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IX.
Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda, che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante, si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo dell'orizzonte.
Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo, nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni, nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva lavorare, anch'egli doveva lottare.
Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua toilette. Pure, a questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si comincia a compierli.
E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza, di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per acquistare il color locale, per diventar simile, per esempio, a Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?
E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da lei. Indi si affacciò alla finestra.
Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar da mangiare ai pulcini.
- Buon giorno, signora Maria - disse Roberto.
Ella alzò la testa, e rispose sorridendo: - Buon giorno, signor Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che dormisse ancora....
- Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini...
- Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere?
- Sicuro.
- Scenda allora, le darò il caffè e latte... E poi la condurrò un poco in giro.
Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori rappresentanti le quattro stagioni.
Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di pane.
- Troverà il latte piuttosto cattivo - osservò la giovinetta. - Odoardo ricorda sempre quello di Milano... Qui bisogna avvezzarsi a una vita di privazioni.
- Però - rispose Roberto - quest'aria libera, questi ampi orizzonti hanno anch'essi il loro prezzo.
- Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere...
- Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute... E forse non ne vedrò mai.
- O che dice? È tanto giovine.
- Del resto, che importa? - ella soggiunse stringendosi nelle spalle. - Si sta bene così.
- Ha ragione - replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la tazza del caffè e latte.
- Dunque vuol uscire?
- Eccomi.
- Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi.
Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo. Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A un tratto Maria ebbe uno scrupolo. - Vo troppo presto?
- Oh scusi - rispose l'ingegnere in tono semiserio - sono alpinista anch'io.
- Davvero?
Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva bazzicato molto con le montagne.
- Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più alpinista di lei - osservò Maria, sorridendo.
Si sentì il mormorio dell'acqua corrente.
- Eccoci al nostro gran fiume - disse la ragazza. - Ora va umile e dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi.
Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli e carichi di pani di zolfo.
- È zolfo della miniera? - chiese Roberto.
- Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo una raffineria.
Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.
Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a lisciargli il pelo.
- La conoscono tutti qui, uomini e bestie - osservò Roberto.
- Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?... Che cosa c'è?
Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.
Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue gambe lasciandovi una traccia di zolfo.
Maria si mise a ridere. - Bisogna pur che ci si avvezzi - ella disse a Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco. - Chi va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai.... Veda il povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.
L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.
- E questa è Valduria - ripigliò la giovinetta.
Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un botteghino di caffè e liguori, un paio di bettole, teatro di magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra.
Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della passeggiata.
Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada, ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina.
- Mi lascia fare una visita, non è vero? - ella domandò al suo compagno.
- Si figuri.
- Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è infermiccia.... Ma c'è Giorgetto qui - ella soggiunse vedendo un bimbo che si teneva le mani sugli occhi. - Piangi, Giorgetto? Cos'hai?
E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che apparteneva anche lui a una famiglia di minatori.
Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima... Oh lo direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco.... Adesso era andato da quella parte. - E segnò col dito alla sua destra. - Se Maria potesse raggiungerlo e dargli uno scapaccione.
- Che spirito vendicativo! - osservò sorridendo la giovinetta. - Non sarebbe meglio far così?
Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione.
- Che armi ha! - esclamò Roberto con piglio scherzoso.
- Non è vero? Sono formidabile.
Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma pulito.
- Se non vuol entrare, mi aspetti qui - disse Maria. - Mi spiccio subito.... Veda, può seder su questo muricciuolo.
- Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata? - cominciò la ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno.
- Eh, figliuola mia - rispose la vecchia tossendo. - A poltrire fra le lenzuola non ci si guadagna nulla.... Tanto e tanto questa tosse dovrò portarmela meco finchè vivo.
Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di Liebig, che posò in silenzio sulla credenza.
- Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che posso fare per te?
- Volermi un po' di bene, ecco tutto.
- Oh di bene te ne voglio tanto.... E non son sola a volertene.
S'interruppe guardando fuori della porta.
- C'è qualcheduno con te?
- Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera.
- Uno che viene a star qui?
- Già.
- E perchè l'hai lasciato fuori? Fallo entrare.
Maria si affacciò alla soglia e chiamò Roberto, che non s'era seduto sul muricciuolo, ma girava lì presso.
Quando il giovine fu entrato, Maria ne disse il nome e il cognome, e spiegò all'Arconti come Gertrude fosse madre d'uno tra i migliori e più coraggiosi lavoranti della miniera.
- Lo conoscerò forse oggi stesso e spero che diventeremo amici, - rispose Roberto.
La donna non parve provare una gran simpatia per questo nuovo ospite di Valduria.
- Eh desidero anch'io che diventino amici - ella disse squadrando il giovinotto d'alto in basso; - ma mio figlio è un povero minatore, ella è un signorino della città, e mi sembra difficile che possa aver le nostre idee e adattarsi alla nostra vita.
- Le idee si modificano - osservò Roberto - e quando si vuole sul serio, ci si adatta a tutto.
- Sarà - soggiunse Gertrude con aria scettica. Poi, indirizzandosi a Maria. - E non li prendi oggi i tuoi fiorellini? Cipriano li ha lasciati lì apposta per te.
Maria si fece rossa e prese in silenzio alcune margherite che si trovavano sulla tavola. - Ogni giorno, poi - ella balbettò alquanto confusa. - Addio Gertrude, a rivederci.
- Via, te li devi metter nei capelli, quei fiori.
- Oh Gertrude - esclamò Maria in tono di rimprovero. - A rivederci.
Era chiaro che Gertrude aveva insistito sulla faccenda dei fiori perchè c'era un estraneo, e non era men chiaro che Maria s'era mostrata infastidita per la stessa ragione.
- C'è un romanzetto in aria - pensò Roberto, guardando di sottecchi la fanciulla che aveva perduto la sua primitiva vivacità. - E quella vecchia mi sbirciava con un certo piglio sospettoso come se credesse ch'io potessi essere un rivale del suo figliuolo. Che idee!... Chi sarà poi questo Cipriano?
Maria s'era messo un po' dispettosamente il mazzolino di margherite nei capelli e affrettava il passo verso casa.
Si era già in vicinanza della miniera, quando comparve Odoardo.
- Ebbene - egli disse, - avete fatto un giro lungo?
Maria si rasserenò alla vista di suo fratello, e gli descrisse in poche parole la passeggiata che aveva fatto fare al suo ospite.
- Non sei mica stanco? - ripigliò Odoardo prendendo per un braccio l'Arconti.
- Ebbene, adesso verrai con me fino all'ora del desinare.... Ma vestito così? ah nemmeno per sogno!
L'ingegnere Arconti dovette di buona o di mala voglia ricorrere al guardaroba dell'amico Selmi. Indossò un vestito unto e bisunto, calzò un paio di stivaloni inzaccherati di fango, e si acconciò in testa un cappellaccio che aveva perduta la forma e il colore primitivo. Inoltre Roberto, quantunque non fosse nè piccolo, nè esile di persona, non poteva gareggiare col Selmi nella magnitudine delle forme, onde la giubba gli era troppo ampia, i calzoni troppo lunghi, gli stivali e il cappello troppo larghi. Avrebbe riso del suo aspetto grottesco se il suo sucido abbigliamento non avesse offeso ad un tempo le suscettività del suo odorato e quelle dei suo senso artistico.
- Hai l'aria d'un ragazzo che ha preso l'olio - gli disse Odoardo, che si divertiva fuor di misura alle smorfie del suo antico condiscepolo. - Se tu vedessi come arricci il naso e che sberleffi fai con le labbra.
- In verità - rispose Roberto - se non ho preso l'olio per bocca, lo prendo per infiltrazione.... A spremer questa roba....
- Bazzecole.... Qualche goccia colata dal lume con cui si scende in miniera, un po' di grasso proveniente dall'essere stato troppo vicino a una macchina.... ma il più è fango, sai.... Coraggio, coraggio; anderemo prima sotterra, poi visiteremo i forni fusori e le altre officine.... Avevo ordinato a Cipriano di esser qui.... Ah eccolo....
S'avanzò un giovinotto di statura alta, di carnagione e di capelli bruni, con due occhi pieni d'intelligenza e di fierezza. Poteva avere venticinque anni, era in abito da minatore, ma la lunga consuetudine gli faceva portare il suo vestito con una disinvoltura non priva di eleganza.
- Cipriano Regoli - disse Odoardo presentandolo a Roberto - il migliore dei nostri soprastanti. - E finì la presentazione. - L'ingegnere Arconti, che ormai viene a stare con noi.
- Ho già sentito il vostro nome - rispose Roberto porgendo la mano all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia le dita bianche, affilate, aristocratiche. - Ho parlato di voi stamattina con vostra madre....
- Ha visto mia madre? - domandò l'operaio con qualche sorpresa.
- Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora Maria.
Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente - Ah!
- Il romanzo c'è - pensò in cuor suo Roberto.
Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.
- T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare - osservò Odoardo battendo sulla spalla dell'amico.
Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che costituiva la imboccatura della discenderia, tre di quei lumi dal lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro all'Arconti, e tenne il terzo per sè.
- Vieni dietro a noi - riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a Roberto. - Andremo adagio.... Tu puoi con la sinistra tenerti alla maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.
La discenderia poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide, lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo, e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.
Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più distinto si sentiva lo strepito delle pompe.
- Siamo a tre quarti di viaggio - disse a un certo punto Odoardo.
Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.
La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.
Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre, la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente inclinato della scala.
Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò subito molta stima pel nuovo ingegnere.
Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì che si procedeva all'estrazione del minerale.
Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto disse: - Vediamo.
Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un lungo bastone di ferro appuntito, detto palo a mine. Alla venuta del direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del palo a mine, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.
- Allorchè i fori hanno raggiunta la profondità voluta - osservò Odoardo Selmi facendo da cicerone all'amico - li si riempie di polvere a cui si dà fuoco mediante una miccia. Naturalmente i lavoranti s'affrettano a mettersi al sicuro finchè la mina sia scoppiata. Qualche volta lo scoppio ritarda, e allora c'è un pericolo serio per i minatori, i quali vanno a verificare se la miccia si sia spenta prima del tempo. In più d'un caso l'esplosione è successa proprio nel punto in cui s'andava a esaminare il perchè dell'indugio.... Un brutto accidente davvero.... Vi ricordate, Cipriano, del povero Matteo, l'autunno scorso?
Cipriano si strinse nelle spalle. - Poichè bisogna morire, meglio così che sopra un saccone di paglia.
Si continuò il giro della miniera. - E per di qua si manda sopra terra il minerale - disse Odoardo fermandosi davanti a una discenderia, che differiva dall'altra per esservi, invece che scalini, un doppio binario. - I carretti pieni son tirati su pel binario a sinistra e ritornan vuoti per quello a destra.
Un più minuto esame fu consacrato agli ultimi lavori. S'erano incontrate difficoltà non previste. Minaccie d'avvallamenti, pericoli d'inondazione e di scoppi di gaz, quanto bastava insomma per far venir la voglia di smettere. A questo punto Cipriano, il quale fin allora non aveva pronunciato che pochi monosillabi, entrò con vivacità nella conversazione. Aveva la parola netta, incisiva, era pieno di fede nell'avvenire della miniera; non lo diceva, ma lasciava intendere che per lui Odoardo aveva la colpa d'essere timido. Roberto ascoltava con vivo interesse e di tanto in tanto faceva qualche osservazione col piglio d'uomo che non presume di saperne più degli altri, ma che si limita a manifestar le sue impressioni. In complesso, egli mostrava di propendere più per le idee ardite di Cipriano che per la circospezione eccessiva del Selmi, e il giovine soprastante pareva contento di trovare un ausiliario nel nuovo impiegato.
La visita alla parte esterna della miniera non occupò meno tempo di quella all'interno. C'erano i forni che ardevano dì e notte e dai quali si ricavava lo zolfo mediante la fusione; c'eran le caldaie a vapore; c'era una enorme grù, che, mossa da una manovella, serviva a far salire il minerale dal sotterraneo; c'erano le varie officine inerenti all'opificio, officine di fabbri, di falegnami, ecc., ecc., c'era infine il deposito del combustibile, delle pietre cotte, del legname. L'ingegnere Arconti osservava tutto. Molto di ciò ch'egli vedeva era nuovo per lui, ma la naturale prontezza dell'ingegno e il largo corredo di studi gli permettevano di colmar le lacune del suo spirito e di esprimer su ogni cosa idee giuste e precise.
- È un uomo che la sa lunga - dicevano gli operai. - Non gli manca che la pratica.
Odoardo Selmi era soddisfattissimo della buona impressione prodotta dal suo amico sul personale della miniera, e sussurrava nell'orecchio a Roberto fregandosi le mani. - Ti vedo già ingegnere in capo di qualche grande Società mineraria.
- Canzonatore!
- No, no, parlo sul serio2. Ingegnere in capo con quindici mila lire di stipendio.... E allora sai, si può passar lietamente metà della giornata sotto terra....
- Ah ti confesso che preferisco star sopra terra...
- Baje! Alla lunga ci s'innamora anche del sotterraneo. Anch'esso ha il suo fascino, la sua poesia... e tu sei poeta... Ma, capisco, non riesci a persuaderti che la poesia possa trovarsi a suo agio in una miniera di zolfo.
- T'inganni. La poesia c'è dappertutto. Ma non la s'incontra mai alla superficie.... È come un minerale prezioso..... Per trovarla bisogna scavare.
Chiacchierando così, i due amici ritornavano lentamente verso casa. Cipriano s'era accommiatato.
- Dev'essere un bravo giovinotto, colui - osservò Roberto.
- Ha molta intelligenza.... è un po' violento di carattere, è un po' poeta nelle sue idee...
- A proposito del discorso che si teneva or ora.... Ebbene, la violenza è certo un difetto, ma minore della freddezza, dell'apatia.... E in quanto all'avere un granellino di poeta, tanto meglio....
Odoardo Selmi tentennò il capo. - Meglio fino a un certo punto.... Non quando ci fa correr dietro alle chimere.... Basta, non vorrei che quel ragazzo lì avesse una certa inclinazione per Maria....
- Lo credi? - disse Roberto, che se n'era già accorto.
- Sì.... Io non me ne impiccio.... Maria ha più giudizio di me, e saprà regolarsi benissimo. Non mi opporrei a un suo desiderio, sopratutto in un argomento così delicato, ma non mi sembra partito per lei.
- Eh sì.... A rifletterci bene, in confronto di tua sorella, Cipriano non è poi che.....
- Mi fraintendi, - interruppe Odoardo. - Tu giudichi un po' con le idee cittadinesche.... Non è che Cipriano sia di bassa estrazione per Maria.... Siamo di origine popolana anche noi, e fumi non se n'è mai avuti in casa. Cipriano ha intelligenza e istruzione quanto basta per mia sorella che, poveretta, non ha mai potuto coltivarsi come avrebbe voluto. In famiglia tutti i sacrifizi si son fatti per me; di lei si è detto che ce n'era d'avanzo quando avesse saputo essere una buona massaia. E vedi, se si fosse fatto tutto l'inverso, se si fosse pensato a lei invece che a me, si sarebbe seminato in un terreno molto più propizio.... Quello che voglio dire si è che Cipriano, forse buonissimo di fondo, ha certe intemperanze, certi impeti che non mi piacciono, e temo che quell'angiolo di mia sorella si pentirebbe amaramente di avergli dato retta.... Ma eccoci giunti.... Avrai fame....
Mancavano venti minuti al tocco, ch'era l'ora del desinare. - Salgo a cambiarmi, - disse Roberto, a cui pareva mill'anni di deporre quei vestiti non suoi e d'immergere la faccia in un catino d'acqua. Perciò egli fu piuttosto sconcertato quando vide che c'era qualcheduno in camera sua.
Era Maria, la quale, dopo aver, con l'aiuto di Caterina, rifatto il letto dell'ingegnere, stava in muta contemplazione davanti all'album di fotografie ch'egli aveva lasciato aperto sul tavolino alla pagina ove si trovava il ritratto di Lucilla.
Côlta alla sprovveduta, la giovinetta si voltò in sussulto, divenne rossa e balbettò: - Oh signor ingegnere.... Scusi.... l'album era aperto.
- Scusarla? E di che?
- Che bel ritratto! - soggiunse Maria. - E che bella ragazza!
- Le piace?
- Oh tanto!... È una sua parente?
Ma si pentì subito della sua domanda, e tornò a dire in fretta: - Oh scusi.... Sono un'indiscreta.
Malgrado la sua fretta di rimaner solo, Roberto la trattenne. - Ma no, ma no, signora Maria, non se ne vada così.... La ringrazio anzi della sua domanda.... Così avrò agio di parlar qualche volta con lei di Lucilla.
- Sì.
- Sarebbe la sua fidanzata? - ripigliò la ragazza con qualche esitazione.
- Quasi. - E spiegò la sua condizione di fronte a Lucilla. - Se Lucilla aspetta, - egli concluse, - -sarà mia sposa.
- Vuole che non aspetti? - disse Maria, come offesa dal dubbio, e quasi volesse prender le parti della giovine assente.
- Lontan dagli occhi lontan dal core - sussurrò Roberto.
- Se l'amo?.... Quanto si può amare una donna.
- E non la stima?
Roberto comprese il significato di queste parole e disse: - Ha ragione.
Maria cambiò discorso. - La lascio... Or ora si va a pranzo.... A proposito.... ha la nota della sua biancheria?
- Io? no....
- No? E la roba l'ha riposta tutta nel cassettone?
- No davvero. Ce n'è ancora molta nel baule.
- Tanto meglio. La metterò a posto io e farò l'inventario... A rivederci; appena è pronto scenda.... Troverà già in tavola.