Enrico Castelnuovo
Nella lotta

XII.

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XII.

 

Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima. Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano, farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.

Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una certa intimità. In luogo si trovavano sempre in miniera, ove ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una singolare rapidità. Roberto avrebbe voluto assumere verso il giovane soprastante l'ufficio di maestro; Cipriano si sarebbe acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui, che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la mente del minatore.

Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue.... quantunque in diversa guisa e in diversa misura.

Odoardo Selmi diceva: - L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad ammansar Cipriano.

In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si limitava a firmare le lettere.

A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra; ove le sue proposte tecniche (e dico sue perchè realmente appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non crede in stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.

Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee, Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti: - Ho paura che si finirà col gettar danaro per nulla - sua sorella gli dava sulla voce: - Lascialo fare. La sa più lunga di te. - E l'ottimo Selmi assentiva: - Questo è vero. - Tutt'al più soggiungeva un però, come principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non continuare.

In pochi mesi Roberto aveva preso il color locale al di di ogni ragionevole aspettazione. Gli restava sempre una cert'aria cittadinesca, una certa nativa eleganza, ma l'antico dandy era scomparso. Indossava con disinvoltura il rozzo sajo del minatore, aveva il volto abbronzito, le mani callose, e la folta barba lo faceva parer men giovine di alcuni anni. Cosa singolare, egli non rimpiangeva mai la sua vita d'un tempo, tradiva un soverchio disdegno verso la società di Valduria che nella domenica e nelle altre feste di precetto sfoggiava le sue grazie all'ora di messa e veniva a far visita alla sorella del signor ingegnere in capo. Il sindaco, signor Ludovici, possidentuccio sulla cinquantina, uomo timido e vano, lodava nell'ingegnere Arconti la pratica delle cose amministrative, e diceva che un giorno o l'altro lo si sarebbe potuto nominar consigliere del Comune e poi assessore. La maestra comunale, ch'era la lionne del luogo, lo trovava proprio un cavaliere a modo, e consacrava a lui in segreto quella parte del suo cuore ch'era lasciata disponibile dal grosso brigadiere dei carabinieri. Piccola, magra, giallognola, la signora Stella non aveva in nulla di luminoso, ma gli scarsi suoi pregi fisici non impedivano al brigadiere, ch'era un leone in armi e un coniglio in amore, di farle delle dichiarazioni sotto forma di sciarade. Questo esercizio erotico-letterario, a cui egli si dedicava sopratutto nella domenica, gli aveva fruttato una riputazione di poeta, della quale egli si pavoneggiava assai, quantunque dicesse modestamente di non meritarla. Era celebre a Valduria fra gli altri suoi componimenti quello sulla parola galanteria:

 

Non osservando in ver

Le leggi dell'intier,

Seconda io ti dirò

Se non dai retta a me

Che son primier con te.

 

Sciarada, come ognun vede, stupenda, ma un po' contraria alla realtà delle cose, perchè la signora Stella dava retta benissimo all'ottimo brigadiere; solo avrebbe preferito che le sue dichiarazioni invece di essere in versi enigmatici fossero in prosa paesana, e si traducessero in una semplice domanda di matrimonio. Questa però non era l'opinione del brigadiere, ostinatamente deciso a rimaner celibe.

Un personaggio che compariva immancabilmente la domenica a casa Selmi, e vi si tratteneva spesso a desinare, era il signor Max Rundberg, bavarese, ma domiciliato da più di trenta anni in Romagna, ove dirigeva un'altra miniera di zolfo, appartenente essa pure a una Società inglese e situata a Rignano, villaggio a sette chilometri da Valduria. Il signor Max non era uno scienziato, ma un uomo pratico sul taglio di Odoardo, rotto alla fatica e impavido davanti ai pericoli. Godeva la riputazione di gran bevitore, e quand'egli onorava la mensa dei Selmi, Maria doveva triplicare la razione di vino. Si calcolava che la quantità di liquido da lui giudicata necessaria per inaffiare il pranzo non fosse inferiore ai quattro litri. Per buona ventura, tutto questo vino trangugiato non alterava la serenità del suo animo; contribuiva soltanto a sciogliergli lo scilinguagnolo. E allora egli narrava certe storie arrischiate delle Bierhalle di Monaco e vantava gli occhi, i capelli e i vari pregi palesi ed occulti delle Kellnerinnen4 de' suoi tempi, intercalando il racconto di vivaci esclamazioni in lingua tedesca. A poco a poco il tedesco prendeva un deciso sopravvento, e il signor Max finiva col parlare interamente nel suo idioma nativo. Prima dell'arrivo di Roberto, non lo intendeva nessuno; adesso l'ingegnere Arconti era in grado di gustare quegli squarci d'eloquenza, che però non credeva opportuno di tradurre in lingua volgare. Il signor Max chiudeva le sue arringhe col vantare le dolcezze dello stato di vedovanza, nel quale per sua fortuna, glücklicherweise, egli vivea da quattro lustri. Dopo di ciò, egli lasciava cader la testa sul petto, intrecciava le mani sul ventre e si addormentava, russando con lo strepito d'una stufa appena accesa. Desto a capo d'un'ora circa, calcava in testa il suo gibus (poich'era per lui un uso impreteribile di adoperar la domenica un vecchio gibus sgangherato) e s'avviava a piedi alla sua miniera.

Queste macchiette offrivano a Roberto il modo d'infiorar di schizzi gustosi le lettere ch'egli scriveva a Milano, e con le quali si proponeva di divertir sua madre e Lucilla, Lucilla sopratutto. Nella più candida affezione che l'uomo porta a una donna c'è sempre una dose di vanità; noi non vogliamo soltanto persuadere quella donna che l'amiamo, vogliamo persuaderla altresì che siamo persone di spirito e d'ingegno. In questo caso però le compiacenze d'autore erano, pel nostro Roberto, assai scarse. La signora Federica, che rispondeva per e per Lucilla (soltanto un pajo di volte Lucilla aveva aggiunto una riga di suo pugno), mostrava di pregiar mediocremente le descrizioni che le faceva suo figlio; o non le rilevava nemmeno, e riempiva tutti i suoi fogli di piagnistei, o, rilevandole, ne esagerava la portata, e metteva in ridicolo anche le persone che a lui non parevan punto ridicole, come per esempio Odoardo e Maria. Come va il francese di Mademoiselle? gli si chiedeva. Ha ella imparato a dire: Oui, Monsieur? Spesso la signora Federica, dopo aver canzonato la società di Valduria, si diffondeva a discorrere della vita di Milano di cui pur troppo ella non poteva approfittare, e perchè era ancora in lutto, e perchè, a ogni modo, non avrebbe avuto quattrini da far toilette. Le Dal Bono, invece, erano andate in tre o quattro famiglie, e Lucilla aveva sempre riportato la palma su tutte le altre ragazze. Era così bella, così graziosa, ballava così bene!

I trionfi della fanciulla ch'egli voleva far sua lusingavano da un lato l'amor proprio di Roberto, ma non potevano a meno di destargli qualche apprensione. Chi lo assicurava che Lucilla, se si metteva davvero a frequentare le conversazioni ed i balli, non finisse coll'appassionarsi troppo per una vita ch'egli non avrebbe potuto offrirle mai? Chi lo assicurava che di tante galanterie che le sarebbero suonate all'orecchio, nessuna avrebbe trovato la via del suo cuore? Ed egli non era per difendersi, egli non poteva nemmeno scriverle direttamente! Chi sa come sua madre riferiva a Lucilla le parole di lui, e a lui le parole di Lucilla? Pure da questo medesimo pensiero, che soleva essere un gran dolore per lui, gli veniva talvolta un raggio di conforto. Era certo la signora Federica che faceva apparir Lucilla un po' frivola; se avesse scritto ella stessa, sarebbe stato ben altra cosa.

In ogni modo, quando la mente del nostro giovinotto correva a Milano, essa ne tornava indietro piena di gravi preoccupazioni. La buona e savia Maria se ne accorgeva, e s'accorgeva sopratutto che le lettere che gli venivano da casa non lo colmavano di allegrezza. Avrebbe voluto esser la sua confidente, si ricordava ch'egli le aveva detto un giorno che avrebbero parlato insieme di Lucilla, ma non osava intavolare il discorso. Dal canto suo, egli sfuggiva quest'argomento; c'è un pudore naturale che ci fa riluttanti a esprimere i nostri dubbi sulle persone che amiamo.

Non sarebbe stato difficile all'ingegnere Arconti di ottenere un congedo d'una diecina di giorni e approfittarne per fare una corsa a Milano; ma egli sentiva che non gli era lecito abbandonar Valduria finchè rimanevano sospesi gli esperimenti da lui iniziati. Da essi dipendeva l'avvenire della miniera, ed essi non potevano riuscire che per opera sua, perchè, fuori di lui, di Cipriano e di Maria, nessuno credeva che sarebbero riusciti. Ora, non si vince quando non si crede nella vittoria. D'altra parte, lasciare, fosse pur per poco, la sopraintendenza dei lavori a Cipriano non era conveniente opportuno. Cipriano era dotato di molto ingegno, ma gli mancavano parecchie cognizioni indispensabili; inoltre, malgrado la deferenza che da qualche tempo egli mostrava verso Roberto, c'era nel suo carattere qualche cosa che impediva di fidarsene appieno.

 

 

 





4      Nell'originale "Kellnerinen"



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