Enrico Castelnuovo
Nella lotta

V.

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V.

 

Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed uggita.

In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto, curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.

- Non parlerà più? Non si sveglierà più? - disse Roberto.

- Forse sì - rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi nell'infermo.

Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine sopra di lui. - Addio, Rebaldi - egli balbettò con voce fioca - grazie delle tue cure.... Addio, Roberto, figliuolo mio.... E la mamma?

- Vuoi che la faccia venire?

- No, Roberto.... Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian portata di , e han fatto bene.... soffriva troppo.... Abbi pazienza con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama.... e fu una buona compagna per me.... oh sì.... si adatterà anche alle nuove condizioni della famiglia.... Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci siano altre carte che appartengono all'Unione.... Se ce ne sono, le porterai all'ufficio.... Ah! soffoco.... Passami il tuo braccio qui sotto la testa.... così.... Dunque sii forte, Roberto.... non lasciarti spezzare dalla sventura.... Ora che non hai più da assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli che ci furon larghi delle loro promesse.... facile generosità.... E non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla.... Non è bello viver sulla dote della moglie.

- Oh! E puoi credermi di una tale bassezza?

Vi furono alcuni istanti di silenzio.

Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.

- Non ancora - disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo a suo figlio: - Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più, o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il tuo!... Con tanto ingegno, con tanta cultura!... Le lotte della politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe aspettato!... E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non hanno potuto ottenere.... E invece....

- Oh babbo - interruppe il giovane - tu non sai che male mi faccia a sentirti a parlare così.... tu mi lasci ciò che vale più della fortuna di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia, della tua probità.... Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il migliore, tu l'ottimo dei padri....

- Grazie - bisbigliò il signor Mariano - grazie, figliuol mio.

E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il medico si chinò sul moribondo.

- La lucerna si spegne - disse con un filo di voce l'Arconti, riconoscendo il dottore.

La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra; la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì. Successe una breve agonia, e poi la morte.

Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma, come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia. Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener responsabile l'Unione della disgrazia.... Già a questo proposito ella aveva le sue idee, da cui non si doveva sperar di rimoverla.

Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di questo tono.

Quando Roberto s'avvide che le sue parole, le sue carezze potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, si poteva darle torto.

Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi siano avvenuti ad altri che a noi.

Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua immaginazione, erano raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi, dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre, o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa anche in avvenire.

Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli venivano a visitarlo - oh! - essi dicevano - il tuo non è uno studio, è una reggia. - Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla, quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori, erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi insomma della scuola.

Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta festività.

Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per sempre.

E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua madre.

Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva in una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh il suo povero babbo! Il suo povero babbo!

I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni. Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto da . Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma, l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue caratteristiche, gli aveva detto: - Bada di far le cose per bene. I funerali del tuo povero padre devono esser splendidi.... Bisogna che tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto.... E che vi siano necrologie su tutti i giornali.

A questo punto s'era messa a piangere.... Poi aveva imposto a Roberto di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui ella era in qualche relazione. - Non siamo da meno di loro.... E voglio saper esattamente chi sarà venuto e chi no.... per regolarmi in avvenire.

La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.

Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti, poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell'Unione per trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del 48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari, avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti azionisti dell'Unione, accorsi, malgrado le recenti vicende, a rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della società. erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno di prender un'aria di trionfo e di esclamare:. - Oh gli Arconti sono qualche cosa in Milano! - indi la signora Federica ebbe un'idea, una delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre lo avevano tanti asini e tanti farabutti.

 

 

 


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