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Noi non facciamo la storia dell’assedio, e non siamo quindi tenuti a seguir passo a passo gli avvenimenti, nè a discorrer dei casi della guerra, nè della fusione col Piemonte votata nel luglio 1848 dall’Assemblea, nè del moto popolare succeduto l’11 agosto alla nuova dell’armistizio Salasco; diremo soltanto che coll’incalzar del pericolo crebbe l’animo e la saviezza dei Veneziani. Alla richiesta di maggiori sacrifizi rispose più spontanea l’abnegazione di tutti, alla necessità di prepararsi a resistere rispose un’energia maggiore nell’organizzar la difesa. Si provvide all’armamento dei forti, si mobilizzò una parte della guardia civica, si formarono nuove legioni di combattenti, quella tra l’altre che in omaggio ai martiri di Cosenza s’intitolò di Bandiera e Moro.
Fosse il fascino d’un nome che gli ricordava gli amici della sua prima giovinezza, fosse la[268] persuasione di non poter far nulla d’efficace nella marina, Gasparo Rialdi chiese ed ottenne di entrar col grado di capitano in questo corpo che raccoglieva il fiore della cittadinanza veneziana. Fu codesta un’amara delusione per la contessa Zanze, la quale s’era fitta in capo che suo figlio avesse a diventare ammiraglio e non sapeva rassegnarsi a vederlo senza il suo cappello a due punte e le sue belle spalline d’oro. Ai suoi occhi il cambiamento era poco meno di una degradazione, ed essa se la pigliava a vicenda col Governo che non aveva apprezzato abbastanza un ufficiale di quel merito, e con Gasparo stesso ch’era un grand’uomo, ma non sapeva farsi valere. Però queste cose ella non le poteva dire che nel segreto dell’amicizia, alla contessa Ficcanaso, per esempio, quella sua tenera amica che conosciamo, giacchè Gasparo aveva certe massime tutto sue, e guai s’egli avesse sentito che sua madre si lagnava del modo in cui egli era trattato.
In quanto a lui, non desiderava che di poter finalmente combattere, e l’ebbrezza delle prossime lotte lo rendeva dimentico d’ogni altra cosa, perfino del significato doloroso che aveva per la causa italiana quell’avvicinarsi degli Austriaci a Venezia. È vero pur troppo che anche l’eroismo, anche la voluttà del martirio rende talvolta egoisti.
Il lettore conosce abbastanza il carattere del conte Luca da poter credere senza fatica che egli s’apparecchiava agli avvenimenti con disposizioni[269] d’animo affatto opposte a quelle del figlio. Pover’uomo! Dalla metà d’aprile a tutto maggio s’era sforzato di persuadersi della fine del dominio austriaco in Italia, e aveva fatto (almeno così pareva a lui) delle dimostrazioni pubbliche atte a ingraziarlo coi liberali, ma dopo i disastri del luglio e dell’agosto la sua vecchia idea che i tedeschi sarebbero tornati aveva ripreso l’antico predominio e non gli lasciava pace. Il peggio si era che gli toccava divorar in silenzio le sue inquietudini. A lunghi intervalli, quando non ne poteva più e il soffiare gli era uno sfogo insufficiente, vuotava il sacco con Fortunata.
— Matti, matti, matti da legare! — egli diceva (però tanto piano che Fortunata doveva aguzzar l’orecchio per sentirlo). — A un bel punto ci hanno ridotti!... Ecco ciò che ha saputo fare il loro Carlo Alberto, ciò che han fatto i volontari, e i papalini, e i napoletani.... E adesso tutta la tempesta viene addosso a noi; stiamo freschi.... Mi ricordo del blocco del 1813, che delizia!... Questi furibondi che ci governano non se ne rammentano mica, son giovani, loro, se no, non farebbero tanto i gradassi.... Eh, perchè l’esperienza servisse a qualcosa, bisognerebbe che al mondo non ci fossero altro che i vecchi.... E il blocco di questa volta sarà anche più rigoroso, si può scommettere.... Avremo la carestia, la miseria, e chi sa che altri malanni.... Con che sugo poi?... Per calar le brache, con rispetto parlando, per istar peggio[270] di prima.... Figuriamoci quanti impiegati destituiti!... Si terrà conto delle apparenze, delle parentele.... so quel che mi dico. E voglia il cielo che i nostri padroni d’adesso, a forza di arroganza, non spingano i Tedeschi agli estremi... Che se c’è l’assalto, siam fritti. Tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada e di Venezia non rimarrà pietra su pietra... Mi spiego?... Chi è?
Con questo grido angoscioso — chi è? — il conte Luca soleva troncare o interrompere le sue querimonie, chè bastava il sospetto della presenza di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con nessuno una parola di ciò ch’egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili profezie paterne e già precorreva le stragi, gl’incendi, la rovina ultima di Venezia.
Intanto l’anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori d’Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che parevano scesi a combattere[271] sotto la stessa bandiera. Da una parte gl’indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie; dall’altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.
Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfortò i patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la gioia durò poco, e la tragica giornata di Novara ripiombò l’Italia nel lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta dell’esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni d’ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande Repubblica.
Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch’era successa a tanto rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all’annunzio del fiero decreto. Era un’ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno teatrale, ma più virile, più degna d’uomini preparati a morire. Simbolo della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa sventolò sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte dei campanili.[272]
E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica pressocchè quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, udì di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per così dire, in quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma chi, per settimane, per mesi, l’udì da una città assediata sa pure che l’orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo sbigottimento si cambia a poco a poco in un’apatia rassegnata e persino in una spensieratezza gioviale.
Così a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si sarebbe detto talvolta che c’era nella città un’attrattiva di più; onde gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a veder i globi di fumo che s’alzavano dalle lunette dei forti, gli altri, dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.
E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione, decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte, si trincierò fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda linea di difesa non meno formidabile dell’altra, lo strepito più vicino dell’artiglieria, la coscienza[273] del crescente pericolo non valse ancora ad accasciar l’animo dei Veneziani.
Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno voleva sentir parlare d’arrendersi. Di tratto in tratto la gente s’accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai forti. La folla si disperdeva applaudendo e più che mai risoluta a resistere.
Resistere fino all’ultima cartuccia e fino all’ultimo uomo, dicevano anch’essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri quadrati dell’angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel seme era sangue, il più nobile sangue d’Italia confuso insieme in quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell’Alpi, dalle pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi più che fratelli. E cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso, mormorando coi vari accenti d’una stessa favella[274] il dolce nome della patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia che, martiri oscuri, vi copra l’oblio! E onore anche a voi, pochi ma eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d’Italia, pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani vite l’alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libertà!
Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i più intrepidi combattenti di Malghera e del Ponte c’era Gasparo Rialdi. Primo al pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni, ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi compagni d’armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di polvere scoppiò a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci uomini stramazzarono al suolo per non più rialzarsi, altri due, rovesciati dall’urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere, pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era Gasparo.
Ogni settimana egli consacrava alla famiglia una mezza giornata o una notte, ed è facile immaginarsi con che lagrime egli fosse accolto dal conte Luca e dalla contessa Zanze. Chè se il conte era pusillanime come un coniglio e la contessa leggera come una farfalla, questo non voleva dire che non amassero il loro figliuolo.[275] Negli affetti veri, nei veri dolori tutti gli uomini si rassomigliano.
Fortunata, il cui spirito debole era stato soprappreso da un nuovo accesso di fervore religioso, vedeva nella salvezza del fratello un effetto delle sue preghiere alla Madonna, e glielo diceva, e lo scongiurava di non sorridere, di non provocar l’ira del cielo con la sua incredulità.
La sola Margherita, in un’età che non capisce i pericoli, riceveva lo zio Gasparo col sorriso ilare e confidente d’un tempo. Tanto più che egli non si presentava mai alla nipotina senza un regaluccio, ed era curioso vedere quell’uomo grande e grosso, un momento prima in mezzo alle granate e alle bombe, era curioso, dico, vederlo entrar in un negozio di balocchi a prendervi dei soldatini di piombo, o delle minuscole posate di stagno o altre bagatelle simili.
La bimba, quando lo sentiva venire, gli correva incontro con le braccia aperte chiamandolo a nome, ed egli la sollevava per di sotto le ascelle, su, su, fino ad avvicinar la faccia bianca di lei al suo viso abbronzito; poi se la metteva sulla spalla e la conduceva in giro per la stanza.
Dai forti il cannone tuonava e faceva tremar i vetri.
— Vergine santissima! — esclamavano Fortunata e la madre. Il conte Luca si turava gli orecchi con le dita; Gasparo corrugava la[276] fronte come se lo prendesse un rimorso di non esser sul luogo della pugna; Margherita imitava ridendo il suono delle cannonate: bum, bum. Poi si metteva a canticchiare una delle canzonette patriottiche di quei tempi:
Fuoco sopra fuoco
S’ha da vincere o morir,
ecc. ecc.
Oppure
E col verde, bianco
e rosso
La bandiera s’innalzò,
ecc. ecc.
O quella scioccheria in dialetto
Tre colori, tre
colori,
I Tedeschi gà i dolori,
ecc. ecc.
Di lì a poco però, sporgendo avanti la testa come chi da una finestra del secondo piano vuole attaccar conversazione con gl’inquilini del primo, ella arrischiava una domanda:
— Zio Gasparo, cosa m’hai portato?
— Niente — rispondeva serio serio l’ufficiale.
Ed ella, con un suo vezzo inimitabile:
— Sì che m’hai portato qualcosa.
Allora egli la faceva discendere dal punto elevato in cui l’aveva posta, si metteva a sedere con lei e le diceva:[277]
— Cerca.
Margherita cercava di qua, cercava di là e finiva col tirar fuori da una tasca della tunica o dei calzoni gli oggetti che lo zio le aveva destinati e che le strappavano un grido d’ammirazione.
— Guarda, mamma, guarda.... Oh bello, bello!
Fortunata ringraziava il fratello con gli occhi che le si velavano di lagrime. Ah se Leonardo avesse voluto alla sua figliuola la metà del bene che Gasparo voleva alla nipote!
In verità Gasparo Rialdi era meravigliato lui stesso della parte che questa bimba prendeva nei suoi pensieri. Severo, ruvido qualche volta, alieno sempre dalle soverchie espansioni, egli era pienamente convinto d’essere un orso, come gli aveva detto una donna gentile che non era riuscita ad ammansarlo. Ma ciò che non avevan potuto le donne lo poteva ora una fanciulletta di men che quattro anni; l’orso era ammansato.
Un giorno, verso la fine di luglio, quando le previsioni dell’avvenire eran più fosche che mai, e il nemico stringeva intorno alla città assediata il suo cerchio di ferro e di fuoco, e scarseggiavano i viveri, e il lugubre spettro del colèra appariva sull’orizzonte, Gasparo, venuto a casa per poche ore, fece alla sorella una inattesa proposta.
— Fortunata. — egli le disse, e il suo aspetto era più grave e la sua voce più commossa dell’usato — nessuno[278] osa confessarlo, ma tutti lo sentono. Venezia non potrà resistere a lungo.... Fra due mesi, fra un mese forse, ci mancheranno i soldati, le munizioni, il pane... bisognerà cedere come ha ceduto Roma.... Se in questo mese, se in questi due mesi la mia buona stella non mi manda una palla di cannone, e sa Iddio se la cerco....
— Oh Gasparo, Gasparo, che parole son queste?
— Beati quelli che son morti — egli riprese in tuono solenne; — beati quelli che morranno prima che il giallo e nero abborrito torni a sventolar sugli stendardi del nostro San Marco!... Ma io non sarò fra questi felici... pare un destino.... Ebbene, se io sopravvivo, credi tu che io possa rimaner qui? Io, antico ufficiale austriaco, io, disertore?
— No, no... è necessario che tu fugga... subito....
— Non oggi, o Fortunata, non prima che Venezia sia caduta.... Allora prenderò la via dell’esilio.
— Non lo so;... forse a Londra, ove un signore che ho conosciuto a Smirne mi offre un impiego... a ogni modo, ho ventisette anni, ho una salute robusta, conosco le lingue, la matematica; potrò dar delle lezioni.
A questo punto egli afferrò tutt’e due le mani della sorella e guardandola fissa negli occhi, le disse:[279]
— Vuoi seguirmi, Fortunata... insieme con la tua Margherita, s’intende?
— Partire?
— Sì, partire.... Ho qualche risparmio che basterà per il viaggio di tutti noi tre.... Poi lavorerò.... Sarete la mia famiglia.
Ma Fortunata, non rimessa ancora del suo smarrimento, ripeteva balbettando:
— Partire?.... Abbandonare....
— I nostri genitori? — interruppe bruscamente Gasparo compiendo a suo modo la frase. — Poveri vecchi! Lo so, restan soli, ma che puoi tu fare per loro?... Afflitta da tante sventure, nella casa già triste, tu non puoi portare che una tristezza di più.... Certo la mancanza dei figli è un gran dolore, ma nostro padre ha il suo impiego che probabilmente gli sarà conservato, la mamma è d’un carattere ottimista, vede molta gente;... insomma, finiranno col passarsela alla meno peggio, tanto più, se, non avendo da pensare che a sè, godranno d’una discreta agiatezza.... Credilo, Fortunata, ciò ch’io ti propongo non nuoce a nessuno e può giovare a molti:... a me, a Margherita, a te stessa, che qui sei troppo vicina alla prima cagione di tutti i tuoi mali.
Così Gasparo, per necessità di cose, arrivava al punto che avrebbe voluto schivare.
E Fortunata, che sino a quel momento era riuscita a padroneggiarsi, scoppiò in un pianto[280] dirotto o disse con voce soffocata dai singhiozzi:
— Sì, sì... è vero... la prima cagione dei miei mali è qui.... E te lo giuro... non lo vedo più da un pezzo... non lo vedrò finchè egli non abbia bisogno di me.... Ma se ne avesse, se desiderasse riavvicinarsi a sua moglie, alla sua bimba, e noi fossimo lontane... lontane?...
— Ancora infatuata di quei miserabile!... — esclamò Gasparo. — Apri una volta gli occhi, per Dio.... Che obblighi hai verso di lui?... Quell’uomo è di fango.... Egli aveva una via di salvezza, gliel’abbiamo offerta, non l’ha voluta.... Gli esseri più spregevoli hanno pur qualche cosa da contrapporre ai loro vizi, ai loro delitti....
— Oh delitti egli non ne ha commessi....
— Lo credi?... E sia pure.... Ci sono degli sciagurati a cui si perdonano i delitti in nome di un loro impeto di generosità, d’un loro atto di coraggio; quello che non si perdona è l’abbiezione continua, la vigliaccheria contenta di sè....
— Oh Gasparo.... Sono sua moglie....
— Ma sei anche madre.... E più che a un marito indegno, devi pensare a una figlia ingenua, innocente.... Che sarà di lei?... Chi si curerà della sua educazione?... Sei moglie, sei moglie!... Ebbene, se tanto ti preme quell’uomo, se per amor suo vuoi rimanere a Venezia, lasciami Margherita.....[281]
— Lasciarti Margherita?... Staccarmene forse per sempre?... No, no.... Gasparo, per carità, non me la rubare.
Quindi, alzando le palme al cielo in un parossismo di disperazione: — Vergine santa — esclamò la povera donna — intercedetemi la grazia di morire... Che ci faccio io a questo mondo? Sono un impiccio per me e per gli altri.... Vergine santa, ottenetemi questa grazia.... Ho patito tanto.... E nessuno ha bisogno di me.... Mia figlia starà molto meglio con mio fratello... Vergine santa, datemi retta, salvate lui e fatemi morire, fatemi morire.
Fortunata avrebbe impietosito i sassi. L’ufficiale chinandosi sopra di lei le diede un bacio in fronte e le disse:
— Calmati... una madre non è mai un impiccio per sua figlia.... Io non te la ruberò la tua Margherita... con che diritto potrei rubartela?... Se tu non vorrai separartene, se non vorrai venire con lei e con me... mi avrai dato un gran dolore, m’avrai privato di ciò che poteva rendermi meno amaro l’esilio, ma non importa, io non te la ruberò.... Per altro fino all’ultimo giorno, fino all’ultima ora conserverò la speranza di persuaderti.... Oggi non parliamone più, è tardi e debbo essere al mio posto prima di sera....
Il cannone tuonava. Gasparo sorrise.
— E noi facciamo i conti sull’avvenire — egli mormorò tristamente.[282]
Di lì a poco, abbracciati i genitori e la nipotina, egli s’avviava alla batteria.
Fortunata, corse a chiudersi nella sua camera e ponendosi in ginocchio davanti a un’immagine della Madonna rinnovò la preghiera di poco prima: — Vergine santa, salvate mio fratello e fatemi morire, fatemi morire![283]