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I SAGGI POETICI DI TULLO MASSARANI | «» |
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I SAGGI POETICI DI TULLO MASSARANI
Se il nome che più dura e più onora potesse essere ancora largito a chi rivela ne' suoi versi un vivo sentimento della natura, una sollecitudine amorosa per il bene dell'umana famiglia, un patriottismo ardente e puro come fiamma, una devozione quasi gelosa alle schiette tradizioni dell'arte italiana, una cura coscienziosa di stile e di numeri; se potesse essere largito il nome di poeta a chi presenta, con tali note caratteristiche, l'opera propria, quantunque vi si desideri talora impeto di fantasia e splendore d'immagini e più limpida spontaneità d'espressione; anche si dovrebbe accogliere con cortese indulgenza l'ombra che torna di Tullo Massarani poeta.
Scomparso appena ieri, chi ne prenda in esame l'opera poetica, egli già riappare come uomo di altri tempi; di quei tempi, quasi favolosi, ne' quali tanta eco trovava la voce del Mazzini: «L'Arte per l'Arte è formola atea, come la formola politica ciascuno per sè: può dominare per alcuni anni in popoli che decadono; no 'l può sopra un popolo che sorge a vita nuova, e a una grande missione.»
Il monito del maestro fu ognora presente all'anima del Massarani; che, poeta giovine, eludeva con gli stornelli incendiarii la vigilanza della polizia austriaca, poeta vecchio, rimava inascoltato precetti di civile sapienza agl'Italiani.
La poesia di lui, romantica di contenenza e nudrita del meglio delle moderne letterature, apparve sempre studiosa di rivestirsi delle classiche forme; anzi fu tanto questo studio di essa, che affettata ne riuscì talora la signorile compostezza dei modi anche ne' versi del tempo migliore.
A mal grado di tanta cura, egli stesso dovette accorgersi, che, molte volte, all'intenzion dell'arte non s'accordava la forma; e rassegnarsi, per ciò, a veder meglio accetta, ed anche trionfante, l'opera poetica di artisti più squisiti, i quali pur non mostravano di credere, che, sopra l'arte, vi fosse qualche cosa di più nobile e di più alto, cioè quel sentimento degl'ideali di giustizia, di virtù, d'eroismo, ch'egli mirò costantemente a trasfondere per mezzo del suo verso nell'anima italiana.
Sopravvivono ancora critici acuti ed arguti, i quali non si péritano di confessare, che volentieri perdonerebbero qualche imperfezione di forma ove avvertissero potenza di sentimento; ma oramai rari consentono col Chiarini, che, scrivendo di Lord Byron nella politica e nella letteratura (Nuova Antologia del 16 luglio 1895), dichiarava: «Fra una strofe perfetta, la quale non desti in me altro senso che di ammirazione per l'abilità dell'artista, ed una che, magari zoppicando nei piedi, muova dentro di me quel che c'è di più generoso nell'animo umano, io preferisco la strofe che zoppica.» Rari consentono: i più, in vece, si stancano assai presto di quel fare studiato e stentato, che, specialmente a cagion de' mutati gusti e indirizzi, notano subito nei versi del Massarani; e, offesi da qualche vizio di forma, trascurano e quasi disdegnano le belle idealità che tutta pervadono l'opera di lui.
La quale non si può certo sperare di rimetter in onore, nella presente felicità delle lettere italiane. Chi tanto presumesse, s'avrebbe le accoglienze medesime che quel povero Macrino, «spolpato e giallo pei sofferti stenti Fra libri, calamaj, fogli e lucerne,» il quale tanto si querela nel sermone del Gozzi, Sul gusto d'oggidí in poesia:
. . . . . Oh, di qual tomba antica
Fuggì questo di morti e fracidumi
Tisico lodatore? — udii d'intorno
Zufolarmi, ed il suon di larghi intesi
Sghignazzamenti, e vidi atti di beffe.
N'andai balordo: e di saper qual fosse
Bramai di nuovo la poetic'arte,
Di cui mal chiesto avea forse ad Apollo.
Seppilo in fine. Poesia novella
È . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quel che sia, non importa ora vedere; basta impetrare benevola indulgenza a questa poesia vecchia, che si ripresenta quasi per postumo desiderio di allegrarsi ancora una volta del sole d'Italia.
Sono Sermoni e Rime, secondo l'usanza del buon tempo antico; sono libere versioni di poeti stranieri; sono soggetti «di poema degnissimi e di storia,» o ristretti nella tranquilla regolarità d'una novella, o presentati nei loro episodi principali con altr'e tante liriche inneggianti ad una delle più alte e più gentili idealità umane.
I Sermoni parvero, de' generi poetici che il Massarani trattò, il più confacente all'indole di lui. Assennatamente, urbanamente, un po' sermonò sempre. Annotando il suo sermone Domeniche d'Agosto, e ricordando gli orgogli di un buon vecchierello custode del Palazzo Ducale di Venezia, egli soggiunse: «E' ci raccontò l'aneddoto con quella cara e inimitabile arguzia veneziana, che a noi non vien fatto di ricordare se non col desiderio.» Ed egli ci verseggiò i suoi Sermoni lasciandoci, spesso, il desiderio della cara arguzia di Gaspare Gozzi; come, talvolta, della cura stilistica del Chiabrera, tal'altra, della castigata scioltezza del Pindemonte. Si studia — è vero — d'imitare de' migliori maestri la snellezza e il garbo e, di frequente anche, l'arguzia; ma, se piacevoleggia talora, se pur ne riposa e n'allieta con l'aneddoto o l'apologo, se si piace anche di descrivere e colorire memore dell'arte sorella, sempre è regolato da una compostezza quasi aristocratica, e più volentieri ragiona, sentenzia, esclama. Lontano dalla lucianesca festività del Gozzi, anche meno gli è famigliare l'ironia — di rado, la magnanima bile — del Parini, dello Zanoia, e perfino del Mascheroni. Temperati sdegni, e assennati móniti solenni, e dolce alterezza di ricordi, e nobiltà di patrie speranze e di glorie artistiche, dànno la contenenza dei Sermoni, che il Massarani si studiò di verseggiare in quel difficile stile, dimesso ed agile ad un tempo, di cui si piace un tal genere poetico.
Sapeva ben egli, che i suoi Sermoni non erano quelli del Gozzi; ma, ciò non ostante, potè affermare, presentandone la raccolta (T. M., Sermoni; Firenze, Succ. Le Monnier, 1883), che, in questa maniera di confessione quotidiana, «non ha mai scritto per empir le carte, sibbene per isfogar l'animo, o, se la frase pare ancora superba, per disoppilare il fegato e passar mattana.» Son sedici Sermoni (nella seconda edizione — Firenze, Le Monnier, 1884): A Giovanni Rizzi son dedicati il primo In casa e il secondo Notte insonne; ad Angelo De Gubernatis, Mattinata, Scampagnata, Idi di Marzo, Calen di Maggio; alla memoria di Eugenio Camerini, Piazza d'armi, Libri e fanciulli; alla memoria di Giuseppe Ferrari, Domeniche d'Agosto, I Giardini; a Davide Norsa, Fuor di mano; ad Angelo Trezzini, Ciarle al cavalletto; a Giulio Carcano, Il teatro della Commedia, Il teatro dell'Opera; al dott. Cesare Todeschini, Le botteghe a capo d'anno; ad Antonio Fogazzaro, Val d'Ossola. «Ci troverete, se altro no, delle memorie — dice l'autore — non solamente di casa mia, ma di casa nostra; i sassi, gli alberi, le vie, dove passate senza soffermarvi, e che pur ne francherebbero la spesa, tante cose hanno da raccontare; la gente, i bimbi, le donne, che incontrate per istrada, per le botteghe, al passeggio, al teatro, senza guardarli altro che per guardare, e che pure hanno ciascuno il loro romanzo inedito, o il loro idillio, o la loro elegia; e alla peggio infine, se anche io non avrò saputo scoprirvi neppure un lembo di quegl'ignoti poemi, che la storia ha sepolti, e che la vita e la morte vengono ogni giorno seminando sotto ciascuno dei nostri passi, ci troverete almeno dei nomi onorandi e belli, di vivi e di morti; nomi tutti di strenui lavoratori, d'intemerati operai del pensiero, di soldati infaticabili della scienza e dell'arte; carissimi al mio cuore, e degni di essere...»
Le Rime andavano sparse per i giornali politici e letterari, per le strenne e per le raccolte. Fu tentato l'autore di raccoglierne un manipolo quando ripresentò la raccolta de' propri Sermoni, alla quale s'era fatto buon viso (T. M., Sermoni e Rime; Firenze, Succ. Le Monnier, 1884). Distribuì le sue rime in quattro gruppi: Sonetti e stornelli, Cosas de España, Varia, Odi e canzoni. Si partiva dall'arguta agilità degli stornelli politici del 1858, per giungere alla solenne compostezza della canzone Nel quarto centenario di Raffaello. Versi d'amore, pochi; e di quell'amore ch'egli sentì veramente profondo, e seppe confondere perpetuo con quello della patria e dell'arte: nella sussistenza del suo amore, sono tre amori, quasi tre giri di tre colori e d'una contenenza. Chiedeva, che Amore gli apprendesse la fede dei forti, «Amor che scorge ad alte cose accenso L'alme gentili e i popoli concordi.» E le fantasie della sua primavera, che verdeggiò nei tempi preistorici di Pio IX, ancora lo circondarono, quasi con accorata gentilezza, quand'egli si diede ad evocarne i profili dalle memorie di un morto. Amò — così — la Donna, «che quasi viva face Schiara la vita e la può far men fella;» e amò la patria, e amò l'arte. Della patria seguì le fortune, scortandola dalle latomie della servitù ai fastigi del Campidoglio. Durante la occupazione militare, sotto gli occhi della polizia austriaca, sono gli stornelli dell'amante paesano, che dice alla sua bella: «I' non vi voglio alla franzese, Mi piace il guarnellin del mio paese;» o, peggio che povera e tribolata, la piange serva:
— Vo' non sapete il peggio, o tristo amante,
Era massaia, e diventò bracciante,
Vo' non sapete il peggio suo martire,
Era padrona, e le tocca servire.
Povera Lena mia, chi vi conforta?
Prima che serva, oh vi sapessi morta!
O sono gli stornelli de' fratelli divisi e avviliti dalla fortuna:
Eramo tre fratelli, e la fortuna
Ci volse l'un dall'altro sparigliare:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pensar che siam lontani tanto tanto
Noi che s'era compagni al riso, al pianto!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Eramo tre fratelli, e siamo un core;
Oh chi ha rimedio pel nostro dolore?
Il rimedio venne: venne con Vittorio,
Ei venne, ei venne, e il glorïoso varco,
Dome de l'Idra le fumanti strozze,
Tra i liberati popoli s'aperse,
Però tenne invocato il regio incarco,
Roma i baldi sudar lieta gli terse,
E Italia madre benedì le nozze.
Venne con Garibaldi,
Eroe più forte e Cavalier più buono
Che il forte Alcide e il buon Ettore e Atlante.
Oh, gloriosa leggenda garibaldina anche nelle Rime di questo vecchio poeta! Perchè, all'eroe, hanno potuto negare la pietà del rogo? Almeno,
. . . se placar giovi
a' profani
La sua grand'Ombra disdegnosa e fiera,
Come ad unico altar degno dei Mani
Veleggino alla sua forte Caprera:
Rizzin gigante sulla
spiaggia un masso,
E staglino un leon nel vivo sasso.
Ma no; egli non è morto; egli non muore:
Ancor freme nei petti,
ancor ribolle
In ogni alto desìo che s'infutura:
Tomba non sa chi nome ha Garibaldi.
Così volgessero all'Italia propizie le sorti, come i suoi grandi fattori sognarono ed augurarono un giorno! Non ne fu lieto, negli ultimi tempi, il Massarani, che tante delusioni e tante apprensioni chiuse in quei versi della vecchiezza, che ci affidò inediti o raccogliemmo dispersi, e parchi aggiungeremo alla postuma raccolta de' Saggi poetici di lui.
Più rari sono i lamenti e i rimpianti in quelle Rime, ch'egli stesso raccolse coi Sermoni: v'è più vivo orgoglio di ricordi, conforto di speranze. E, fra ricordi e speranze, passa gloriosa l'arte d'Italia. Oh, la bella compagnia che seco mena! Ecco, Francesco Hayez, «Che di gemina aureola Gloria e canizie a gara incoronò;» ecco, Domenico Induno, «il pittor del popolo,» «Dolce coi mesti e coi superbi audace, Foriero di novella arte pugnace;» ecco, il Bramantino, che architetta Santa Maria delle Grazie a Milano, perchè Lionardo vi dipinga il Cenacolo; ecco, Raffaello, in cui par quasi «giungere a un segno Il genio di Platone e quel di Cristo.»
La festevole relazione d'un viaggio in Ispagna fatta a Giuseppe Revere in otto liriche sulle Cosas de España, che quel signore dell'umorismo italiano gradì e pregiò; e un buon saggio delle versioni da 'Ibn Hamdìs, dal Tennyson, dallo Schanz, dallo Sturm, dal Gerok, dal Wachenhusen, dal Béranger, dal Theuriet; dànno varietà, e quasi compimento, alla raccolta delle Rime.
Dalle lingue moderne, delle quali possedeva i bei segreti, anche più preziosi tesori recò nella nostra il Massarani, che già di Enrico Heine aveva dato per il primo una degna notizia all'Italia con traduzioni felici: tradusse Il libro di Giada secondo la lezione di Mma J. Walter, e le Poesie di Elisabetta Barrett Browning; e tentò, negli ultimi anni, di rendere italiano il poemetto di E. Benson From the Asolan Hills.
Le livre de Jade di Mma Judith Walter, come gli offrì modo di risalire a più altre fonti e di rivelare alle donne gentili una più vera e non meno curiosa Cina che non quella da paravento che già conoscevano; di disascondere ad esse la Cina dell'istoria della sapienza della poesia; anche lo tentò di dar tutte in veste italiana quelle argute e lievi liriche de' poeti cinesi, delle quali aveva dato qualche saggio caratteristico nella sua conferenza al Circolo Filologico di Firenze.
Già i Padri delle Missioni, il padre Amiot e il padre Cibot, primi avevano dato qualche notizia e qualche saggio di traduzioni dalla poesia cinese; poi il Davis, il Pauthier, il Rémusat; più recente, il marchese d'Hervey Saint-Denis: ma la tentazione di voltare in versi italiani una prosa francese letteralissima, lucidata sui versi francesi, il Massarani l'ebbe dalla figlia di Teofilo Gautier, re degli scrittori coloristi di Francia, da quella che si chiamò Judith Walter, la quale ebbe agevolata la lettura e la interpretazione delle migliori canzoni di ventidue poeti dell'Impero di mezzo dal baccelliere cinese Tin-Tun-Ling; e le riferì in eccellente prosa francese.
Il Massarani giustificò la sua riduzione in versi italiani dicendo, che aveva tentato, «dopo aver avuto fra mano tutti i più fini ed artistici segreti del rovescio (d'un ricamo), d'indovinare del diritto, almeno, come dicono i pittori, la macchina» (T. M., Il libro di Giada, echi dell'estremo Oriente, recati in versi italiani, secondo la lezione di Mma J. Walter; Firenze, Successori Le Monnier, 1882).
Incontrò buona fortuna; e non si pentì d'aver ceduto a quella tentazione di donna. Onde, assai più facile, cedette poi ad un'altra.
Nel 1896, la signora Fanny Zampini Salazar stampava, e dedicava a Teresa Notarbartolo dei marchesi di S. Giovanni per le sue nozze con Teodoro Merlo dei marchesi di S. Elisabetta, un suo discorso su Roberto ed Elisabetta Browning, con prefazione di Antonio Fogazzaro (Napoli, Tocco, 1896), lamentando, che «in Italia, ove tanti altri poeti inglesi sono studiati, ed ove, non solo i grandi, ma i più corrotti e corruttori poeti francesi, erano letti, tradotti, plagiati od imitati, in Italia, Roberto ed Elisabetta Browning fossero, con imperdonabile ingratitudine, quasi totalmente ignorati.» Quasi; perchè, già molti anni innanzi, Giuseppe Chiarini, fra le sue traduzioni di poesie inglesi, aveva pubblicato Il pianto dei fanciulli, La moglie di Lord Walter, Il filare di un anno di Elisabetta Barrett Browning e Su in villa e giù in città di Roberto Browning (Livorno, Vigo, 1874); e, un anno prima che la signora Zampini Salazar richiamasse gl'Italiani ad una più giusta estimazione ed ammirazione dei Browning, Luigi Gamberale — che, preludendo a' suoi Poeti inglesi e tedeschi moderni o contemporanei, n'aveva già fatto onorata menzione (Firenze, Barbera, 1881) — aveva offerto, anch'egli per nozze, un bel saggio di versione della tragedia Una macchia sullo scudo di R. Browning (Trani, Vecchi, 1895); e, poco dopo, di tutta la tragedia in tre atti dava la versione, e, insieme, della scena drammatica Pippa passa (Napoli, Pierro, 1897), premettendo notizie Della vita e delle opere di R. Browning, e attestando «che il mondo non obblierà più la voce poetica del Browning, di cui l'Inghilterra non ha udita l'uguale dallo Shakespeare in poi.» Di Elisabetta, non faceva che un cenno: ma soggiungeva «non ne dico altro ora, perchè all'Italia la farà conoscere, presto e da par suo, Tullo Massarani.»
Il quale, appunto per il discorso della signora F. Zampini Salazar, sentì vivo il desiderio di meglio conoscere i Browning, e concepì il disegno di rendere italiana l'opera poetica di Elisabetta. Tutto tradusse, quantunque, per i limiti segnatigli dall'editore, parecchie cose sacrificasse che pur potevano aver degno luogo in quella prima edizione, e l'avranno nella postuma che stiamo procurando; e, del modo che tenne traducendo, egli stesso volle rendere ragione nel proemio: «A mio senso, non ci sono se non due modi di tradurre poesia. O volete mostrarne come a dire la trama (che è ufficio proprio e delicato di chi insegna), e vi convien farlo in prosa, con una versione il più possibile analitica e letterale; o volete cercare che un pubblico, colto s'intende, ma mondano, ne gusti alcun che, e non del contenuto soltanto ma un poco anche della forma e della musica, e vi bisogna licenziarvi a una certa larghezza, tentar di raggiungere un effetto analogo anche con mezzi un po' diversi, come l'indole della lingua, le inclinazioni stesse della razza e le attitudini dell'orecchio dimandino. Non dico castigare lo Shakespeare, Dio liberi, come ha preteso una Dacier, e nemmanco togliersi due distici d'Ovidio e barattarli con dieci ottave, siano pure di gitto come quelle del buon Anguillara; ma una parafrasi a tempo, un epiteto, magari un paragone di più, credo, sull'esempio del Caro, che non siano se non peccati veniali.»
Di questi, e di qualche altro in verità più che veniale, l'assolsero giudici autorevoli, i quali non disconobbero le difficoltà di tale impresa; e con Gaetano Negri conclusero, che il Massarani «ha saputo voltare in italiano uno dei testi più difficili che un traduttore abbia mai preso in mano» (Perseveranza, anno XXXVIII, n. 13804).
A tradurre un poemetto di Eugenio Benson, fu indotto da un umile ma devoto amico, al quale, per bontà sua, egli andava chiedendo, nei giorni più desolati della inferma vecchiezza, qualche soggetto che potesse allettarlo ancora, e col lavoro intellettuale distrarlo dalla presente tristezza. Fu pregato di rendere italiano il poemetto del Benson, From the Asolan Hills, che aveva avuto in Inghilterra due edizioni, e meritava, e merita, di essere conosciuto dagl'Italiani, tanto v'è nobile e vivo l'amore per la patria nostra, e specialmente per la Marca Trevigiana.
Il Massarani compì la traduzione; ma troppo rigida e stentata dovette giudicarla egli stesso, se si tenne pago di concederci in saggio per il periodico Coltura e Lavoro di Treviso (a. XLVI, n. 5) quel luogo del Canto XVIII ov'è quasi glorificato Giuseppe Valerio Bianchetti (luogo, che pur fu tradotto dalla signora Ida Mallenza Alliand, ed offerto dalla vedova del Bianchetti alla figlia Dinetta il dì che andava sposa. — Padova, Prosperini, 1898); e di pubblicare egli stesso, nella Nuova Antologia, l'elegia Candida, con una notizia del poemetto (I colli Asolani, N. A., 16 giugno 1904).
Ma dove parve al Massarani di aver meglio rivelato, sotto forme imaginose, il concetto della sua mente, fu nell'Odissea della Donna e nell'Esmea.
Tanta fu l'efficacia educatrice del sentimento e dell'affetto, i quali s'impersonano quasi nella donna, che la storia di essa, nel volgere dei secoli, è la storia dell'incivilimento umano. L'Odissea della Donna è la glorificazione dell'«eterno feminino;» ed è, quasi, la ragion della fede nei migliori destini dell'umanità.
A sì nobile soggetto consacrò il canto Tullo Massarani; presentando, in ventiquattro liriche, altr'e tanti episodi: dodici dell'evo antico, dodici del moderno, dalle prime aggregazioni domestiche, alle condizioni ben diverse della donna nella vita presente. In apparenza indipendenti fra loro, gli episodi, verseggiati con tanta varietà di forme, pur cospirano allo svolgimento dell'unico concetto: ragion, questa, per cui non s'accostano a quella geniale naturalezza, che forse avrebbero toccato, se ciascun d'essi, anzichè in relazione col significato simbolico ed astratto dell'opera, fosse stato trattato nell'entità sua. Non mancano alle poesie dell'Odissea della Donna imperfezioni di forma: anche in esse, è stentata, talora, la rima; impacciato, il periodo ritmico. Ma — quali sono — si consertano nobilmente a intrecciare una delle più belle corone, che, nel secolo scorso, l'arte italiana abbia intrecciato al capo di quella soave creatura, per la quale è sempre bello far umano il divin grido del Petrarca «Tre dolci e cari nomi ha' in te raccolti, Madre, figliuola e sposa.»
Singolar pregio conferisce all'Odissea della Donna una duplice illustrazione, che l'autore stesso le seppe dare. Al testo dàn luce — come giustamente fu detto — e da esso la ricevono, ventiquattro disegni originali, che il Massarani pose a fronte degli altr'e tanti episodi scrupolosamente riproducendo il costume dei tempi diversissimi ai quali ciascun d'essi si riferisce: e, delle poesie e dei disegni, espongono il concetto le Note, riguardanti così la Serie Antica come la Moderna, e accolte in fine dell'una e dell'altra. Per esse, questa che potevasi ritenere soltanto d'inspirazione poetica, anche parve opera d'erudizione varia e robusta ai giudici più arguti e più difficili: tra gli altri, al D'Ancona, che attestò «le annotazioni mostrano quanta dottrina, avvalorata e riscaldata dall'affetto, abbia accumulato l'autore, e come l'intelletto suo, reso gagliardo dallo studio, spazi nel buio delle remote età, e si spinga a scrutare, col sussidio dell'esperienza, l'avvenire non meno tenebroso» (Rass. Bibl. della Lett. Ital. I, 12).
Affinchè nessuna cura dell'arte mancasse al libro meraviglioso, il Massarani — che l'offriva ai Sovrani nelle loro nozze d'argento, e il provento degli esemplari numerati destinava agli Istituti di beneficenza i quali ne cavarono dodicimila lire — provvide perchè degne corrispondessero la stampa della tipografia del Senato, le trascrizioni in penna di Francesco Colombi Borde, le eliotipie dello stabilimento Calzolari e Ferrario, perfino la legatura d'artefici scelti (Tullo Massarani, L'Odissea della Donna; Roma, Forzani e C. tip. del Senato, 1893).
«Questo volume, veramente monumentale — avvertiva ancora il D'Ancona — sarà di necessità letto da pochi, pel ristretto numero delle copie tirate, e perchè non ne è comodo il formato: sicchè farà bene l'autore a procurarne una più agevole edizione, accessibile a tutti gli amatori delle cose buone e belle.»
Lungamente desiderò, non potè mai il Massarani soddisfare a tale richiesta, che pure corrispondeva ad uno de' più caldi voti di lui.
Compie, in parte, un tal voto la ristampa dell'Odissea della Donna nel minor formato di questa postuma edizione delle opere. I caratteri nuovi son di fonderia italiana; fabbricata espressamente in Italia, la carta; esclusi i fregi, che nella nuova edizione non istessero fra le due colonne dei versi; la riduzione delle tavole in eliotipia, affidata al rinomato stabilimento Danesi di Roma; e la legatura, semplicissima, in tutta tela, col titolo in oro, allo stabilimento Staderini.
La lieta fortuna, che, non ostante il ristretto numero delle copie tirate, incontrò «l'opera grande e bella,» sedusse il Massarani a tentarne un'altra, in cui ancora s'ammirasse «il fenomeno di una idea germogliante nell'istesso cervello e dall'istessa mano sotto doppia forma, e per due vie rivolta a tentare le latebre del cuore;» ed egli verseggiò, documentò, illustrò con disegni, l'Esmea.
Preso a tema un episodio storico del secolo xvii, compì un lavoro d'arte, d'erudizione e di fantasia; lo corredò di centoventicinque disegni suoi da riprodursi con la incisione in rame; e di documenti inediti, cavati dagli Archivi di Stato di Venezia, Firenze e Pisa, e dalle Biblioteche Ambrosiana e Trivulziana di Milano.
Sarebbe stato disposto a sostenere in proprio il grave dispendio della edizione, e a donarla al Collegio Regina Margherita di Anagni per le orfane de' maestri elementari, quando fosse stato sicuro che il Collegio medesimo potesse cavarne un profitto corrispondente. Onde, aveva già divisato di far promuovere dal Collegio, ad esclusivo beneficio di esso, una sottoscrizione di trecento quote da cento lire cadauna; assicurata la quale, sarebbesi impresa la costosissima edizione a tutte spese di lui.
L'Esmea — qualunque ne sia stata la ragione — non ebbe l'edizione vagheggiata; e se ne rammaricava spesso l'autore, che della sua migliore genialità credeva d'aver dato saggio nei canti e nei disegni, e della erudizione più varia e coscienziosa nelle note e nelle appendici. Al generale di Cesnola, che nel 1900 era venuto a vedere il suolo natio, e un dì sfogliava col Massarani i molti disegni dell'Esmea, maravigliandosi che tutto ciò giacesse sepolto, «Caro generale, — diceva l'autore — non siamo in America nè in Inghilterra: strisciamo sui detriti di un gran popolo latino.»
L'Esmea, che, dopo d'essere giaciuta inedita quasi vent'anni, si pubblica per la prima volta in questa postuma edizione delle opere, è una novella di tre canti in ottava rima. Esmea è la più bella e più gentile di tre giovinette di Cipro, che, rapite dalle galee di Cosimo II de' Medici, furono da lui mandate in dono al duca d'Ossuna. Corsero, le altre due, diversa fortuna: morendo la compagna di Esmea sopra parto di due gemelli, riuscendo a libertà, e a povere ma oneste nozze la giovine schiava. Più superba, ma più dolorosa, la sorte d'Esmea. Favorita, ma non amante, del grande Ossuna; a tradimento, nel sopor procurato, deflorata, e resa madre; lasciata sola dal signore, distratto dalle cure del governo; catturata, confinata, contrita, schernita, imprigionata, dalla fiera gelosia della duchessa; per miracolo salva, e riconosciuta dal reduce Ossuna; vicina ad esser madre, abbominando il frutto delle sue viscere ancor nascituro; rifugiata in umile tranquillità, ove la confortano ed allietano fide colombe; pur intenta a spiar se dal mare le venga salvezza dai suoi, o da quell'amato suo Zopiro di cui si piange indegna; avvelenata da ultimo con l'acqua, di che ella disseta la più cara colomba; scoperto, e pianto, e onorato di rogo, il cadavere da Zopiro, che giura vendetta, e muore strappando una bandiera in un combattimento per mare contro l'Ossuna.
La novella di Esmea è corredata di cinque appendici storiche importantissime: Cipro antica e moderna, offerta già come saggio nella Nuova Antologia del I° marzo 1900; Pirati e schiavi nel mondo cristiano; El grande Ossuna in Italia; Don Francisco de Quevedo; Fantasie greche attraverso i tempi. Nelle ricerche, l'autore fu assistito dalla maravigliosa erudizione di un suo grande amico e dalla rara diligenza del figliuolo di lui: di Michele e di Michelino Amari.
Le appendici documentano la narrazione, con sì larga e sì precisa ricchezza di notizie storiche, e tanto esse e i disegni conferiscono a illustrare l'ambiente storico in cui l'azione si svolge, che altri potrebbe credere, non in servigio della novella le appendici e le tavole, ma quella essere stata composta a collegare con leggiadra invenzione i documenti e i disegni.
Anche chi non possa giudicare del valore dei disegni che illustrano l'Odissea della Donna e l'Esmea, e sol faccia dell'opera pittorica del Massarani quella stima che i critici ne fecero da Francesco Dall'Ongaro a Felice Uda1, è indotto a compiacersi di quella geniale universalità di attitudini per la quale egli potè coltivar con fortuna varie forme dell'arte.
Nei giorni più gloriosi della nostra coltura, quell'universalità parve dote caratteristica dell'ingegno italiano: e d'avervi aspirato, in tempi di sottile o minuta specializzazione, parrebbe si potesse dar lode, anche a chi non avesse saputo in ogni forma toccar l'eccellenza.
In vece, ripresentando la varia opera del Massarani, siamo ridotti a desiderare tanto d'efficacia alla nostra umile parola, che bastasse ad intercedergli benigno compatimento dalla critica, la quale, oramai, gli fa colpa di non essersi rinchiuso in quell'unico campo che confacevasi all'ingegno di lui.
A concedergli venia d'aver osato scrivere di Carlo Tenca e di Cesare Correnti; riferire dell'Arte a Parigi e dell'Arte a Monaco e a Norirnberga; narrare, illustrare, documentare l'Odissea della Donna e la Esmea; perorare alla Camera dei Deputati ed al Senato del Regno la causa della Polonia e quella di Candia; tradurre Il libro di Giada e le Poesie della Browning; dipingere Le Terme di Alessandria scaldate coi libri e Castellana e Vassalla; ed essere, per la patria serva e nella patria redenta, cospiratore e amministratore e legislatore, e filantropo de' più nobili e più incontaminati; a concedergli venia di aver osato tanto, è da sperare che i più equanimi degli specialisti, i quali, certo per fortuna della soda cultura, si son divisi in sì minute e precise parti lo scibile, sieno indotti dalla considerazione, che l'esempio dannevole, nella presente stagione della vita italiana, non accenna a diffondersi fra troppi imitatori.
Intanto noi, che presentiamo con semplici note bibliografiche i Saggi poetici di sì venerando Maestro, e ne proseguiamo la memoria con quell'ammirazione sempre viva in cui ha tanta parte l'affetto, ascriviamo a grande, a immeritata fortuna di poter segnare l'umilissimo nome nostro sulle prime pagine dell'Odissea della Donna; e, quasi arrossendo, ci par d'essere la mosca, che, fermatasi, secondo la favola, sulle lunate corna del bove, proclamava: Noi ariamo!
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