Enrico Castelnuovo
Nella lotta

VII.

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VII.

 

Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana, egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse. C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la miniera apparteneva alla Sulphur Society residente nella metropoli inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione? In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti. Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio. Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno spleen terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si più. Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe accolto a braccia aperte.

Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.

Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria; tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.

La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo: - Ormai sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio gli si affacciava sotto forma dubitativa.

Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera, o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra d'Università. Professore d'Università, transeat; ma scribacchino di miniera!

La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente. Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere presso la Società L'Unione, per un componimento più vantaggioso? Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale una idea. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di per la contabilità dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E allora tutto il rimanente sarebbe venuto da . Ma solo a parlarne di lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso. Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre, lasciava Lucilla, non voleva pensare che a . Un egoista, un vero egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno? Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto, non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza. Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio, egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura, di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di Valduria, senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale, chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due versi in vita sua!

Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a' suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con un sorriso malizioso sul labbro.

Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave. - Non dovrei nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti - ella gli disse. - Anzi, non ti voglio bene....

- Oh Lucilla, è una bugia - interruppe Roberto seguendo con lo sguardo una lagrimetta che le colava giù per la guancia.

- Cosa c'è'?... Non è vero, non piango - ella rispose. - Anzi, sì, piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo.

E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.

- Oh Gipsy è molto più buona - continuava la ragazza, carezzando la cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo vestito.

- Guarda - riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla. - Tu mi dai un dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi....

Lucilla si strinse nelle spalle.

Egli proseguì. - Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni ostacolo.

- Non lo dirò, non lo dirò - proruppe Lucilla battendo i piedi con dispetto infantile.

La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona parola. - Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire.

L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, le mutate fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto poc'anzi, sperava nell'avvenire.

Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.

Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro. - Sicuro - egli disse - benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano.... Speriamo buona fortuna.

Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar troppo le confidenze di Roberto dandogli del tu come il solito e non sapeva d'altra parte come fare a dargli del lei.

Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il discorso sull'avvenire. - Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.

- Ventisette e sette trentaquattro e porto tre - disse il signor Dal Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo. - Già.... anzi....

Temette di esser troppo laconico, e proseguì.

- Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo fa presto ad accomodarsi.

Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.

- Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo farmi una famiglia.

- Male - rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione. - Che le donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie....

E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito senza che gli uomini prendessero moglie.

Ma Roberto ormai era bene avviato. - Quando si ama ardentemente una fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le cose al mondo è di sposarla.

- Amare, amare! - disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa di tabacco. - Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.

- Oh non creda - proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi. - E poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia....

Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a meno di scuotersi. - Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi, son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere al serio?...

- L'amo - continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione - l'amo, ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di .... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia ferma intenzione di sposar Lucilla....

- Ma.... adagio....

- Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano, signor Benedetto, e a rivederci.

- Servitor suo.... Però.... mi pare....

Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.

- Intanto se ne va via - riflettè il signor Benedetto - e questo è l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta c'è di tirar fuori la dote?

 

 

 


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