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Padre Eridàno, chi dirà
l'istoria
Tua da le vette del natìo Monviso
A la marina ove trionfa Dante
Quei, non di fiori
coronato il capo,
Dirà le gioie de l'ausonia terra,
Ma coi Celesti e cogli umani eterne
Le sue battaglie.
Non sa mortale quanta
età volgesti
Effrene in giro il gurgite selvaggio,
Continuo rive tramutando e greti
Ma da la guerra de le
tue correnti
Con le seguaci, come piacque al Sole,
Di putrescenti alluvïoni immensa
Come sul Delta al
fecondante Nilo
Suonavan alti e a la regal Bubaste
Per lo gran corso di sette fiumane
Forse così da Trebbia
salse al magno
Grembo de l'acque, e per l'ignoto flutto
Primiero il saggio divinante Etrusco
'Ve nel pispiglio dei
tremuli pioppi
Grecia gentile udito avea 'l sospiro
De le piangenti sul fratel sommerso
Ma la gagliarda osca
progenie il tuo
Fronte di tauro per le corna avvinto,
Freni al furore e meditati osava
Già tre millennii, le
tue rive e i poggi
Di messe biondi fioriva la vite;
Colta progenie lattavan tue vene
Se non che ghiotto a la
pastura il Celta
Di carri un nembo e di cavalli e d'aste
Rovesciò in mezzo, e a l'acque tue sanguigne
Conche di miglio, e
alpigne zatte, e avena,
E a te commise la prole sospetta,
Barbari doni: in sin che ulivo e alloro
Cantò Lucano gli aggeri
gagliardi,
Sortîr tuoi rivi onestamente umìli
Il Mincio blando, e l'Adda, e il curvo Mella,
Ma invano il rostro pallïò
di croce
Bisanzio avara; e a tanto stremo addusse
Già già tue ville, che le vide Ambrogio
Fatte carcami.
Spersi carcami onde
salì a Roncaglia
Teutona larva: non però sì altera
Che la taurina non sentisse, o Padre,
Con la vittoria un
mantovano ingegno
Arti novelle, e nuove a la tua foce
Moli Venezia sapïenti, e pose
Allor la Diva che le
menti incìta
Libere a l'opra, a te menò sagace
Per vepri e gore ampie dugaje, e novi
Perchè sì tosto a la
difesa imbelli,
E in sè feroci l'un l'altro rodendo,
A compre mani i figli tuoi del vomere
Perchè non l'arme a la
straniera invidia
Brandiro incontro, ma ingrati la scure
Su pe' i selvosi a l'ire tue ritegno
Muggire allora la tonitrua
voce
S'udì de l'Alpe: e giù precipitando,
Impeto immane la gran valle invadere
Deh quante volte ne'
frementi vortici
Sentendo il graffio de' legni nemici,
E su cozzarvi il Franco e l'Alemanno,
E lo scongiuro invidïando
al vate
Che scosse un giorno Capraja e Gorgona,
Te promettesti a la tua schiatta ignava
L'ira tua forse
ratteneva il Duce
Ch'alta mostrando a lo stranier la fronte,
Te dal Monviso sino al salso flutto
Volea d'Italia.
Ma quanto ahi quanto,
non che il segno, il nome
Patrio aspettasti! Oh novo dì solenne,
Che passò un vecchio capitan di prodi
Col tricolore!
Passò, disparve: e a te
di rei ferrami
Contro Venezia imperturbata il carco
Impose a te, retrorso invan muggente,
O giorni, o stanche in
meditar vendetta
Di sonno ignare ascose notti! O albori,
Quando, in su l'arme, ancor di te si bevve,
Ahi vitupero! E ancor
tornò de l'arme
Vana la prova; e di gittate in dono
Spoglie, non tu non tu letizia, o Padre,
L'Iddio pelasgo ti
sovvenne: i sacri
Odii pensasti, in sacramento a' figli
Da non placata insino al quarto seme
E a te medesmo la
giurata fede
Tenesti. O turbe misere, o crollanti
Misere case, e del sovverso lare
Come solea micidïale il
ferro
E suol dal labbro non funesta meno
L'Italo eslege del fratello in core
Cozzan così ne l'acque
infami a gara
L'un contro l'altro i ruderi, e il divelto
Arbore il vivo arïetando, scàvagli
Pallide in volto e
seminude gli ultimi
Colmigni ascese periglianti, a l'acque,
Unico ben, contendono le madri
Corre la barca su le
biade: e dentro
Faticando ne' tralci e ne le case,
In gorgo immenso gran mercè se rari
Pace Eridàno alfin,
pace. Lo sdegno
Ne gl'innocenti assai volgesti. Il fremito
Leva in alto solenne, e di chi regge
Bene punisce chi ben
ama, o Prenci:
Del Po, del Po, gran giustiziero in terra,
Ricòrdivi, e di quel che dal suo rombo