Enrico Castelnuovo
Nella lotta

XXIX.

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XXIX.

 

La calma ch'era subentrata nell'animo di Roberto al primo scoppio di dolore e di rabbia non durò che pochi istanti. Egli si levò da sedere, e si mise a girare a passi concitati per la sua cella combattuto di nuovo fra il sentimento della realtà e la speranza d'essere vittima di un'allucinazione. Si avvicinò al lume, e guardò l'orologio. Era fermo. L'urto della caduta ne aveva sconquassato la macchina, e la lancetta s'era arrestata alle 7 e 35, cioè all'ora precisa in cui era successa la catastrofe. Roberto n'ebbe un triste presagio, come se qualcheduno gli avesse detto: Alle 7 e 35 il tempo ha cessato di scorrer per te, ed è cominciata l'eternità. Era orribile, era orribile.

Per quanto egli tendesse l'orecchio, nessun rumore gli veniva dal di fuori, nemmeno quello dell'acqua, che forse aveva ormai riempito senza contrasto tutta la galleria e che principiava già a penetrare in sottilissimi rigagnoli nella sua carcere.

Misurati solo dall'angoscia, i minuti gli parevano eterni; c'erano momenti in cui avrebbe creduto d'esser chiuso dentro da più giorni, se il veder che la lampada ardeva ancora non lo avesse persuaso del contrario. Essa ardeva ancora, e gli consentiva di mirar la sua ombra profilarsi sulle tetre pareti del suo sepolcro, e di contar le venature del sasso, e di penetrar con lo sguardo nei solchi profondi che il martello dei minatori vi aveva scavato in altri tempi. Ma a poco a poco la fiamma cominciò ad oscillare; s'illanguidì gradatamente, ora più debole si rianimò a un tratto, e si spense. Per qualche secondo lo stoppino continuò a mandare una luce rossastra, ora più intensa, simile a quella d'un carbone acceso che si avvivi col fiato; poi anche quella luce finì in uno scoppiettìo di scintille, e le tenebre avvolsero il povero prigioniero. Gli venne un dubbio; era proprio il lume che s'era spento, o erano i suoi occhi che non vedevano più? Aveva in tasca una scatola di fiammiferi; tentò di accenderne uno, poi un altro, poi un terzo, ma non vi riuscì in causa dell'umidità che s'era infiltrata ne' suoi vestiti. Però, a ognuno di quei tentativi, il fosforo lasciava sul dorso della scatola una striscia azzurrognola, che rompeva l'oscurità.

Roberto ristette dalle inutili prove. E invero, che gl'importava persuadersi che i suoi occhi ci vedevano ancora, se il sole non doveva venir più a visitarli? Gli astri brillano invano pel cieco, ma per chi è circondato d'ombre profonde non vale l'esser veggente.

Si accosciò in un angolo cercando di non pensare, di assopirsi, di uccidere in , prima che la vita, il sentimento della vita. Gravi sofferenze fisiche non ne aveva; aveva un peso alla testa, aveva un languore allo stomaco, ma nulla d'acuto, nulla d'intollerabile; segno che non si trovava da un pezzo laggiù. Oh se avesse potuto dormire, se avesse potuto passar da un sonno ad un altro!

Dicono che agli orientali non sia difficile conseguire questa immobilità rassegnata, questo annichilamento dell'essere. Ma gli sforzi che Roberto faceva per sopprimere le sue facoltà parevano invece aguzzarle. Non distratto ormai da nessun oggetto esteriore, si ripiegava con una sensibilità più squisita su medesimo, numerava le pulsazioni del suo cuore, scendeva nella sua anima. Gli alti e solenni pensieri della morte gli si affacciavano alla mente. Il to be or not to be di Amleto gli risonava all'orecchio. Era giunto dunque a quel limitare tremendo che nessuno ha mai varcato due volte? Stava per trovare l'incognita di quel problema che affatica gl'intelletti più poderosi e che, col chiudersi della vita, si risolve da anche al povero ilota? Poche ore ancora, e tutto sarebbe finito... o tutto ricomincierebbe da capo.

Roberto Arconti era figlio del suo secolo e del suo paese. La questione religiosa non aveva mai assorbito il suo spirito; però la sua anima era troppo elevata da appagarsi d'un indifferentismo volgare. Aveva avuto nella sua giovinezza i suoi periodi di lotte, d'ansietà cupe e profonde; se non s'era acquetato nella fede, era perchè non aveva potuto credere. Gli pareva che le varie teologie avessero rimpicciolito il concetto grandioso della potenza regolatrice dell'universo; non sapeva piegar le ginocchia davanti a questo Dio che gli uomini hanno creato a immagine loro, prestandogli i loro odi e le loro passioni, facendone lo strumento delle loro vendette e della loro libidine di dominio. Alle affermazioni dogmatiche di tutte le chiese gli piaceva contrapporre il procedimento cauto ed onesto della scienza che muove alla ricerca del vero, non d'altro, sollecita che d'accrescere il patrimonio dello spirito umano. Eppure.... eppure la scienza stessa lasciava in lui un vuoto, che non poteva colmarsi; essa non gli spiegava ogni cosa. Era costretto a riconoscere ch'essa non bastava sempre, a tutti; che pei deboli, che pegli umili essa non chiudeva in la virtù redentrice d'una speranza immortale, che per nessuno essa offriva sufficiente compenso alle ingiustizie del mondo. Ciò non lo aveva indotto ad accettare dottrine che gli ripugnavano, ma lo aveva reso nemico d'ogni specie d'intolleranza, e aveva fatto del suo scetticismo pensoso una cosa ben dissimile dalla negazione provocante e sguajata. adesso, all'avvicinarsi dell'ora suprema, mutava tenore. Era stato sincero e non voleva per viltà mentire a medesimo. Se un tribunale incomprensibile, misterioso, aspetta al varco gli estinti, egli poteva affrontarlo impavido, certo della rettitudine de' suoi atti e delle sue intenzioni. Il male, gli era lecito dirlo senza jattanza, egli non lo aveva fatto mai, forse aveva fatto del bene, aveva ubbidito a quella legge di simpatia che ci affratella con gli altri uomini e ch'è certo la prima fra tutte le religioni, la più vera e divina. Così da queste escursioni oltretomba il suo spirito si ritraeva piuttosto rinfrancato che sbigottito. Sentiva che non avrebbe temuto la morte se non avesse amato la vita.

Sì; aveva creduto d'odiare la vita, ma s'era ingannato. L'amava perch'era giovine, perchè il sangue gli correva rapido nelle vene, perchè aveva intatte le forze del corpo e dell'intelletto, perchè malgrado dei recenti disinganni, il futuro aveva pur sempre qualche attrattiva per lui.

Ebbe un altro accesso di disperazione. Gridò ancora, tese ancora l'orecchio. Nulla, nulla.

Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno ch'estranea.

Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue illusioni, la sua gioventù, il suo vigore!

E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire: Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della leggiadra fanciulla!... Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato!

Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che differisse dall'amore una tenerezzagrande!... Oh se fosse uscito di !

Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perché14 le gambe stentavano a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma più che la fame, lo divorava la sete. poteva estinguerla, poteva raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo, accorciare i suoi patimenti... Ebbene? Non aveva già sofferto abbastanza?

Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più lungo.

Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto, quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, Roberto sapeva spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato l'orecchio al suolo, stette immobile, trattenendo il respiro, comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome; aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato, dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso, durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido, si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la morte non li avrebbe preceduti?

Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni consapevolezza di . C'era una persona che soffriva fuor di misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo disastro. Una galleria era crollata e qualcheduno era rimasto dietro, le rovine.... Un lume aveva illuminato per breve tempo l'oscura prigione, e s'era spento; qualcheduno aveva patito la fame.... Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto d'una speranza ineffabile... Dopo d'allora, che cos'era avvenuto? Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi!

I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere, l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa. Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana; ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e dell'abnegazione.

Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto; conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera.

Allorchè la voce di Roberto riuscì a farsi sentire al di della barriera che lo separava dai vivi, nell'animo dei più era, non già scemata la risoluzione di combattere, ma scossa la fede di vincere. Quel grido, a cui si rispose con un urrà strepitoso, trionfò d'ogni stanchezza e d'ogni dubbio. - Lo sapevo che lo avremmo salvato - disse Maria, padroneggiando a fatica la violenta emozione che le toglieva il respiro.

Si guadagnava terreno a oncia a oncia lavorando con lena raddoppiata, in quegli atteggiamenti disagiati ch'erano concessi dall'angustia dello spazio, in mezzo a un'aria densa, che rendeva debole e incerta la luce delle lampade.

Ma già la meta era vicina. Potevano restar da scavarsi due o tre metri al più, e Odoardo Selmi moderava l'ardore dei minatori per non mettere a repentaglio con una soverchia precipitazione i risultati ottenuti. Quella galleria improvvisata gli pareva un miracolo; gli pareva che un nonnulla dovesse farla crollare. A ogni modo, non era da illudersi; essa non avrebbe durato che pochi giorni, poche ore forse. Non importa; pur che durasse finchè Roberto era salvo.

Una nuova preoccupazione s'era impadronita degli animi ed era dipinta sui volti. Perchè Roberto non aveva ripetuto il suo grido di soccorso? Perchè, chiamato a nome, non aveva risposto?... Se quel grido fosse stato il suo ultimo grido?

Maria leggeva negli occhi di tutti quel sentimento di terrore che le labbra non osavano esprimere. Ma non voleva dubitare della Provvidenza. Diceva fra : - Sarà forse spossato, come sono spossata io.

Infatti la stanchezza la soverchiava. Già due volte, seduta sopra una motta di terra, aveva suo malgrado abbassate le palpebre e lasciata cader la testa sul petto.

Ora però era ben desta. Il momento decisivo era giunto; ancora pochi colpi di zappa, e poi ogni dubbio sarebbe stato rimosso. L'ansietà rallentava i palpiti di tutti i cuori.

Odoardo tentò di allontanar sua sorella. Ma ella gli si strinse addosso e gli susurrò: - Se mi movessi di qui, sento che non soppravviverei un minuto.

La sua voce era un soffio. Lo notò ella stessa, soggiungendo: - Anche la voce di lui sarà così... È per questo che non risponde.

Aveva le pupille fisse ad un punto; tremava da capo a piedi.

- Ecco - gridarono i due minatori che smovevano la terra, mentre gli altri erano occupati a puntellare la vôlta.

S'era aperto un breve spiraglio, non tale però che una persona potesse passarvi.

L'ingegnere Selmi si cacciò avanti chiamando - Roberto, Roberto!

Nessuna risposta, nessun gemito, nessun movimento.

Si ricominciò a lavorare in silenzio con l'animo pieno di tristi presentimenti.

Quando il foro fu abbastanza largo, Odoardo vi avvicinò la lampada e tentò di perlustrar con lo sguardo la buja caverna. Ma non se ne vedeva che una piccolissima parte, ed egli non riuscì a discerner nulla.

La breccia fu ampliata di nuovo e il Selmi entrò seguìto da alcuni minatori.

Roberto giaceva supino, bruttato di fango, con le guancie livide e smunte, coi capelli arruffati, più simile a un cadavere che ad un corpo in cui s'agiti ancora la vita.

Inginocchiato accanto all'amico, Odoardo Selmi cercava invano di sorprendergli in viso un moto, una contrazione.

Una mano gli si posò lieve lieve sulla spalla. Era Maria, penetrata dentro senza che alcuno osasse di opporsele.

- Lascia che provi io - ella disse con dolcezza.

Si chinò su Roberto, e gli accostò l'orecchio al cuore. I minatori le si stringevano intorno; le loro lampade illuminavano in modo fantastico la scena pietosa.

Qualcheduno bisbigliò: - È morto!

Ella alzò fieramente la testa - Non è morto; il suo cuore batte; lo salveremo.

 

 

 





14    Nell'originale "perhè"



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