Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

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NOTE ALLA SERIE MODERNA

 

 

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

 

Anni sono, a' tempi dell'Impero, mostravano a Parigi, in quello che si chiamava allora le Musée des Souverains, un sedile di bronzo, ch'era assai probabilmente un bisellio di pretore romano; ma fra custodi ed ospiti, massime campagnuoli, pareva convenuto che quello dovesse essere stato sicuramente il trono del primo re di Francia; e neppur uno dei visitatori festivi avrebbe mancato di far il nome del sullodato capostipite, in persona du Roi Pharamond. Vero è che Agostino Thierry, autorità irrecusabile, dice in formate parole «che il primo dei Re franchi, di cui la storia accerti l'esistenza, è Chlodio; perchè Faramondo, figlio di Marcomiro, sebbene il suo nome sia propriamente germanico e il suo regno possibile, non figura nelle storie più degne di fede.» Ma forse appunto per questo gli si è formata intorno una leggenda quasi patriarcale; l'oscurità lo salva: chè, a principiare, come l'istoria certa vorrebbe, con Clodione, od anche un poco più innanzi con Clodoveo, quel loro regno reca spaventosamente intera l'impronta di barbarie che è propria dei tempi, della razza franca, e della conquista esercitata da quelle tribù d'oltre Reno sugli antichi abitatori delle Gallie. «La pittura che gli scrittori contemporanei fanno dei guerrieri franchi giù fino al VI secolosoggiunge il Thierry nella VI delle sue magnifiche Lettres sur l'histoire de France (Paris, Tessier, 1836) — ha qualcosa di singolarmente selvaggioRaccoglievano sul cocuzzolo i capelli per lo più rossastri e spalmati di burro, che ricadevano a mo' di coda di cavallo dietro le spalle; spesso andavano ignudi fino alla cintola; uniche armi l'azza e una sorta di giavellotto barbato; belligeri, violenti, indomiti, la ferocia era per loro un vanto. Clodoveo, con barbarico acume, capì la forza del nuovo sacerdozio, e se lo alleò; ma non per questo si rimase d'avere un gineceo di serve, e d'ammazzare di propria mano parecchi de' suoi.

Un poeta del V secolo, Sidonio Apollinare, ci ha tramandata abbastanza viva l'imagine di un accampamento di Franchi: di quello che tenevano presso Lens, quando Ezio li vinse. Avevanlo piantato sopra certe colline, e cintolo con le loro carrette, poco lungi da un fiumicello; facevano, a mo' di Barbari, mala guardia; massime essendo in gran baldoria di canti e di danze per lo sposalizio di un loro capo; e questi insieme con la sposa, fulva, dice il poeta, come lui, e con tutto l'apparecchio dei pentoloni inghirlandati e fumanti per il prossimo convito, cadde in potere dei Romani. Ma per lo più succedeva il rovescio; e davanti a , irruendo impetuosi e quasi frenetici, spargevano il terrore e la morte. Tutta l'êra dei Merovingi odora di sangue.

In queste pagine v'accadde già, non dico di scorgere, ma di indovinare, che a' tempi di Carlo Magno non erano i Franchi mutati di molto, quand'anche imbrigliati dalle paure d'oltre tomba, e tenuti in riga dalla volontà e dalla mente di un cotant'uomo; punto è da meravigliare se, lui scomparso, il gran Regno, già sbranato in tre parti dalla successione, andò presto a brandelli. Alla grande idea romana che aveva governato il mondo con la unità della amministrazione e delle leggi, a quella grande idea che indarno il nuovo e fattizio Impero carolino aveva tentato d'incarnare, sottentrò, lungamente indomita, la feudalità col suo fiero individualismo. Uno dei grandi vassalli, Ugo Capeto, o foss'egli erede di vecchia casa, o uscito di plebe, come Dante nostro irosamente gli appone, ebbe tanto polso da insignorirsi di quella che chiamavano corona di Francia, ma che non signoreggiava allora se non il paese che si stende dalla Mosa alla Loira, e dall'Epte e dalla Vilaine ai monti dell'antica Borgogna. «Ci volle — scrive il Thierry — un caso che si può considerare come fortuito, l'estinguersi cioè del titolo regale in tutti gli Stati che s'erano formati in Gallia intorno a quello Stato del centro, in Lorena, in Borgogna, in Bretagna ed in Aquitania, a rendere meno violenta l'aggregazione successiva delle differenti parti del suolo gallico (du sol gaulois). L'idea d'una gerarchia dei dominii e dei territorii, che il sistema feudale traeva con , preparò la riunione, accostumando a grado a grado i signori dei Ducati e delle Contee a non credersi del tutto pari al loro vicino dal fiordaliso. Così il feudo fu nella storia di Francia una sorta d'intermedio fra il tempo della partizione in più sovranità distinte, e quello della fusione in un corpo solo. Non c'inganni però — soggiunge il perspicace istorico — non c'inganni questo nome di feudo, sull'indole delle resistenze che i Re della terza stirpe ebbero a vincere, per estendere la Monarchia sino ai confini della Gallia antica. Da per tutto ove portarono la conquista, sotto un pretesto o sotto un altro, incontrarono una opposizione nazionale, l'opposizione delle memorie, delle abitudini e dei costumi. Solo dopo essere stati più volte schiacciati, dopo avere tentato indarno ribellioni, protestazioni, subbugli, i popoli tacquero, e tutto s'accomodò all'unità d'obbedienza, che dal XVI secolo in poi è il carattere della Monarchia francese

Così lo scrittore imparzialissimo; solo che oggi non si può più dir: è, bisogna dir: era. Il grande ufficio della Monarchia in Francia fu veramente quello d'avere, senza badar troppo alla scelta dei mezzi, costrutta in di grosso, o per lo meno abbozzata, l'unità legale; spetta alla grande Rivoluzione la palma dell'avere compiuta e rifusa l'unità nazionale. Ma anche qui, a voler essere giusti, quanto non c'è egli da dibattere della ammirazione e del plauso, chi guardi ai mezzi! Quanto da consolarsi delle nostre lunghe vigilie, se pensiamo che a noi l'unità non venne tra fiumi di sangue cittadino, ma sgorgò pura e spontanea dal suffragio di tutti i cuori! A Voi, Donne gentili, a Voi sopra tutto, se anche educate a vivo e profondo amore di patria, non può non essere un gran travaglio, una grande spina, il trovare a ogni piè sospinto in queste istorie moderne di Francia il sagrifizio non volontario, l'immolazione degli innocenti. E quanti ce n'ebbero! Se poi in tutto sia stato irriprovevole Re Luigi XVI, se lo sia stata l'infelicissima Maria Antonietta, non è qui il luogo di pronunziare. Davanti alla pietà di due tombe, anzi all'orrore di due patiboli, dilegua ogni tentazione d'immiti giudizii. Solamente, rileggendo, com'io vi prego di fare nelle stupende pagine del Lamartine (Histoire des Girondins, Paris, Furne, 1847, vol. I), il racconto così fervido, così palpitante, così drammatico, di quella sciagurata fuga verso la frontiera, che, fermata a Varennes, aperse al Re ed a' suoi il precipizio, ringraziate Iddio che ci abbia largito altra stoffa di Principi: e non dimenticate quale magnanima febbre si impossessi di un popolo, di fronte alla minaccia della invasione straniera.

 


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