Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma gloriosa, contro lo straniero.[242]

                  


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