Enrico Castelnuovo
Nella lotta

XXV.

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XXV.

 

Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima; riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla più, ma diceva a stesso: Se non amerò lei, non amerò più nessuna. - Proponimenti che si fanno.... e non si mantengono.

Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore; trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa dell'altra aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?

Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una lettera di M.r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno poteva esser migliore di lui. si pretendeva più di tener segreto l'affare. Oltre che all'Arconti, M.r Black scriveva anche a Odoardo Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi. Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.r Black dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorresserolunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria carriera.

M.r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da . Un detto a M.r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una perpetua battaglia. se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della lotta.

Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato, indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi con vera letizia l'annunzio datogli da M.r Black ed eccitò calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.

- Non sei fatto per una posizione subalterna - diceva l'ottimo Selmi - e nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi.... Non l'avevo predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?

E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli occhi fino a lui era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo.... Solo? E Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar che un istante.

Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso, l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla Sulphur Society, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione Centrale.

L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la Sulphur Society come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle zolfatare di quella provincia.

Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra città. s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era forte abbastanza da farle tollerare il soggiorno d'una miniera, abbastanza tenace da resistere alla prova del tempo.

Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla alla stazione.

Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo, perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?

Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a Valduria.

- Mamma, come mai qui? - domandò Roberto con ansietà, aprendo lo sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora Federica a scendere.

- Un momento - ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto di batista profumato di muschio. - Capisci che, se son venuta sin qui col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.

- Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono disgrazie? Lucilla?

- Lucilla è un fiore.

Roberto respirò. - Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per te.

- A Valduria? - esclamò inorridita la signora Federica. - Dio me ne guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...

- Diamine. Adesso ci andremo.

E fece salir sua madre in una vettura.

- Bella carrozza11, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.

- Bisogna adattarsi - soggiunse Roberto sorridendo. - E dunque... queste ragioni?

- Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...

Tentennò la testa in aria patetica e continuò: - In che arnese sei! Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei lions di Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.

- Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.

La signora Federica tirò fuori da un nécessaire di bulgaro una boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.

L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.

- È il migliore? - ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come il fanciullo che deve prendere una medicina.

- Appunto.

Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era venuto il momento di farsi valere.

La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno peggio.

- In mezz'ora sono con te - ella disse al figlio. - Ordina intanto il desinare.

Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il padrone del Grand Hôtel Royal di.... scontò con qualche piccola noja l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.

Ella non comparve nella salle à manger che dopo un'ora e più di toilette. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola, sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò pessimo, come pure trovò shocking l'ambiente, indecorose le stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione filosofica: - Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in mezzo alla sporcizia senza accorgersene.

Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato il sacco delle sue querimonie, - Mamma - le disse giungendo le mani in atto supplichevole - toglimi di pena; spiegati...

- Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...

Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...

- Non t'interromperò... Parla.

- Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi notte.

 

 

 





11    Nell'originale "carozza"



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