IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Mi ricordo che, ancor fanciullo, mia madre mi diede a leggere un libro pieno d'alti spiriti italiani. Era di Francesco Lomonaco; nè altre pagine, dopo le Vite di Plutarco, m'avevano fatto, a quell'età, una tanto profonda impressione. Scorso più di un mezzo secolo, quel nome del Lomonaco m'è tornato innanzi nella eccellente monografia di Augusto Franchetti, L'Unità italiana nel 1799; e fu come un lampo che mi riaperse e m'illuminò per un istante quei lontani orizzonti della puerizia, dove, pur tra larve fuggevoli come il sorriso dell'età, si formano imagini, pensieri, sentimenti, che più non dileguano. Il libro ch'io avevo letto da fanciullo non era forse quel medesimo che il Franchetti cita; eppure quando io m'imbattei nelle parole da lui ricordate: «Guai a quella nazione che per dirigere i suoi affari domestici ha bisogno del soccorso altrui!» mi parve di ritrovarmele scolpite in petto dalla mano stessa di mia madre. Le figure di Vita per vita erano disegnate, i versi erano scritti da un pezzo, e nondimeno allora soltanto capii d'onde le une e gli altri erano scaturiti; erano scaturiti da un mezzo secolo di buona e fida memoria.
Tornai a pigliar fra mano il Colletta (Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825 del generale Pietro Colletta, Capolago, tip. Elvetica, 1834): un'altra opera che la prima volta lessi, anzi divorai, più di cinquant'anni addietro, non appena era uscita, o piuttosto non appena s'era potuto trafugarla di mezzo alle vigilanze poliziesche; e vidi passarmi sotto gli occhi, così parventi come allora, quelle grandi figure pensose, eroiche e rapite nell'idealità fin sui gradini del patibolo, le quali rendono perpetuamente sacra agli amici del vivere libero, e sopra tutto agli Italiani perpetuamente meditabile, la dolorosa epopea del Novantanove.
Quali insegnamenti! Di quello spavaldo Re di Napoli, di quelle milizie sue che si millantano protettrici di Roma, e dileguano al primo cozzo coi Francesi, non si sa se ridere o se vergognarsi. Liberali, la inclinazione ci tira dietro allo Chapionnet e al Duhesme; Italiani, quando Pescara è loro vilmente consegnata, ci rallegriamo che a consegnarla non sia un Italiano. E così, sempre brancolando tra il desiderio di ordini più civili e il rammarico di doverli accattare dallo straniero, ci sentiamo più libero il fiato quando la fuga del Re vale a legittimare un governo cittadino. O nobili parole quelle che Mario Pagano rivolge ai giovani, invitandoli a dare i proprii nomi alle bandiere della patria! «Le Repubbliche de' primi popoli (però che in repubblica le società cominciano) erano rozze, ignoranti, barbare, ma durevoli perchè guerriere. Le Repubbliche di civiltà corrotta presto caddero; benchè abbondassero buone leggi, statuti, oratori, tutti gl'incitamenti alla virtù; ma le infingarde avevano tollerato che le armi cadessero. Perciò in voi più che in noi stanno le speranze di libertà.» — «Se non che la libertà politica — continua saviamente il nostro storico — era scienza di pochi dotti, appresa dai libri moderni, e dalle sentenze francesi: mancavano le persuasioni; aveva la Francia operato il rivolgimento, l'aveva Napoli patito; il passaggio tra gli estremi di monarchia dispotica e repubblica era stato in Francia opera di anni, in Napoli di un giorno; e infine a noi mancavano, e abbondavano in Francia, le difese di libertà, che sono le virtù guerriere e le cittadine ambizioni.»
Quella taglia di guerra di due milioni e mezzo di ducati, che lo Championnet non tardò ad imporre sulla città, con quell'altra di quindici milioni sulle provincie, parrebbe che avessero dovuto rompere l'incantesimo; se tanto non bastava, avrebbe dovuto sgannare ognuno il Vae victis che gli proruppe dal labbro; e vie più, quel commentario eloquente, che fu il disarmamento del popolo. Ma che! «Le sentenze dei dottrinarii napoletani facevano trasandare le milizie stipendiate; essere soldati in Repubblica, dicevano i dottrinarii, tutti gli uomini liberi; essere gli eserciti strumento di tirannide; non mancar guerrieri alle Repubbliche;» e vi cito le parole testuali del venerando scrittore patriota, perchè io non sembri metter su di mio certi raffronti che spiccano manifesti tra queste e talune odierne «loquacità di tribuna.» Intanto gli spregiatori di vuota eloquenza mettevano le speranze nella abolizione della feudalità, nella divisione delle terre feudali, nella minorazione dei tributi, nel miglioramento delle amministrazioni e della giustizia; ma quali erano le novità quotidiane? «Mutamenti continui negli ordini dello Stato, odii acerbi, fazioni operose, romore di accuse, di calunnie, di lamenti.» Richiamato in Francia a scolparsi lo Championnet, troppo amico e non abbastanza proconsole, scendeva a parlar chiaro il Faypoult, e proclamava «patrimonio della Francia i beni della Corona, le reggie, le doti degli Ordini cavallereschi, i beni de' monasteri, i Banchi, i teatri, le anticaglie medesime ancora nascoste nel seno di Pompei e di Ercolano.»
Le moltitudini, nulla intendendo agli ordini nuovi, nelle provincie intanto inferocivano. Uomini dell'ultima feccia, macchiati di turpi delitti, ma senza limiti all'audacia come senza freno alla crudeltà, capitaneggiando le plebi, sommovevano, travagliavano, riempivano di rovine e di sangue le terre occupate da repubblicani e da Francesi. Benedicevali la Chiesa, in persona d'uno de' suoi Principi; il Re, da lontano, s'intende, li salutava suoi luogotenenti ed amici. E Francesi e repubblicani insieme, dove la fortuna dell'armi li assistesse, pigliavano dei nemici, secondo legge di guerra, orrende vendette. Nemici veramente poteva chiamarli lo straniero; ma le città, ma le terre, dove una triste causa era difesa da' Borboniani con mirabile valore, dove le donne anch'esse combattevano a fianco de' mariti e de' fratelli, che erano esse mai per i nostri, se non miserabile teatro di guerra civile? E chi può dire se in quelle torbide coscienze di popolani, rinfervorate a estremi cimenti dalla religione de' loro padri, non potesse sopra tutto quell'arcano senso che fa della indipendenza un'altra religione? «Odiavano — dice il Colletta — i Francesi, perchè stranieri, portanti novità, e predatori.» Erano forse meno ciechi coloro che aspettavano libertà da stranieri?
Successo allo Championnet nel comando militare il Macdonald, pensava costui a' proprii casi, e aveva ragione. Le sorti dell'esercito di sua nazione nell'Alta Italia precipitavano: ed egli a richiamar le sue truppe disperse, a trasportarle di Napoli in Caserta, e a preparar l'abbandono. Povero Cirillo, povero Pagano, che v'affaticate intorno alle idealità di nuovi Statuti, e nell'animo ingenuo e retto gioite di veder la vostra Repubblica lasciata infine da que'malfidi custodi a sè stessa! Virtuoso Manthouè, prode Caracciolo, che osate afferrare, quando il pericolo più incalza, la somma delle difese! Ma dove è il popolo che ascenda le vostre navi, per correre incontro a' vascelli nemici, che si stringa, deliberato a vincere od a morire, sotto i vostri stendardi? Effimero riparo alla caduta imminente è una donna, quella buona Sanfelice, che, grazie alla carità usata verso di lei dal suo amante, riesce a sventare nella capitale la congiura dei regii; ma le bande della Santa Fede già vi son sopra, e non vi lascieranno che la gloria di ben morire. Il presidio di Vigliena che si seppellisce sotto le rovine della sua batteria, le belle sortite dai castelli di Napoli, dove, o Italiani, sarete soli, salveranno almeno l'onor vostro; ma l'ultimo straniero rimasto in mezzo a voi, il Mégean, venderà al cardinal Ruffo il forte Sant'Elmo, ultimo vostro ricovero; e verrà Nelson a lacerare anche i patti giurati, che vi concedevano, come a prodi, vita e libertà.
O perchè non ha egli Ugo Foscolo eternato ne' suoi Sepolcri l'onta del drudo di Emma Lyona, e invece dell'antenna della Formidabile, non ha egli ricordato quella della Minerva, che vide penzolare a ludibrio il cadavere dell'ammiraglio italiano? Quale episodio per il Carme, codesto insepolto, che al terzo giorno il Re imbelle e crudele vede «tutto il fianco fuori dell'acqua ed a viso alzato, con chiome sparse e stillanti, andar a lui, quasi minaccioso e veloce!» Quale tragico fondo alla scena, quei quarantamila cittadini minacciati nel capo, e sostenuti in carceri orrende, all'arbitrio dei regii visitatori, essendo validi testimonii le spie, la difesa nulla, tutte le guarentigie della innocenza negate, soggettate a martorii le vittime, precipitose e irreparabili le condanne! Quali personaggi del dramma, quel Mario Pagano, sereno come Socrate davanti alla morte; quel Domenico Cirillo, che, dileggiato dal giudice Speciale e richiesto che mai si pensasse essere al suo cospetto: «Al tuo cospetto — prorompe — sono un eroe;» quel Conte di Ruvo, che vuol giacere supino per veder scendere la mannaja; quei Colonna, quei Caraffa, quei Caracciolo, con tutti gli altri di illustre casato, quel Serra e quel Riario ventenni, quel sedicenne Genzano, quella Pimentel, quella Sanfelice, quei Vescovi, quei prelati, quei giureconsulti, quei generali, spietatamente consegnati all'estremo supplizio! Tornate, Lettrici egregie, tornate, Vi prego, al Colletta, e fate che i vostri figliuoli non isdegnino questi libri sacri della fede nazionale, oggidì troppo negletti. E non basti loro d'impararne la virtù del sagrifizio. Ne imparino (chè di questo è più mestieri alle anime bennate e forti), ne imparino a diffidare di chiunque si offra dal di fuori e si annunzii patrono, mentre già in cuor suo si estolle arbitro e signore; ne imparino a mettere, sì, la loro speranza nel diritto; ma insieme, la comune sicurtà nella spada.