Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

SUL FREDDO LASTRICO

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SUL FREDDO LASTRICO

 

SUL FREDDO LASTRICO

 

 

 

SUL FREDDO LASTRICO

 

 

Quando Europa in travaglio
Sente d'inopia i segni
E si crede al barbaglio
Che ignoti le promette opimi Regni,

 

Te dei pinti Britanni
Stirpe superba, vede
Invidïando, i vanni
Batter sul mare, di Cartago erede.

 

«Bene de le procelle
Mutò l'afra costiera
Il nome in quel che dielle
Speranza, a noi mendace, a te foriera:

 

«Chè non pur, data volta
Verso l'indica terra,
Tutta nel grembo accolta
Hai la dovizia che Golconda serra:

 

«Ma, non sì tosto il segno
A le niliache arene
Pose un gagliardo ingegno
E di due mari in un fuse le vene,

 

«Che tu sopra gli fosti:
E, regina de l'oro,
Pria che la prora accosti
Altri a la foce, a te salmeggia: Adoro.

 

«Poscia a l'africa sfinge
Vôlta per l'äer crasso,
L'uggiosa che la cinge
Notte varcasti con securo passo:

 

«Ed ecco, ora le tende
Dei laghi a la frescura
Pianti, e il tuo freno attende
Tumido Imperio che non sa misura.

 

«Ben l'avaro servaggio
Un con pochi eroi
Scosse un austero Saggio
E America francò da' scribi tuoi:

 

«Francò terra feconda
Ch'alme città produce
Come spunta la bionda
Messe dai campi e dal mattin la luce.

 

«Non sì però le penne
T'ha sceme, che non gissi
Con baldanzose antenne
Novell'acque a tentare e nuovi abissi.

 

«Se il Bàtavo su l'ale
D'alto desìo s'aderse,
E nova terra australe,
Sperando a ventura, intatta aperse,

 

«Tua fu la messe: a torme
Allevaron tue braccia
Greggi ed armenti, e l'orme
Pacifiche smaltir l'errante caccia.

 

«Però dagli austri a gara
E dagl'indi colmigni
Scende, e da l'afro Sara,
La polvere dell'oro alli tuoi scrigni

 

Così la lingua batte,
Girando gli occhi bigi,
E miele impresta e latte
L'Invidia torva al tuo regal Tamigi.

 

Ma venga e vegga. Ansante
Per cento bocche e nera
Vedrà fumarsi innante
Tutta navigli la fatal riviera.

 

Vedrà, se ottiene il varco,
Androni alti, infiniti,
E gocciante il gran carco
Dell'improbo sudor d'arcani liti.

 

Te però non isperi
Mirar, giocondo Sole:
Che agli agili velieri
Non può darti prigion chi più ti vuole.

 

Come il mendìco un crudo
Obolo in man si toglie,
Gli è gran mercè se ignudo
Ottobre omai d'ogni ragion di foglie

 

Scender sul fasto muto
De' gran cocchi superbi
Veda il bieco saluto
D'un bagliore che l'uggie disacerbi.

 

Cinta il crine di gemme
Ma 'l piè sozza di fango,
Londra e la sua Böemme
Spesso ne' trivii a studïar rimango.

 

Deh quante anime in pena!
E tu che abbassi gli occhi,
corta a cenci e a lena,
Tu più de l'altre il cor, misera, tocchi.

 

O poverina! Al viso
Somigli damigella;
Ma nella melma intriso
Dice il piè scalzo de la via l'ancella.

 

Quel piedin che basisce
Nudo a' prossimi geli,
Non lo scalda e lenisce
Tutta l'onda che va da Staffa a Delhi. 24

 

E se l'irta granata
La man tremula tange,
Tutte le glorie sfata
Che levano il romor da Cosve al Gange. 25

 





24        Staffa è una delle Ebridi; Delhi, occorre dirlo? la capitale dell'antico regno del Mogol, ora colonia britannica.



25        The Giants' Causeway, il Molo dei Giganti, è una emersione granitica, che un aspetto bizzarro e singolarmente solenne a un lembo della costa settentrionale d'Irlanda.



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