Enrico Castelnuovo
Nella lotta

XVIII.

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XVIII.

 

La sera della rappresentazione, l'ampio salotto di casa Osnaldi era pieno di gente.

Dalla parte delle finestre s'era improvvisato un piccolo palco scenico; il resto della stanza era occupato dal pubblico; le signore sedute sul davanti, gli uomini ritti e pigiati dietro le sedie. Quelle si facevano fresco col ventaglio, questi col cappello, quando però riuscivano a mover le braccia. In generale, si diceva che non eran trattenimenti da darsi in giugno. Ma lo si diceva a bassa voce, perchè la signora Osnaldi, sottile, instancabile, era onnipresente come domeneddio. Ora si cacciava nell'interstizio di due sedie, ora fendeva l'angusta corsia che divideva le sedie dalle pareti e lungo la quale s'eran disposti dei panchettini pei bimbi, ora faceva capolino dietro il sipario del palcoscenico, ora compariva nell'anticamera, ora riusciva a insinuarsi nella folla degli uomini scambiando sorrisi, complimenti e strette di mano. La signora Osnaldi non era bella giovine, ma la sua bassa statura, la sua magrezza, la rapidità de' suoi movimenti le davano una certa aria infantile, sopratutto se la si paragonava al marito, ch'era grande e grosso come una balena ed era altrettanto tenero della quiete quant'ella era appassionata del moto. Infatti il signor Amilcare Osnaldi, con la scusa d'essere il primo a ricevere gl'invitati, aveva quella sera preso domicilio nell'anticamera e si dondolava in un seggiolone di canna d'India. Ogni momento sua moglie, la signora Elvira, sbucando fuori d'improvviso da destra o da sinistra, gli si avvicinava, e gli susurrava qualche parola all'orecchio.

Fu in uno di questi momenti che l'ingegnere Arconti giunse insieme a sua madre, e potè così presentar i suoi omaggi contemporaneamente ai due padroni di casa.

- Entri, entri in salotto - disse la signora Elvira - e veda di trovarsi un buon posto.... C'è folla, proprio folla.... Davvero non avrei creduto.... E lei, signora Federica, venga con me. Già m'immagino che vorrà assistere alla toilette della nostra Margherita... Cara ragazza! Non s'è fatta aspettare. È qui con sua madre dalle otto... Venga, venga, signora Arconti.... Ah scusi, son subito con lei....

E la minuscola signora andò incontro con molta effusione ad un giovinetto di primo pelo che s'avanzava con incesso maestoso. - Bravo, signor Dalla Noce, ha tenuta la sua parola.... Osnaldi, saluta il signor Dalla Noce.... Ci sarà un posticino apposta per lei, un posticino da cui potrà veder tutto e prendersi i suoi appunti.... Adesso la condurrò io.... Sappiamo che per lor signori giornalisti ci vogliono speciali riguardi.

Il signor Dalla Noce si levò l'occhialino che aveva inforcato al naso e s'inchinò con molta gravità.

Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito. Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità, dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria importanza per giustificare a stesso il suo intervento gratuito dappertutto.

Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà, e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva inchiodato al suo posto.

- Arconti, - gli disse un antico conoscente che gli era vicino - non saluti nemmeno gli amici?

- Oh - rispose Roberto, - scusa, non ti avevo visto.

- Resti ancora a Milano un pezzo?

- Oh no.... pochissimo.

- E torni laggiù alla tua miniera?

- Sì....

Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse, egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità.

Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo entrefilet di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso in mezzo a un oh sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a un uh clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole, ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello, l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina, sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta, che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni del pubblico. - Pare la biscia di Cleopatra - disse un bell'umore al suo vicino.

Per la terza volta la sala rimase nell'ombra, e il sipario, alzandosi, scoprì il triste caso di Oloferne. L'esito di questo quadro fu compromesso da un'inezia. L'Oloferne di quella sera era un pacifico cittadino ammogliato con prole, e i teneri figlioletti si trovavano appunto fra gli spettatori. Vedendo Giuditta che stringeva in una mano i capelli del genitore, e con l'altra gli teneva sospesa una spada sulla testa, essi si misero a battere i piedi e gridare. - No, ferma, ferma! - Dal canto suo, Oloferne, nell'udir le grida strazianti delle sue creaturine, non potè a meno di sollevare il capo, e di chiedere a Giuditta che cosa fosse accaduto. La tela calò in fretta, per nascondere un incidente non rammentato dai libri sacri.

La signora Elvira, un po' turbata dall'inatteso contrattempo, affrettò la riscossa, facendo anticipare il quadro su cui ella contava di più; il primo incontro di Fausto con Margherita. Margherita, con gli occhi chini al suolo, con le treccie bionde che le scendevano giù per le spalle, col suo libriccino di preghiere in mano, era in atto di schermirsi da Fausto che le offriva il braccio per accompagnarla. Un pianoforte invisibile intuonava sommessamente il famoso Permetteresti a me, ecc., dell'opera di Gounod. Un applauso immenso e spontaneo scoppiò nella stanza, e si chiese e si ottenne il bis una prima e una seconda volta. Fu davvero un grande successo. Margherita non poteva esser più bella, la sua parrucca bionda dava maggior risalto allo splendore delle sue pupille nere, le linee scultorie della sua persona si disegnavano mirabilmente sotto il semplice e succinto vestito azzurro ch'ella indossava. Anche Fausto faceva una discreta figura, ma, come si può immaginarsi, non era su lui che s'appuntavano tutti gli sguardi. - Chi non darebbe l'anima al diavolo per quella Margherita? - susurravano gli uomini fra di loro.

E Roberto non l'aveva ammirata meno degli altri, ma la sua ammirazione era mista di tanto dolore! Gli faceva male vederla sopra una specie di palcoscenico insieme ad un damerino sciocco e ridicolo, al quale egli avrebbe voluto somministrare una buona lezione. Egli capiva benissimo che, dato il carattere di Lucilla, gli applausi ond'ell'era l'oggetto non potevano a meno d'inebbriarla, di alienarla maggiormente dall'ideale casalingo e modesto a cui le era dato aspirare unendosi a lui.

Seguirono ancora alcuni quadri, ma non ebbero che un successo di stima, e, a spettacolo terminato, il nome della seducentissima Margherita continuava ad essere su tutte le labbra. I personaggi della rappresentazione si mescolarono al pubblico nei loro rispettivi abbigliamenti. Abele riconciliato  con Caino, Oloferne scampato al ferro di Giuditta, Giuditta dimentica de' suoi feroci propositi, e Cleopatra guarita dalla puntura dell'aspide, passeggiavano per la sala, ricevendo congratulazioni e strette di mano dai parenti e dagli amici. La padrona di casa conduceva in giro l'astro più fulgido della serata, Lucilla, al fianco della quale ella faceva una ben meschina figura. E Lucilla sentiva d'esser la regina della festa; ella passava sotto quel fuoco di sguardi infiammati, in mezzo a quel bisbiglio lusinghiero che non giunge mai impunemente all'orecchio d'una donna. Tutti volevano esserle presentati, tutti le dirigevano parole piene di sincero entusiasmo. La signora Elvira stimò suo dovere di farle conoscere anche il signor Dalla Noce, il grave cronista, il quale, con un sorrisetto a fior di labbro, le lasciò intendere che l'indomani la stampa si sarebbe occupata di lei. E Lucilla, orgogliosetta con gli altri, fu affabilissima con l'insigne scrittore. Ella stava già leggendo con la fantasia la prosa fiorita del signor Dalla Noce quando le si avvicinò Roberto.

- Oh! - diss'ella. - Finalmente si fa vedere, signor Arconti. - Poi soggiunse, rivolta alla signora Elvira. - Questo è l'uomo selvaggio, l'orso bianco della Norvegia. Vive gran parte dell'anno sotto terra, fugge la luce e il consorzio civile.

Il giovine ingegnere rimase alquanto sconcertato dal tuono burlesco della fanciulla, e specialmente dal Lei cerimonioso ch'ella, del resto con ragione, aveva usato parlandogli. Tuttavia egli riprese: - La bella Margherita consentirebbe a fare un giro con me?

- Volentieri - rispose Lucilla - se la signora Elvira lo permette.

La signora Elvira lo permise. - Vado - ella disse - a dar le disposizioni perchè sbarazzino questa sala. Intanto passeremo tutti di .

L'appartamento degli Osnaldi era vasto e la folla si disperse nelle altre stanze.

- Come sei bella! - susurrò l'Arconti all'orecchio di Lucilla, mentre premeva sotto il suo braccio il braccio di lei.

Ella si finse sorpresa di sentir questo complimento da Roberto, e osservò con l'aria scherzosa di prima: - Anche l'uomo selvaggio si occupa di queste cose?

- L'uomo selvaggio, Lucilla, tu lo sai benissimo, non ha mai trovato bella altra donna che te. Ed egli vorrebbe dar tutta la sua vita per questa donna, vorrebbe che questa donna fosse sua, unicamente sua.

- Sulla cima d'una montagna?

- Tu ridi sempre!

- Parla adagio, non farti sentire a darmi del tu.

I due giovani entrarono in un gabinetto ove in quel momento non c'erano altre persone, e si appoggiarono al davanzale d'una finestra aperta, respiciente un giardino, da cui esalava un soave odore di caprifoglio.

- Ti ricordi - disse Roberto abbassando la voce - del tempo in cui, fanciulli, giocavamo insieme? Noi si stava allora verso Porta Venezia, avevamo un bel giardino più grande di questo, e tu ti divertivi tanto a correre pe' suoi sentieri tortuosi. Mi par di sentire la ghiaja scricchiolare sotto i tuoi piedini.... Io t'inseguivo, ti raggiungevo, ti tenevo prigioniera.... E allora ci giuravamo di restar sempre uniti, fino alla morte. Te ne ricordi?.... Adesso io sto per ripartire.... sì, la mia licenza finisce lunedì, e se ci separeremo così sarà lo stesso ch'esserci detto addio per sempre.

- Di chi la colpa?

- Lascia ch'io ti parli ancora una volta, Lucilla....

- Non in questo momento.... Bisogna tornar nella sala....

- Non in questo momento; ma stasera stessa... più tardi. Abbandona presto la festa.... Persuadi tua madre a ritornar a piedi.... Io vi accompagnerò.... È una notte d'incanto....

- Abbandonar presto la festa? Ma è impossibile....

- Chi te lo vieta?

- Sono impegnata per quasi tutti i balli....

- Trova una scusa.... Di' che non ti senti bene....

- No, no, non mi crederebbero, farei una cattiva figura.... Ah, che cosa suonano adesso?

- Non so, una polka, un valzer, che mi importa?

- È una polka. Il marchesino Moschi mi cercherà.

- È il tuo cavaliere?

- Sì, per la prima polka e per il cotillon.

- Lucilla, balla pure la polka, ma se mi vuoi ancora un po' di bene, sciogli l'impegno pel cotillon.

- Perchè? Per darti il gusto di farmi un nuovo sermone questa notte istessa?.... Non puoi venire domani a casa? Già se non hai mutato idea, mi dispiace, sprecherai il fiato.

- Lucilla - ripetè il giovine con passione. - Ha ben ragione chi dice che l'amore è cieco. Non dovrei amarti, e t'amo tanto.

- È una sgarberia, o è un complimento?

- È la verità, crudele che sei.... Non lo vedi che fai di tutto per tormentarmi?

- Insomma, adesso non posso più darti retta.... Riconducimi in sala, o ci vado da me.

E si mosse dalla finestra.

- Ti riconduco subito - disse Roberto trattenendola. - Ma promettimi di lasciar la festa prima del cotillon.

- La lascerei volentieri se non fossi impegnata.

- È appunto5 per questo che ti supplico di lasciarla:

- Per questo?

- Sì, perchè quel tuo Moschi m'è antipatico, m'è odioso, e non voglio che tu balli con lui.

- Non vuoi? Con che diritto?

- Col diritto di un uomo che t'ha amata fin da bambino....

- Sì, e che rifiuta l'unico mezzo possibile per farmi sua moglie.

- Non l'unico, non l'unico....

- L'unico possibile, ripeto....

- Ascoltami, Lucilla....

- Riparleremo domani.... Andiamo adesso....

- Un'ultima parola.... Se, dopo questa polka, tu balli ancora col marchesino, ti giuro ch'io provoco quello stupido bellimbusto.

- Uno scandalo?

- E sia pure.

- Fa quello che ti piace.... Io non ricevo intimazioni....

Il tuono freddo con cui furono proferite queste parole fece impallidire Roberto. Lucilla parve un momento pentirsene, e col piglio carezzevole ch'era una tra le sue maggiori seduzioni, soggiunse: - Sei un fanciullo.

Egli non le rispose, ma le porse il braccio in silenzio, e l'accompagnò nella sala, ove la padrona di casa l'accolse con un oh prolungato, e ove il marchesino Moschi s'affrettò a venire a reclamare il suo giro di polka.

La giovinetta ebbe un istante di esitazione, guardò Roberto, ch'era serio, impassibile; poi si lasciò condur via dal suo ballerino.

- Ecco Fausto e Margherita - dicevano gli spettatori ammirando la elegantissima coppia.

Lucilla fu più volte sul punto di annunziare al suo cavaliere che non avrebbe potuto ballare con lui il cotillon perchè si sarebbe assentata prima da casa Osnaldi. Ma le si affacciavano difficoltà insuperabili; le avrebbero chiesto il motivo di questa sua partenza, la signora Elvira avrebbe giudicato in lei una scortesia il privar la festa del suo più bell'ornamento, sua madre stessa, quantunque sempre disposta a far a modo suo, non si sarebbe mossa senza infastidirla con una infinità di domande. La verità si era che i trionfi di quella sera l'inebbriavano, e ch'ella non aveva voglia di rinunciarvi così presto.

Inoltre, perchè non doveva avere anche ella la sua dignità, come Roberto, che ne discorreva a ogni piè sospinto? Che figura avrebbe fatto cedendo? Ma s'egli avesse avuto davvero l'intenzione di provocare il marchesino? Lucilla si sforzava di persuadersi che gli umori di Roberto sarebbero sbolliti naturalmente, che sarebbero stati lampi senza tuoni. E poi, chi può dire che nel suo cervellino leggero ella non si sentisse lusingata dall'idea di far nascere un duello per cagion sua? Già ella vedeva dalle cronache dei giornali che i duelli si risolvono in graffiature.

 

 

 





5      Nell'originale "appunnto"



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