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XXXI. | «» |
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XXXI.
Prima che passassero due mesi, si celebrarono in Valduria le nozze fra Roberto e Maria.
La signora Federica non vi assisteva. Quando suo figlio, rispondendo alla lettera in cui ella gli partecipava con l'animo straziato il matrimonio di Lucilla col marchesino Moschi, le annunziò alla sua volta che aveva deciso di sposar Maria Selmi, la buona donna montò su tutte le furie. Nè valse a calmarla il racconto fattole da Roberto del pericolo corso e della parte che Maria aveva avuto nella sua salvezza. Senza dubbio, pensava la signora Federica, quell'artificiosa ragazza lo fece cadere in una trappola per aver poi il merito di tirarnelo fuori. Sotto quest'impressione la signora Federica scrisse un'epistola di sei facciate, ch'era un miracolo di logica. Ella gli diceva che questo avvenimento era inaudito ed imprevedibile, quantunque pur troppo ell'avrebbe scommesso che l'andava a finir così, visto che Roberto discorreva molto di dignità, ma non ne aveva punto. Una mésalliance simile! Un Arconti, che avrebbe potuto aspirare a una nobile, sposare una contadina! Un Arconti, che avrebbe potuto sedere sullo scanno dei ministri, seppellirsi in una zolfatara! E prendere una risoluzione di questa fatta senza consultare la madre! E sì ch'ella aveva un'idea, e contava di potergli offrire di giorno in giorno una splendida posizione in Milano, e più tardi forse, chi sa? anche il matrimonio con una ricca ereditiera. A questo punto, la signora Federica passava, con un rapido movimento oratorio, a lamentarsi delle sue miserie, che ormai sarebbero state tali da muovere a compassione le pietre. Se suo figlio, ch'era uno spiantato, si ammogliava con una spiantata, senza dubbio egli le avrebbe soppressa o diminuita la pensione. E in questo caso che le restava? La sua piccolissima dote col cui interesse ella non poteva certo vivere, e del cui capitale ella non poteva disporre a suo talento. Le si lasciasse almeno consumar questa; già ella non aveva da campar molti anni; e poi, alla peggio, non le sarebbe mancato un posto al Pio Luogo Trivulzio, in qualche altro Istituto di Carità, ov'ella sarebbe apparsa a tutti come accusatrice d'un figlio snaturato. Dopo un sì bello squarcio d'eloquenza la signora Federica dava alcuni particolari sulle prodezze del suo pappagallo.
Roberto non mostrò questa lettera a Maria, che ne avrebbe avuto molto dolore; ma si affrettò a calmare le inquietudini di sua madre circa all'indigenza che la minacciava. Egli l'assicurò che pel momento tanto egli quanto Maria avrebbero vissuto benissimo senza diminuire d'un soldo ciò che la signora Federica riceveva ogni mese; che se in futuro fossero cresciute le gravezze, era sperabile che crescessero anche i profitti; che, in ogni modo, la sua mamma poteva venir sempre ad abitar con loro, e poteva esser certa di trovar la più affettuosa, la più cordiale accoglienza. E Maria aveva insistito perchè quest'offerta fosse fatta alla signora Federica anche in nome di lei. In quanto a Roberto, egli era sicuro che sua madre non sarebbe venuta a viver in quei luoghi per tutto l'oro del mondo, e in cuor suo non desiderava che ci venisse, certo com'era che ci si sarebbe trovata male e avrebbe fatto star male anche gli altri.
Comunque sia, nel corso di questa corrispondenza gli spiriti bollenti della signora Federica si calmarono alquanto, ed ella spinse la sua magnanimità fino al punto di manifestare a suo figlio una nuova luminosissima idea. Egli doveva, appena sposato, abbandonare il suo impiego, e trasportarsi con la moglie a Milano, alla ricerca d'un'occupazione degna d'un Arconti. Ella intanto si sarebbe incaricata di dirozzare la nuora, e in tre mesi prometteva di ridurla una signora di garbo, simile a lei.
E poichè Roberto rispose con uno dei suoi soliti rifiuti, la signora Federica si lagnò molto della sua incorreggibile caparbietà, e dichiarò che alle nozze non ci verrebbe assolutamente, tanto più che quelli non eran paesi dove una persona civile potesse passar la notte. Nondimeno volle mandare il suo regalo a Maria, e le spedì infatti alcuni gingilli di qualche valore che non potevano servirle a nulla.
Il banchetto nuziale fu dato all'osteria di Valduria sotto la direzione di Odoardo Selmi, e con l'intervento di tutti i notabili del luogo e di tutti i soprastanti delle due miniere di Valduria e Rignano. All'ora dei brindisi e dopo che l'eloquenza degli altri si fu sfogata appieno, Roberto Arconti si levò anch'egli a ringraziare degli augurî che gli erano rivolti, e pronunziò un bel discorsetto, concludendo all'incirca così: - Qualcheduno di voi mi fece un merito speciale perchè, nato fra gli agi, seppi adattarmi a un'esistenza di fatiche e di privazioni. È vero, pochi anni fa io non m'aspettavo sicuramente di dover finire in una miniera. Ero ricco, ero elegante, amavo tutti i piaceri della società. Però in fondo del cuore, mi risuonava sempre una frase di mio padre, una frase ch'egli, sorto da modeste origini, illustrò con l'esempio: La vita non ha pregio che nella lotta. Prima o poi, in una forma o nell'altra, in questa lotta ci sarei entrato. La fortuna, volgendomisi contro, mi costrinse a spiegare più presto il mio spirito battagliero. Non mi dolgo nè della cosa, nè del modo. Affrontar le forze della natura, governarle, raffermar sovr'esse il dominio dell'uomo non esige minore ardimento che slanciarsi nei vortici della speculazione o nelle gare della politica. E l'anima si conserva più incorrotta, e la vittoria non ha rimorsi, e la sconfitta non ha vergogna. Io son dunque lieto d'esser con voi a combattere queste battaglie, a sfidar questi pericoli d'ogni giorno. Nè mi curo della gloria, ch'è facile premio a tante altre specie d'operosità. La mia unica ambizione si è che in queste valli, su questi monti, di cui noi ricerchiamo l'intime viscere, si possa dire un tempo, ricordando il mio nome: Fu coraggioso, fu attivo, fu onesto, e insegnò, praticandola, la religione del lavoro e del dovere. -
Entusiastici applausi accolsero le parole dell'ingegnere. Solo Maria, quand'egli sedette, gli susurrò all'orecchio: - Cattivo, la vita non ha dunque altro di bello che la lotta?
Egli sorrise, - No, Maria, ha di bello anche l'amore... Vuoi che lo dica ad alta voce?
- Oh no, mi basta che tu lo pensi.
Nè ormai Maria può dubitar più che Roberto lo pensi davvero. I due giovani vivono felici in una piccola e linda casetta posta sulla cima d'un colle che domina altri poggi minori e consente di abbracciar con lo sguardo un'ampia distesa di valli. Al di là dei poggi, al di là della pianura, quando l'aria è limpida, l'occhio si spinge fino all'Adriatico e, ajutato dal cannocchiale, discerne le candide vele dei bastimenti e la striscia di fumo che i piroscafi lasciano dietro di sè. Dalla parte opposta, verso Occidente, sorgono erti e severi i monti dell'Appennino.
La miniera ha sempre i suoi rischi e le sue tribolazioni. La natura è spesso ribelle, gli uomini son rozzi e violenti, pronti alle minaccie, pronti alle offese. Ma l'ingegnere Arconti continua a esercitar sulle cose e sugli uomini quell'impero che un forte ingegno, una volontà risoluta, e un rigido senso della giustizia sogliono dare a chi li possiede. Maria è a Rignano quel ch'era a Valduria, l'angiolo tutelare dei deboli e degli afflitti. Quante collere ella riesce a disarmare con la sua parola, su quante piaghe ella sparge un balsamo col suo sorriso!
Quand'è sola, ella ha le sue ore angosciose, in cui la mente le si popola di tristi memorie e di tristi presagi. Però l'arrivo di Roberto basta a dissipare le nuvole che le si sono addensate sulla fronte, e, allorchè nella sera, spicciate l'ultime faccende, egli viene a sedersi vicino a lei nella cameretta ov'ella lavora, ella sente che non cambierebbe il suo stato con una regina.
Di quella cameretta i due sposi hanno fatto un nido tranquillo, ove non giungono le cure della giornata. Prima d'entrarvi, Roberto lascia i suoi vestiti da minatore; se i lavoranti vengono a cercarlo mentr'egli è là, essi devono fermarsi sulla soglia. Tutto il resto della casa tradisce le occupazioni del padrone; quello stanzino potrebbe far credere di trovarsi, in una città, presso qualche famiglia borghese. Maria vi ha collocato le migliori suppellettili, i libri di Roberto, l'album di fotografie, l'elegante servizio da thè che M.r Black ha spedito da Londra, i gingilli che la signora Federica ha mandato in dono da Milano.
E quasi ogni sera Maria prepara il thè con le sue mani, e Roberto si mette a sfogliare uno dei volumi che gli ricordano la sua prima giovinezza, e legge ad alta voce qualche poesia d'uno o d'altro autore favorito. Passandogli un braccio intorno al collo, Maria sta intenta ad ascoltarlo, e le sue guancie s'imporporano, e i suoi occhi s'illuminano, e l'espressione del suo viso mostra chiaramente che non le sfugge nulla di ciò ch'è bello, di ciò ch'è nobile, di ciò ch'è gentile.
- Come volan via presto queste ore! - ella esclama talvolta. E soggiunge maliziosamente: - Eppure non son ore di lotta!
- No, son ore di pace, rese più care dalle ore tempestose che le han precedute. Credi forse che le gusteremmo così senza le fatiche e le inquietudini della giornata?
- Già, tu vuoi aver sempre ragione - dice Maria, sorridendo. Indi a voce più bassa: - E di lui ci sarà proprio bisogno di farne un minatore?
Chi è lui? Lui è un personaggio misterioso, del quale si discorre da qualche tempo con grande interesse come d'un viaggiatore che deve arrivare e che prenderà il nome di Mariano. È vero che lui potrebbe benissimo esser lei, e lasciar tutti con un palmo di naso, ma i conti fatti servirebbero per un'altra volta. Quod differtur non aufertur.
- Non sarà necessario di farne un minatore - risponde con gravità Roberto - ma sarà necessario, a ogni modo, di farne un uomo che affronti coraggiosamente le difficoltà della vita.
- Anche lui nella lotta, dunque?
- Anche lui.
FINE.
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