Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

LETIZIA IN POVERTÀ

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LETIZIA IN POVERTÀ

 

LETIZIA IN POVERTÀ

 

 

 

LETIZIA IN POVERTÀ

 

 

Con l'erme scaturigini
Sceso di par da l'alto,
De lo scosceso Frìuli
Fiore natìo, che il salto
Dài ne' profondi gurgiti
D'inesplorato mar,

 

Del cittadino vivere
In questa perfid'onda
Tutta seccagne e vortici,
Che dove è più profonda
E più d'insidie artefice
Più lusinghiera appar,

 

Te perigliando a scendere
Vêr l'inclita laguna
Col fardelletto a l'omero
Vergin rubesta e bruna
Non mulïebre genio
Desïosa tentò,

 

Ma da le vette impervie
Colme d'intatta neve
Arditamente a volgere
Il piè securo e breve
Un tenace proposito
Impavida spronò.

 

Che se gioconde a l'Adria
Da l'Alpe tua felici
D'almi vitigni in giolito
Calano le pendici,
Sovra gl'ignudi vertici
Muta infeconda sta

 

L'egra, non esorabile
Inopia, immoto il ciglio,
Che invan le rupi interroga
E nel sudato esiglio
un tardo pan dividere
Al dente avido sa.

 

Però, come la rondine
Prima del verno infido
Saluta il clivo memore
E lo sbattuto nido,
L'ali distende, e intrepida
Si crede a l'aure in sen,

 

Tale sui noti limini
Del nativo casale,
I rozzi panni al cingolo
Raccolti, hai detto: «Vale
O montanina amazzone,
Ad ogni usato ben.

 

De la tua mamma al tumulo
Che visitar solevi,
De le tue roccie ai rivoli,
Del padre a l'ire brevi,
A le tonanti apostrofi,
Ed al perenne amor.

 

La vaccherella al pascolo
Filando la tua rocca
Non menerai più a vanvera,
più l'arida bocca
Del suo latte ancor tiepido
Verrà suggendo il fior.

 

sul bruno crepuscolo,
Prona a l'Ave Maria,
Di balzo in balzo tacita
Rifacendo la via
A dar verrai del gomito
(Improvvisa, di' tu),

 

In quel garzon che indocile,
E pur gradito, il passo
A te suole contendere,
pria cessar lo spasso
Che un baciozzo non prendati
Sottesso il mento... o su.

 

Già le sonanti secchie
E la ruvida fune
De le venete aspergini
Da sette anni digiune
Con la materna inalberi
Capperuccia gentil,

 

E a la dogal Venezia
De le veloci piante
Battendo i conscii lastrici,
Il colmo petto ansante
Ergi leggiadra e fulgida
Nel tuo rustico April.

 

Talor posata al margine
Di sculto antico pozzo,
Pur de l'armi barbare
Sembri rapita al cozzo,
D'Aquileja tua nobile
Rampollo avito, altier.

 

Chè se a te volga teneri
Audace ospite gli occhi,
Pronta ne' rai fulminei
La tua collera scocchi,
O ne le risa imbecheri
Lo smagato stranier.

 

Alta d'onor l'imagine
Nel non servil tuo core
Siede sovrana, e vigili
Spirti, Memoria e Amore,
Da le cime tue nitide
Scendon custodi a te:

 

Che ognor l'antico anàtema
Ne la natìa favella
Credi sul capo fremerti:
«Colei ch'è stata ancella
Rieda a le stanze; invidia
De l'alpigian non è.»

 

Ben qualche fiata l'agile
Canzon che il rio discende
E del tuo nome incielasi
Tentazïon ti prende
Dal gondoliero amabile
D'intendere squittir:

 

Ma tosto a mente tòrnati
Quel garzon che sua soma
Porta ancor egli, e a intridere
Ito è per sino a Roma
Le man' dentro a la madia,
Che spera un balir.

 

Ben qualche fiata volgere
Al bersagliere il guardo,
Amica, non ti pèriti,
Che il tricolor stendardo
In ogni piaggia italica
Seppe onorato addur:

 

Ma alcun tosto riméditi
Che anch'egli il suo moschetto
Brandir saprebbe, e impavido
Dare il gagliardo petto
Del suo Päese a vindice
Come gli eroi che fûr.

 

Gli occhi, allora, nerissimi
Figgi pensosa al suolo:
E se a baciarsi e a mescere
Carezze, queto il volo,
Due colombe s'avvengano
Auspici al tuo destin,

 

«Così — sospiri — un prossimo
Giorno, deh possa anch'io
Quetar l'ali girovaghe,
E accanto al dolce mio
Pistor d'Isonzo il trepido
Fianco posar alfin

 


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