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GIOIRE...?
GIOIRE...?
GIOIRE...?
Ecco, una Voce vien da
l'Orïente,
E «Figliuol — dice — da costei ti guarda,
Che s'accosta a parlar vezzosamente.»
S'accosta a sera,
gentil malïarda,
Ti carezza e ti dice: «Oggi m'ho festa
In casa, e se al mio bacio il tuo consente,
«Vieni, la mia lettiera
è adorna e lesta;
Di bei ciondoli egizii è il capoletto,
La bionda mirra i suoi profumi appresta:
«Vieni, e meco d'amor
piglia diletto,
Chè il mio messer vïaggia assai lontano;
Noi ci tôrrem d'ogni sollazzo eletto.»
E la Voce ripiglia: «O
tu ch'hai sano
Il giudizio, m'ascolta. Ha la straniera
Il miele in bocca ed il tranello a mano;
«Ne le panie non dar de
la versiera:
O rammaricherai, curva la fronte,
La parola del Savio alta e sincera!
«Bevi a' ruscelli di
tua propria fonte,
Tue le dolci acque sièno, e bevi a josa;
Sien le poppe che abbracci a te sol cónte.
«Càvria leggiadra,
cervetta amorosa,
Tu la inanella in prima giovanezza,
E fedel ti rimani a la tua sposa.» 27
O la prèdica santa!
Uguale a pezza
Non udi 'l mondo, e a l'orator s'inchina:
Ma s'i' osassi di romper la cavezza,
Direi: «Messere
Soliman, la spina
Cavatemi dal cor che v'è riposta:
Può valer, senz'esempio, la dottrina?
«O ch'io m'inganno, o
Vostra Grazia apposta
Per mille donne una regal magione
Eresse già di Gaza in sulla costa:
«Vostre eran tutte di
santa ragione,
E sovra quelle ne avevi ancor una,
La figliuola, vo' dir, del Faraone:
«Ch'io tacerò de la
ricciuta e bruna
Imperadrice, de la qual se il core
Prezzaste più, non sòmmi, o la fortuna.
«Sarìa lo schermo, alto
Signor, migliore
Incontro al mal che il vostro senno accusa,
Se in alto loco aveste messo Amore.»
Nè tu in alto il mettesti,
Ellade, ch'usa
A pingere divine idee di donna,
Sbandita hai pur dal gineceo la Musa.
Pericle in casa con la
moglie assonna
Da Zantippe non ha Socrate pace;
E ligi li vorresti a cotal gonna?
Fa che di pronta
leggiadria sagace,
D'ingenue grazie, di nudrito ingegno
Sian le figliuole tue vivida face;
Di gioje Imen, non di
molestie pegno;
Ed allo ardor di spiriti sovrani
Non fian le Aspasie e le Targelie segno.
Provvederti non sai?
Verrà il dimani,
Tristo dimani al tuo loquace seme:
E già da le sofiste anime inani
Di libertà sparve
l'amor: già preme
Te, d'innumeri prodi antica madre,
Roma superba: e labbro non ne geme.
Godi or godi, chè ben
ti sta, le squadre,
Postuma Grecia, di tue femminelle,
Onde intesse Lucian storie leggiadre,
Ch'io non so se più te
compianga o quelle.
È per la mamma scellerata e il damo
Musetta in brago; a Bionda il versipelle
Drudo è tormento, a
Mìrtale il suo gramo
Di navalestro, a Innina il suo bravaccio;
E invan, la meglio, grida a Clinia: Io t'amo!
Ma il piatire che val?
Gèttino il laccio
A la preda minuta, e son ribalde;
Salgano, e ognun contenderà il legaccio.
O voi davver bëate
anime salde,
Che dei sensi tetragone a l'assillo,
Unqua non déste in mulïebri falde!
E più bëati voi, che al
primo squillo
Vinti d'Amor, la fede insino a morte
Pura serbaste più ch'ambra o berillo!
Ma cotali virtù di
popol forte
Sempre le genti invidïaro indarno
Troppo fiorite, levigate e tôrte.
E te Italia non men,
che Tebro ed Arno
Vider di tanta luce un dì ricinta,
Poi larvata di minio il viso scarno,
Te già dal mondo iniquo
oppressa e vinta
Coprirono di fior' Tullie ed Imperie,
Fin che lassa cadesti e in ceppi avvinta.
Le tue perle cercar ne
le macerie
Chi non ti vide, e Làlagi baldracche
Gioïre in alloppiar le tue miserie?
Se non che sorse da
profonde lacche,
Come sorge improvviso a l'Alpe il Sole,
Libertà, nova fiamma a genti stracche;
Allor, di Roma non
indegna prole,
Sacrasti d'improvviso a degno altare
Belle cöorti in arme, e non parole.
Parvero un tratto dal
romano lare
Uscir, nel pallio mäestoso avvolte,
Le madri antiche, e a la battaglia impàre
Ribenedir le giovenili
accôlte;
Rediron le fanciulle a' caldi baci,
Sè invitte mallevando ultime scôlte,
E de le schiere non
invan pugnaci
Unico premio al bene sparso sangue
Promettendo bellezze non mendaci.
Passâr secoli od anni?
In petto langue
Non pur de l'armi generose il foco,
Ma fatto sembri, Amor, tu stesso esangue.
Oh date agli alti
sogni, oh date loco
A le italiche insegne, ed a le bianche
D'Imene insegne, e a l'amoroso gioco!
Oh predicate a queste
frolle e manche
Costuma d'oggidì che a miglior senno
Rifacciansi oramai l'anime stanche!
Ch'oggi è Pluto, un
Iddio sciancato e menno,
Quei che presiede più d'Imene a nozze,
Se dir nozze e non vendite si denno.
Che? Vendite non son
vigliacche e sozze,
Se mercano per sudicio danaro
Nobili al verde a sgangherate rozze?
Non sono, se barattan
paro a paro
Per case, per livree, cucine e cocchi,
La damigella a lo strozzino e al baro?
Io non vo' groppi in
gola e cispe agli occhi,
E vi so dir che per l'umana razza
Mi tremano le vene ed i ginocchi
Quando veggo su cento
esser di bazza
Se v'è uno sposalizio a la salute
Meno infesto che ruggine a corazza.
Tal floscio de lo
spirto e de la cute,
Che di sè il meglio a piene man disperse,
S'ammoglia a donna da le voglie acute;
Tal, cacciator di doti
assai diverse
Dal senno, dal vigor, da la bellezza,
Va dove più moneta gli s'offerse;
La vecchia il giovincello,
e non disprezza
Membra per vetustà logore e sfatte
La fanciulla ch'è in voce di saggezza.
O sponsalizie inver
perfide e matte!
E ch'è da le perdute a queste spose,
L'une tossico al sangue e l'altre al latte,
Se non che quelle in
conto son di cose,
Queste la mäestà de l'adulterio
Passeggian tra le genti virtüose?
Vengan figli, e a la
gruccia e al cäuterio
Prepàrin l'anche inutili e le braccia,
O spandano col male il vituperio.
Nè mi dite, messeri,
che vernaccia
Discernere io non so da tristo aceto,
E mesco insieme grappolo e vinaccia:
Sòllo, ci son di caste
mogli, e un cheto
Focolare e gentil, se non felice,
So cercar sul battuto e sul tappeto:
Ma raro è assai se
ringraziar ne lice
Previdenza di padre o amor veggente,
E se per ôr non fulge la vernice.
Motteggia il maritino,
e la prudente
Moglie compone a un sorrisetto il labro,
Eppur sanno amendue che il labro mente.
Non per malizia: ma
d'insidie fabro
Tant'è l'odierno vivere, sì poca
La pazïenza, e il terren tanto scabro
Sul quale una partita
ambo si gioca
Diuturna, inesauribile, che spesso
In isbadiglio l'andantin s'affioca.
A te il resto, lettor,
chè in via t'ho messo;
Solo quel che l'istoria ultima ammanna
Lascia ch'io cenni, e giudica tu stesso.
Dice un pöeta, il sai,
che la capanna
Morte con equo piè pallida pulsi
E quanto altera è più reggia tiranna;
Aperto disse già Grecia
che avulsi
Popoli e Regi da un medesmo ceppo,
Da l'Erinni medesme ardon convulsi:
Ma presto si tappò ne
l'ombra il leppo
Ch'ulìan le reggie; e licito sol fue
Di riveder le buccie a Tonia e a Beppo.
Oggi son pari l'aquile
e le grue:
L'una sul mastio e l'altra su la stoppia,
Si vedon senz'occhiali tramendue.
E se in basso il
delitto ogni dì scoppia,
E fatto è il maritaggio ai più sentina
E si fòrnica e ammazza a man raddoppia,
L'ira già de' Penati e
la ruina
Anche le reggie invade, e sotto il crollo
Geme solinga più d'una Regina.
Ricòrditi il fiorito
almo rampollo
Che della Drina, là, presso le rive,
La bella Natalìa reggeva in collo.
Forse in lui del gran
Marco redivive
Già le antiche sognava asie leggende,
Che il nome serbo tra' suoi fasti inscrive: 28
Che pro? Dispiacque a
tal che odrisie bende
Di cignere costuma a questa e a quella,
Sol vago del piacer che i sensi accende.
A lei, Sovrana,
virtüosa e bella,
Toccò del bando e del ripudio l'onta:
E, madre indarno, omai sogna la cella. 29
Ma più cocente e più
sanguigna impronta
Fiede a Donna regale il petto altero,
A cui doglia non è che non sia conta.
Figgea gli occhi nel
ciel lucido e mero
Schelda lasciando per il nobil Istro,
Sposa a l'erede di cotanto Impero:
Se non amor, pace
sperava. E il sistro
Dei dì giocondi ahi prossimo dovea
Di nenie funerali esser ministro.
E di che nenie! Non per
alta idea
D'onor, di sapïenza e di virtude,
Il Prence nobilissimo cadea:
Ma fra quattro pareti
ascose e nude,
In adultero letto, e di reo piombo,
Per mani infami, o in sè medesmo crude.
Ahi tristi esequie! E
nell'arcano rombo
Traea de l'omicida arme con seco
Rara bellezza, ignuda il petto e il lombo.
Fu mai destin del tuo,
Donna, più bieco,
Che, vedova del talamo e del serto,
Pietosa fai di tue doglianze l'Eco?
E qual santa bugia,
quale diserto
Mendacio, a l'incalzar de la tua cara
Bimba che trema a labbricciuolo aperto?
Fiume così, se man
soverchio avara
Non n'impediva il generoso corso,
Liete di messe avrìa superba e rara
Fatte le sponde: ma se
a gir retrorso
D'ammontati macigni ingiuria il torca,
Volge ne' fianchi il formidabil morso,
Sè ne le disastrate
opime corca
Terre feconde, e proprio fa l'altrui;
Nè tampoco gli cale ove s'inforca.
Così l'istinto ingènito
per cui
Questa umana progenie si divalla:
Non lo sforzate ne gli andari sui!
Che se invece di fargli
amica spalla
Intoppi gli porrete, e scaglie e rene,
Non pensatevi poi turar la falla.
Ma tempo egli è che a
più modeste avene
Io torni, e a te, Gentil, me ne commetta.
Medita, e quando hai meditato bene,
Pria di gettar la
pietra a la rejetta,
Non chiedere a chi va per la maggiore
Se il matrimonio sia cosa perfetta:
Ma il chiedi al senno, e il ridomanda al core.