Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

PASSERA CAMPAGNUOLA

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PASSERA CAMPAGNUOLA

 

Un dichiarato avversario della mitologia, Giordano Bruno, in un famoso suo Dialogo (Spaccio della Bestia trionfante, Milano, Bibliot. rara, Daelli, 1863), fa proporre da Giove al Concilio degli Dei una grande riforma del cielo: che consisterebbe nel cacciar via dalle case dello Zodiaco e da tutte l'altre costellazioni quelle figure che vi sono insediate, vuote di senso, a parer suo, o non significanti se non assurdità o tristizie, per collocare in loro luogo i simboli di vere e sode Virtù. Quale che sia peraltro nel Dialogo la risoluzione a cui il dibattito approda, io vi so dire che la cacciata di quelle figure non ha potuto durare di certo: perchè egli fu sempre un invincibile istinto degli uomini quello di trasferire nel cielo le imagini a loro più consuete nella vita; e, come ha detto un altro filosofo, men vago assai di riformare il mondo, anzi contento semplicemente a descriverlo, Giambattista Vico, «l'uomo per l'indiffinita natura della mende umana, fa regola dell'universo;» e dove non conosce le naturali cagioni delle cose può spiegarle per analogia, impresta loro la sua propria natura: «e alle cose prive di senso egli, come i fanciulli sogliono, senso e passione.» Di qui viene, secondo lo stesso autore, che «gli uomini del mondo fanciullo, per natura furono sublimi poeti; e diedero a' corpi l'essere di sostanze animate, sol di tanto capaci di quanto essi potevano, cioè di senso e di passione; e così ne fecero le favole.» (Cfr. G. B. Vico, Scienza nuova, lib. I, 32, 37, e pag. 152 dell'edizione di Torino 1852-53).

Io non pretendo per verità che il modo d'esprimersi del Vico sia il non plus ultra della chiarezza; ma la vostra mente perspicua, Lettrici mie, avrà nondimeno benissimo inteso quel ch'egli vuole significare. Le mitologie, in somma, non sono altro se non la forma per dir così umanizzata, che le menti rozze e quasi infantili dei primi popoli, in cui prevaleva al raziocinio l'imaginazione, imprestarono ai fenomeni stessi della natura, credendo di vedere da per tutto qualche cosa di somigliante all'essere loro proprio. Nel nostro tempo, che, se non è il regno della ragione, dal regno della semplice è per lo meno lontanissimo, va da che si dovesse giungere e si sia giunti a fare un lavoro in senso inverso; e dove gli antichi avevano trasformato i fenomeni naturali in favole poetiche, noi dentro a queste favole si sia venuti ingegnandoci di scoprire e di riconoscere i fenomeni ch'essi avevano voluto rappresentare. La è, Donne gentili, tutta quanta oramai una scienza; e i sapienti alla Max Müller e alla William Cox, per tacere di tutti gli altri del medesimo genere, hanno scritto volumi sopra volumi per dipanare la matassa delle vecchie leggende, delle favole popolari, delle stesse fiabe infantili, e arrivare al nocciolo del gomitolo, che è quanto dire alle verità, ai fatti naturali, che dentro vi stanno rimpiattati e nascosti. Or poichè tutti o la massima parte di codesti fatti si attengono agli aspetti varii che la natura riveste secondo il sorgere, lo splendere, l'offuscarsi e il tramontare del Sole, tollerate ch'io co' maestri chiami queste nascoste verità I miti solari; e permettete che v'assicuri esserci da gustare, nell'andarne in traccia sulla scorta dei detti valentuomini, nel percorrere gli Oxford Essays of comparated Mythology dell'uno o la Mythology of the Arian Nations dell'altro, un non minore diletto, di quello che nella lettura de' più geniali romanzi.

Ma perchè la prima origine e la prima radice di tutte le mitologie è presso quella antichissima culla del genere umano che fu l'India, rallegratevi, Signore mie, di avere alla mano un ottimo filo d'Arianna, per fare senza pericolo un giro nel curiosissimo laberinto. E il filo d'Arianna è un bel libro, uno dei libri giovanili del De Gubernatis: Letture sopra la mitologia vedica, Firenze, Succ. Le Monnier, 1874. Avevate voi mai pensato a quante poetiche fantasie possa dar vita un fenomeno così frequente come una buona e ristoratrice scossa di pioggia? Eccovene qua per intanto una di coteste fantasie, quella che fu la prima forse a nascere negli umani cervelli: la coppia gentile della Prithivî celeste e della terrena: «la Prithivî celeste, ossia la vasta, la distendentesi, la nuvola; e la Prithivî terrestre, ossia la terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo, per diventare alla sua volta la benefattrice degli uomini.» Ma non s'esaurisce già con questo parto, con mill'altri, la fecondissima fantasia vedica. Udite un poco: «Agni, il figlio delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso dalle belle piume, che s'accende senza combustibile, è il Sole mattutino... ei si rallegra con le onde, come un uomo insieme con belle giovani. Le giovani, canta l'inno, s'inchinano al giovane, quando, desideroso, esso si accosta alle desiderose.» Però Agni ha fra le belle la sua prediletta. «Il Sole vespertino, suo padre, aveva perduto al giuoco il proprio cavallo; era, nel giuoco de' raggi, rimasto perdente; egli Agni, il fortunato, la mercè della ninfa Sarasvatî, la mobile, la luminosa, la danzante Aurora, la fornita di ricchezze, che diffonde luce e dovizia nel mondo, egli ricupera quello che il padre aveva perduto.» Si può mai, dite, concepire dramma umano più concettoso, per raffigurare il quotidiano miracolo che ci rinnovella colla luce la letizia e la vita?

Un bellissimo studio ci sarebbe in verità da fare, chi seguisse attraverso i tempi e le genti il trasformarsi di questi miti, secondo le qualità proprie di ciascuna stirpe e di ciascuno dei climi storici in cui si vengono a mano a mano svolgendo. Ma poichè la via lunga mi sospinge, io mi contenterò di farvi notare questo solo, che dalla nativa vaporosità e trasparenza, per mezzo alla quale il fenomeno meteorico si può leggere senza troppo fatica, a poco a poco il mito passa a diventar più concreto, viene vestendo persona più precisa, nelle forme almeno più umana; insino a che da ultimo anche il sentimento penetra ad animarlo, e quel che era soltanto imagine esteriore, si converte in simbolo ed impersonazione della psiche; intendo della coscienza e dell'animo nostro. Vi citerò solamente, per restare nell'esempio della pioggia, la figura che il mito indiano riveste in Omero. Qui gli amori d'Agni e di Sarasvatî si disegnano in forme fuor di confronto più plastiche nell'amplesso di Giove e Giunone:

 

Disse, ed in grembo alla consorte il figlio
Di Saturno s'infuse: e l'alma terra
Di sotto germogliò novelle erbette
E il rugiadoso loto e il fior di croco
E il giacinto che in alto li reggea
Soffice e folto. Qui corcârsi, e densa
Li ricopriva una dorata nube
Che lucida piovea molle rugiada.

 

Questo è veramente parlare ai sensi più che alla fantasia, mostrare in forme vive il fenomeno cosmico, più che non simboleggiarlo soltanto; ma l'imagine ancora non travalica dagli aspetti esteriori delle cose alle impressioni che esse destano nell'anima umana. Voi vedete piovere la nube dorata; non udite la voce delle cose e dei viventi che la salutino benefattrice. Quanto più progredito non è il sentimento delle relazioni fra l'uomo e la natura in Virgilio! Questo precursor vero della modernità s'accorge che nel tacito loro linguaggio le cose non parlano ai sensi soltanto, ma sanno aprirsi dentro agli umani petti una via fino all'intima fibra del cuore. Altri stia contento a rallegrarsi con Omero del rinverdir dell'erbette novelle e dello spuntar dei fiori sotto lo spruzzo benigno della pioggia; egli, Virgilio, sente l'alito nuovo che questo ringiovanimento del creato infonde ad ogni essere che vive, e saluta un nuovo fiorire di domestica tenerezza in quella gentile famigliuola degli uccelli, che, dopo una scossa di pioggia, godono di rivedere i dolci nidi e i piccioli nati:

 

onde ne l'alto

di mezzo alle foglie un non so quale

Giòlito novo a strepitar li move.

 

Ma che ha mai tutto codesto a vedere — Voi mi direte — coll'umile vostro episodio d'una villanella portatrice di secchi, la qual si ricovera sotto una tettoia dalle raffiche di un acquazzone battente, e non per questo è al coperto dalle procaci capestrerie di un bellimbusto? — Io potrei bene rispondervi, Signore mie, che in ogni fortuito accozzarsi di una figliuola d'Eva con un figliuolo d'Adamo, per diversi che li abbia fatti in apparenza il caso della nascita, il femminino eterno e l'eterno mascolino armeggiano, schermidori non meno ardenti meno abili, di quello che non appaiano in un amoroso duello d'Iddii: ma per riuscire a una conclusione edificante, vi dirò piuttosto che una moralità può cavarsi dalla più umile come dalla più alta imagine del vero; e vi ripeterò le parole colle quali il nostro ingegnoso interprete dei miti vedici ha compendiato quella armonia segreta che corre sempre, per chi sappia intenderla, fra il passato e il presente, fra il reale e l'ideale. «L'uomo anticodice il De Gubernatis — ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli aveva chiusa in : l'uomo moderno deve entrare in gara generosa con gli Dei suscitati dalla imaginazione poetica de' nostri avi; e, nuovo artefice, mirar a produrre il divino (io mi contento di dire l'onesto) nell'ambito della vita

 


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