Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

A FORTUNA DI MARE

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A FORTUNA DI MARE

 

Allorchè, su un lembo qualunque di quelle stupende spiaggie del Mediterraneo, che fanno innamorare del nostro paese anche i più reprobi adepti dell'abaco, Voi assaporate, gentili Donne, il riposo pieno di sogni d'uno splendido meriggio, liete dell'ombra che vi accoglie, dell'aria viva che vi accarezza: allorchè, venutovi a noia il ronzìo dei fuchi eleganti che vi aliano intorno, cercate cogli occhi amorosi i vostri bei fanciulli rinvigoriti, abbronzati, ritemprati dall'onda marina, da cui escirono teste seminudi e grondanti come piccoli tritoni, per rincorrersi, non appena rasciutti, sull'arena che scotta, e portarvi il bacio delle loro labbra fresche vermiglie e gioconde come il corallo; v'accadde egli mai d'interrogare pensosamente quella grande stesa d'acqua, benefica insieme e formidabile, piena di vita e di misteri, di esseri fantastici e di ricordi gloriosi e tremendi, che ha visto gli uomini dell'età paleolitica, gli eroi d'Omero, le galee veneziane e genovesi, le fatali caravelle non nostre, guidate da Cristoforo Colombo? Vi diede ella mai da meditare quella azzurra marina, che vede oggidì le magnifiche nostre squadre, corazzate, turrite, rilucenti d'acciajo, drappellare i patrii colori, ma vede purtroppo anche torme di emigranti, accalcati su tristi e sdrusciti navigli, staccarsi dalla propria terra senza rimpianto, per muovere incontro all'ignoto, pressochè senza speranza?

A tutto codesto io vorrei che Vi offrissero occasione di riflettere, fosse anche per un solo momento, i miei peccati di matita e di penna e me li avrei cari come opere buone.

Tutti i grandi fenomeni meteorici e tellurici, tutti i grandi eventi della storia, tutte le grandi fasi della economia sociale, sono in istretta attinenza col mare. Senza il mare, la terra non avrebbe pioggie ristoratrici, non fiumi fecondatori, non climi temperati; senza il mare, l'Oriente non si sarebbe versato sull'Occidente colla circumnavigazione dei Fenicii e dei Pelasgi, l'Occidente sull'Oriente colle Crociate e cogli scopritori del X al XVIII secolo; l'Asia non avrebbe sparso nell'Arcipelago greco le sementi della civiltà, la Grecia avrebbe arrestato il despotismo asiatico al varco, e costituito lo Stato sulla grande idea che diventò il cardine della società moderna: il bene di tutti, invece del volere di un solo. Senza il mare, l'Italia non avrebbe creato colle sue Repubbliche la grande tradizione mercantile, che poi, scoperta l'America e voltato il Capo delle Tempeste, passò alla Penisola iberica, poi all'Olanda, poi all'Inghilterra; non si sarebbe ampliata eccessivamente la circolazione dei metalli preziosi, ma neppure sarebbero insieme cresciute in misura assai maggiore la frequenza e la rapidità degli scambii; l'emisfero occidentale non aizzerebbe oggidì collo stimolo de' suoi nuovi e immensi prodotti l'antico emisfero a raddoppiare d'operosità, per non finire asfittico, di paralisi o d'anemia; i due mondi si equilibrerebbero a vicenda, l'uno ricevendo dall'altro l'eccesso d'una produzione che risente ancora tutte le esuberanze della gioventù, l'altro accogliendo dall'uno il rigurgito di una popolazione, che la terra si rifiuta a nutrire e l'opificio a ricevere.

Il mare, già soltanto a considerarlo sotto l'aspetto fisico, è il più grande e il più mirabile dei poemi. Mentre i versanti d'una catena di montagne determinano due climi, e due paesi diversi, le correnti di un medesimo bacino marittimo, per quanto ampio, ne assorellano le sponde: Mauritania e Spagna, Provenza e Algeria, Italia e Tunisia si rassomigliano. Il cumulo di vapori che sulla linea del Tropico atterriva un tempo il navigatore, è una zona provvidenziale che distribuisce e bilancia fra i due emisferi il beneficio delle acque. Dai vulcani dell'India e delle Antille, due correnti d'un intensissimo azzurro, che il Maury ha chiamate le vie lattee del mare, muovono verso i Poli, spargendo, quasi immense arterie, il calore, la elettricità e la vita sul loro passaggio, mentre i Poli versano in contraccambio correnti fredde a colmare i vuoti e ristabilire l'equilibrio. Dalla grande corrente orientale (la Kuro Sivo dei Giapponesi), giunta che è presso il suo vertice, divallano poi verso mezzodì nel Pacifico fiumane secondarie, cariche di molecole calcari, e dànno origine a quel mare di corallo, ampio, dice il Maury, come i quattro Continenti insieme presi, dove il lavoro incessante dei polipi genera migliaja d'isole, di scogli, di banchi, che saranno un giorno continenti nuovi e nuovi asili del genere umano. (Cfr. Maury, Physical Geography of the Sea and Meteorology, 19th edit., London, 1883; e, per dottrine più recenti, Boguslawski und Krimmel, Handbuch der Ozeanographie, Stuttgart, Engelhorn, 1884-1887).

Il caldo e il freddo, tanto temuti nei loro eccessi da questa povera crosta terrestre, possono assai poco sul mare. I raggi calorifici del sole direttamente non penetrano, è vero, oltre uno strato, che in proporzione può dirsi sottile, così del mare come della terra: ma, dove la terra li assorbe senz'altro e li inghiotte, nel mare invece il perpetuo commescersi delle acque superiori più calde colle inferiori, fa sì che la temperatura troppo s'innalzi, , pur decrescendo in ragione della profondità, s'abbassi quasi mai oltre un limite compatibile colla esistenza di organismi vitali. Alla superficie, gli stessi ghiacci polari sono di continuo sospinti in giù, come pellegrini infesti e proscritti, fin dalle remote latitudini, e vengono, la mercè delle correnti calde, disciolti, prima che riescano ad accostare altre spiaggie. Quelle che noi chiamiamo tempeste, e che il Maury, poeta sempre, chiamò gli spasimi del mare, provocate per lo più da squilibri elettrici, non turbano le sue grandi masse; e in queste ferve senza posa la grand'opera della generazione. A fior d'acqua, lampi fosforescenti annunziano il rigoglio della vita; una fauna di ricchezza e varietà incomparabili popola anche gli strati profondi; e colla fecondità smisurata delle specie più perfette, e col mondo perpetuamente riproduttore dei crostacei, dei molluschi e dei protozòi, vince di lunga mano l'opera non meno provvidenziale dei distruttori potenti, che le muovono guerra.

Quegli esseri diafani, molli, tremuli, iridescenti, che nel mare brulicano a migliaja di miliardi, legioni, e quasi direi visioni senza numero, sarebbero essi mai i depositarii del primo plasma, del più antico germe della vita? Qualche sapiente lo crede; io con voi, gentili Donne, mi sto pago ad ammirare l'inesauribile portento delle madrepore fiorite, delle coralline appena deste dal loro sonno di pietra, degli anemoni rosati ed azzurri, delle astree, degli anellidi, delle meduse dalle mobili e sensitive capigliature, problemi senza fine viventi nelle praterie immense e nelle immense foreste del mare, al paragone delle quali, per dirla col Darwin, queste nostre della terra sono miserabilmente vuote e deserte.

A un tanto mondo di meraviglie l'antichità greco-romana ha contessuto (forse per consolarsi del conoscerne così poco, da esserle parso poco meglio che favoloso tutto quanto eccedesse le bocche del Mediterraneo), ha contessuto, dico, un altro mondo di geniali fantasie: Oceanine, Nereidi, Sirene, Tritoni, ippocampi, la divina Afrodite che esce, miracolo di bellezza, dalle candide spume, Proteo e l'indocile suo gregge, Nettuno, moderator supremo dei flutti, che, in meno che non si dica, varca lo spazio, trascorrendo co' suoi tre gran passi omerici dalla tracia Samo infino ad Ege,

Ove d'auro corruschi in fondo al mare

Sorgono eccelsi i suoi palagi eterni...

Non fosse la proscrizione che oggi sembra colpire tutto quanto è classico alla pari con tutto quanto è romantico, per non lasciar vivere che i fotografi, io vi prometterei la più seducente delle letture nel canto delle Metamorfosi, fatto italiano dalle maravigliose ottave dell'Anguillara:

 

Il gran Rettor del pelago placato

L'ira del mare in un momento tronca,

Fa che 'l trombetta suo Triton dia fiato

Alla cava, sonora e tôrta conca.

Al suono altier da tal tromba spirato

Non può risponder concavo o spelonca:

Ma rompe in modo l'aria, e con tal volo,

Che ne rimbomba l'uno e l'altro Polo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E sebben l'acqua e il fuoco son discordi.

Posson l'umido e il caldo unirsi insieme:

E fatti amici temprati e concordi,

Fan gravida la terra del lor seme:

E sebben questo a quel par che discordi,

E sempre l'un l'altro contrario preme,

Con la discorde lor concordia fanno

Che nascon gli animai, vivono e vanno.

 

Ma se a leggere Ovidio avete, che non credo, paura di passare per pedantesse in calze turchine, abbeveratevi almeno nelle soavità paradisiache del Sanzio, trionfate nella incomparabile Farnesina, colla sua Galatea. Che? Vi sembra ella — o prosastica fine di secolo! — un vano fantasima anche l'amante di Aci? Ed io vi sopraffarò, positiviste mie, colle meraviglie della navigazione.

Dalla piroga rozzamente cavata in un tronco d'albero e dalla zattera raccomandata ad otri natanti, giù fino al vascello a tre ponti e alla corazzata pregna di tre siluri, quanto sperimento d'industria, d'inventiva e di coraggio! Se si riesce a capire che Greci e Romani s'ajutassero anche a viaggi non brevi lambendo le coste, appena si sa imaginare come que' più antichi maestri di nautica, i Fenicii, con quegli occhiuti loro pentecontri a cinquanta remi, non avendo per guidarsi altra scorta che il moto apparente degli astri e qualche imperfettissimo saggio cartografico, giungessero non solamente a cercar l'argento e il ferro a Tartesso (la moderna Andalusia), ma lo stagno in Cornovaglia e l'ambra sulle rive del Baltico, se pur non girarono, come pare, mezza l'Africa, giù fino alle Canarie e alla Senegambia. meno audaci nocchieri furono, fra i popoli del Nord, ma da predatori non da mercanti, que' figliuoli dell'Odino scandinavo, i Normanni, che già a' tempi di Cesare infestavano la Gallia belgica. Costoro, vantandosi di Capi che non avevano dormito mai mai bevuto sotto un tetto, passarono legge che ogni cinque anni tutti i figliuoli, eccetto il primogenito, esulassero; e fecero così di quegli errabondi i Re del mare. Quando sulle spiaggie desolate dalle loro correrie la rapina era consumata, tornavano a preda meno opima, e, pescatori, o a dir meglio, cacciatori di balene, sospingendoli la cupidità e ajutandoli il caso, presto s'avvennero nelle Ebridi, poi nelle Feroe e nell'ultima Islanda. Di anche toccarono il vertice dell'America settentrionale, quella che Errico il Rosso chiamò Terra verde (Groenland); e si vuole che Terranuova, la Nuova Scozia e a mano a mano tutta la costa americana, scendendo da oriente fino alla Florida, non fossero ignote ai loro scorridori, le cui geste un Bardo, Meredith, raccolse dalla tradizione orale nel secolo XV.

Ma che è mai la forza appetto all'intelligenza? E che traccia si può dire che lasciassero que' pirati nella storia del genere umano (salvo quelli che dirozzaronsi al contatto degli Arabi in Sicilia), quando a loro si raffronti un solo uomo, Marco Polo, il cui racconto, tenuto lungamente per un sacco di favole, viene sempre più a chiarirsi, alla pari con quelli di Erodoto, un emporio di notizie le più veritiere? E ancora, Marco Polo, come i missionarii di papa Innocenzo IV fra' Mongoli, principiò con battere vie non ignote, se anche a mano a mano si spingesse fino al cuore, anzi fino all'estremo lembo orientale dell'antico continente; ma i Vivaldi, l'Usodimare, il Cadamosto e gli altri Veneziani e Genovesi nostri, che, a cominciare forse dugent'anni prima de' Portoghesi, impresero, pur bordeggiando di lido in lido come i Fenicii, il giro dell'Africa da occidente, essi davvero furono gli esploratori di quella nuova rotta, che Bartolomeo Diaz doveva suggellare colla scoperta del Capo, senza riuscire per altro a voltarlo, e Vasco di Gama compiere fino alla mèta.

Strana universalità del nostro genio! Si sarebbe detto che ci ostinavamo a volere, con sagrifizio certo delle nostre città marittime, aprire ad ogni costo al mondo una via più spedita, se anche più lunga, per le Indie. E questo anche fu il pensiero di Colombo; se non che a lui, la via parve dove essere eziandio più breve. E veramente qui, nel suo felice e glorioso errore, splende la sovrana energia della sua mente e della sua volontà. Egli volle buscar l'Oriente per la via di Ponente; e la sfericità del globo essendo da lui creduta, secondo la cosmografia del Toscanelli, di un diametro minore che in effetto non sia, egli ideò di lanciarsi rettilineo nello spazio; varcò quell'Oceano che le ubbìe del tempo popolavano di paurosi arcani, de' quali il peggiore doveva essere la calma inesorabile di una sconfinata pianura marina, quattro volte grande quanto la Francia, e tutta remorata da una sorta d'alghe tenacissime, quel che chiamano il mar di sargasso; e finì per inciampare in quel nuovo mondo, ch'egli fino alla morte s'ostinò a credere un'appendice dell'antico.

Io non voglio, Signore mie, posso ritesservi qui la magna Odissea, che farebbe scoppiare, peggio che una bollicina d'aria, questa Odissea minima: so troppo bene quanto doviziosa scelta di letture Colombiane v'abbia ammannita il Centenario recente; e lascerò che tra queste anche v'assaporiate la leggenda di quei Baschi antichi, che altri vuole abbiano saputo e toccato dell'America qualche zolla, e quell'altra meno improbabile, ma pure incerta leggenda di Alonso Sanchez de Huelva, il pilota andaluso, il quale, non ne lasciando a' familiari proprii e a' proprii compaesani trapelare manco un fiato, avrebbe illuminato Colombo solo, intorno a non so quale precorsa e misteriosa navigazione. Per tutte le scoperte, si sa bene, hanno gli eruditi in pronto di questi postumi precursori. Io di una cosa sola vi prego. Fra tante apologie eloquenti e tante dotte minuzie, non dimenticate di grazia (e la troverete nel mio Correnti), una delle più belle lettere del nostro apostolo navigatore. (Carta de Colon sobre las Indias). Che bontà, che tenerezza paterna ne spira, verso quei poveri Indiani, i quali «chiedendo loro cosa che abbiano, giammai dicono di no, anzi incitano la persona a domandarla, e mostrano tanto amore che darebbero i cuori!» Quanto affettuosa sollecitudine in raccomandare che si trattino onestamente, umanamente quei poveretti, quanta direi quasi prescienza dell'efferata persecuzione che loro sovrastava, in quel suo ripetere «che non conoscono nessuna setta idolatria, tranne che tutti credono che le forze e il bene risiedono in Cielo!» Coloro che vogliono far di Colombo un santo, hanno ragione; ma quanti rosolatori d'uomini a fuoco lento bisognerebbe prima consegnare all'indignazione dei popoli e all'anatema della storia!

Checchè poi si faccia e si dica, la civiltà, ripeterò anch'io con un apologista di Colombo, la civiltà viaggia da un pezzo verso occidente come le caravelle del gran Genovese; forse passeranno molti secoli che l'America ci avrà rapite l'antiche palme, e sarà per ottenere il primato del mondo. L'Europa a quest'ora gravita verso la sua più giovane sorella; e il fiotto costante dell'emigrazione opera, a così dire, dall'una all'altra una trasfusione di sangue, che non è sempre un provvido salasso per chi resta, anzi arieggia troppo sovente una prefazione di suicidio. Non dico di impedire il passo così alla cieca a questo esodo, che, in un paese il quale veramente esuberasse di braccia e scarseggiasse di virtù produttiva, potrebbe somigliare alle primavere sacre degli antichi, a quel diffondersi per tutto il mondo mal noto od ignoto, di forti, giovani e fruttuose colonie; ma bisognerebbe prima avere, come dicono, colonizzato all'interno questa nostra terra, ancora in gran parte brulla, e, come vuota che è per gran tratto, d'alberi, di colture e d'abitanti, travagliata ancora troppo dalla mal'aria; bisognerebbe imprestare bensì ad altrui quelle braccia che fossero per sovrabbondarci, e che, se richieste, sarebbero naturalmente accolte con benevolenza, e restituite un o l'altro con qualche buon gruzzolo di risparmii e di senno per soprassello: non già vuotare oltre Oceano il sacco di quello che altrui può parere il rifiuto di casa nostra, ed essere come tale sfruttato, bistrattato, vilipeso.

Anni sono, prima che la manìa dell'affarismo europeo avesse invaso anche l'America del Sud e ridottala a quel mal passo in cui si divincola, era un gusto il pensare che laggiù, in paese di stirpe, d'idioma e d'indole affine, molti nostri poveretti potessero rifarsi dalle ingiurie della fortuna, e, seguitando a invidiar sempre cogli occhi del cuore le rive natie, potessero finire per lo più con ritornarvi, cresciuti di esperienza, di laboriosità e di quattrini: ma oggi pur troppo fa peccato il vedere che tanti perfidiano a gittarvisi a corpo perso e non s'accorgono d'andare in bocca a peggior miseria di quella da cui fuggon via; sopratutto rattrista ed offende il sapere che una piaga è ancora viva nella nostra emigrazione, nonostante tutti i cerotti e gli empiastri della legge; dico l'esodo dei fanciulli, al quale il buono e prode Guerzoni aveva, già tanti anni or sono, procurato di metter freno e rimedio. Non assevero che la piaga faccia sangue adesso come allora; stimo anzi che a poco a poco vada cicatrizzandosi; ma non sarà mai troppo presto per la pietà mista di vergogna che destano in cuore que' miserelli, e più ancora, oserò dirlo, per la difesa del nostro onore.

Il male pur troppo è fatto; la mala voce, anche oltre la misura del giusto, è diffusa; la reputazione nostra ne ha sofferto non poco, massime in mezzo alla orgogliosa razza anglosassone, che nell'America del Nord ci tratta da comprachicos. Vero è che del vilipenderci come parsimoniosi e gretti e sbrici quei messeri hanno torto, non sapendo quale umano senso di provvida carità pei rimasti di qua dall'Atlantico governi spesso l'apparente lesineria dei nostri lavoratori: ma del maledire gl'impresarii che sfruttano indegnamente la puerizia — anche se pochi oramai — hanno ragione. Res sacra puer, dicevano i nostri maggiori; e questo è un latino che Voi intendete, o buone madri, per prime. Fate che non sia indarno; e avanti di pensare ai putti cinesi e alle bimbe more, chè le monache vi mettono a' panni, pensate, o madri italiane, a cancellare affatto quel vitupero che è la tratta di bimbe e di putti italiani.

 


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