Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

IN CONVENTO

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IN CONVENTO

 

La storia anch'essa del monachismo e de' cenobii, come di altre, anzi, di pressochè tutte le istituzioni umane, fu distratta in contrarii sensi, ed ora vôlta a propositi di biasimo ed ora di lode, secondo che piacque agli umori, alle devozioni, alle parti politiche e religiose. Non si può giudicarne con retto criterio se non riferendosi a' tempi, a' luoghi, alle condizioni sociali ed al prevalere delle opinioni, in mezzo alle quali gli ordini religiosi ebbero inizio, attecchirono, fuorviarono da' principii, e ad essi furono ritirati con più o meno di sincerità e d'efficacia. Niente sarebbe tanto poco a suo luogo quanto una recensione ch'io qui pretendessi di farne, così di passata e per incidente; questo dirò soltanto, che è impossibile disconoscere l'influsso esercitato sul carattere della vita o monastica propriamente o cenobitica nel mondo cristiano, dalle tradizioni dell'antico Oriente, e massime dall'esempio di quei ginnosofisti, che professavano di cercare la perfezione nella solitudine, nella contemplazione, e nella macerazione volontaria. Atteggiamenti dell'anima umana facili del resto a dichiararsi anche spontanei, in tempi di sconvolgimenti sociali, di civiltà fastose e per corruzione decadenti, di violenze non riparabili da gente inerme, se non protetta da una certa reverenza d'abito e di costume.

Che delle vocazioni, sincere a principio, declinassero dalla santità col mescolarsi a cupidigie, ad ambizioni, a contese peggio che terrene, è facile intendere; e non è meraviglia se in mezzo alle spaventevoli iniquità che sedevano al governo delle cose temporali, e nel prevalere da per tutto la forza sul diritto, l'arbitrio sulla libertà, la scostumatezza sull'onesto vivere, anche le persone religiose s'intingessero alquanto dell'istessa pece. Canonichesse e abbadesse, non che priori ed abati, che partecipassero ai disordini, alle dissolutezze, alle consuetudi crudeli del mondo laico, massime verso schiavi e schiave (chè altro i servi e le serve del medio evo non erano, e come tali compravansi e vendevansi e si davano in baratto di beni mobili od immobili), sarebbe inutile citare nominativamente, posciachè le testimonianze ne abbondano in tutte le storie. Questo però è degno in particolare di nota, che servi e serve di monasteri e di chiese, a differenza dagli altri e dalle altre, non potevano se non in rarissimi casi, e sol quando tornasse in singolar beneficio materiale della chiesa o del cenobio, essere emancipati.

Un diploma del 1194 conceduto al monastero di San Salvadore ad Leones di Brescia, dichiara che servi e ancelle di monaci non si presumano già col dar figli e figlie in matrimonio a liberi, di sottrarli alla servitù; anzi, o di paterna o di materna generazione che costoro procedano, «in servitù perpetua» (in perpetua servitute) e nella condizione medesima dei parenti, cioè di servi (servorum scilicet), abbiano a rimanere. Un decreto di Leone Vescovo di Vercelli sul finire del secolo X ricollocca in servitù, «fra le acclamazioni del popolo,» tutti coloro che essendo già servi della Chiesa di Vercelli, per negligenza o vizio de' precedenti Vescovi, dal giogo servile erano passati a nobiltà di gente libera (a jugo servitutis in libertatis Nobilitatem transierant). E più altre testimonianze di questa fatta possono rinvenirsi presso il Muratori (Delle antichità italiane, Milano, 1751, tom. I, disp. XIV), citato in una dotta Memoria dallo Zamboni. (Gli Ezzelini, Dante e gli Schiavi, ossia Roma e la schiavitù personale e domestica, studii storici e letterarii di Filippo Zamboni, Vienna, Gerold, 1870).

Se peraltro il chiostro era sovente ricetto di colpevoli abusi, anche era qualche volta asilo pietoso ad anime gentili, duramente provate dai casi della vita; ed io vorrei spazio a ricordarvi più che di volo un esempio almeno per tutti, quello della pia Radegonda, che del resto, o negli Atti dei Santi oppure troverete delicatissimamente narrato da Agostino Thierry nei suoi preziosi Récits des temps mèrovingiens (Paris, Tessier, 1838, tom. II, pag. 229 a 259). Radegonda, figliuola dell'ultimo Re de' Turingii, in una di quelle scellerate razzie che i Franchi solevano, a soli otto anni d'età era caduta con un fratellino prigioniera del Re di Neustria, il fiero Clotario; e fin d'allora n'aveva dêsta la barbara concupiscenza. Allevata e istruita più gentilmente che non si solesse fanciulle di razza germanica, Radegonda era serbata al talamo del Re; ma non vi salì se non costretta, e, in qualunque modo potesse, pervicacemente involavasi all'abborrito gineceo, per darsi ad opere buone. Quando poi il fratel suo, non si sa per che sospetti, fu messo a morte, invincibile diventò in lei la ripugnanza dal proprio tiranno; fuggì dalla reggia, se ne fu a Noyon presso Medardo Vescovo, che era in voce di santo; e, vinte le perplessità del buon uomo e le intimazioni villane de' guerrieri franchi colla valentia del proprio volere, ottenne d'essere consacrata diaconessa. Inseguita, minacciata, aspreggiava le tenere membra col cilicio, invocava il Signore; la belva maritale infine quetò, e alla poverina fu dato ricoverarsi prima a Tours, poscia presso Poitiers, dove col suo peculio di sposa (il Morgengab), fece riattare a convento un'antica villa romana. , a poco a poco, venne poi mitigando l'austerità monastica con qualche diporto; i bagni, i dadi, le letture, persino qualche ombra di teatro; e alternava le cortesie agli ospiti con dure fatiche servili, cui voleva compartecipare insieme con le sorelle.

Fra gli ospiti, è impossibile di non ricordar un Italiano, e secondo i tempi, un poeta: messere Venanzio Fortunato, da Valdobbiadene presso Treviso, che fu il consolatore della buona Regina. Se non fosse per il suo latino men che mediocre, io Vi direi di cercare i carmi o almeno le lettere di cotesto davvero fortunato Trivigiano, un figliuolo probabilmente del popolo, scolare che era stato di grammatica e di rettorica a Ravenna, ultimo tipo di gaudente e quasi d'oraziano umanista, che, in mezzo a quei rudi soldatacci e a quelle ingenue monacelle del tempo, è fatto segno a tutte le ammirazioni, a tutte le carezze, a tutte le oneste blandizie d'anime incantate della sua veneta parlantina, e del suo disinvolto galateo di versicolajo facile e piacentiero. Un intendente, un segretario, un fido avvocato e prudente arbitro e moderatore, ci voleva per la Comunità; e Fortunato a tutti codesti uffici era nato fatto. Eccolo che piglia stanza nel convento; e non ci ha cortesie, finezze, imbandigioni fiorite e adorne, dilicati camangiari, vini generosi, che al pastore non vengano prodigando quelle povere pecorelle. Tanto l'affare in somma cammina, ch'ei riceve gli ordini sacri, e, abbagliato il Concilio di Braine con l'orpello di un suo bel panegirico, s'insedia nel vescovado di Poitiers. L'episodio è faceto, non è vero? Eppure sui torniti esametri del retore corre come un soffio di ispirazione e di mestizia sincera, quand'ei li fa parlare secondo i ricordi, anzi per bocca stessa, della sua dolce Regina: «Ho visto le donne tratte in ischiavitù, avvinte le mani, scarmigliati i capelli, una diguazzare a piè nudi nel sangue del marito; un'altra inciampar nel cadavere del proprio fratello!... Umido ancora il viso, asciugo gli occhi, reprimo i singulti, ma la mia ambascia non tace!... Dimando ansiosa all'aria che spira alcuna novella; ma non ombra m'apparisce de' miei... Ove siete? All'aria il chiedo, alla nube; se terra mare hanno accenti, oh mi venisse nunzio per l'aria un augello... Potessi attraverso la procella navigare verso di voi, e quando infranta andasse la nave, afferratami ad una tavola, solcar l'onde a nuoto per raggiungervi...» (Cfr. Venantius Fortunatus, Radegondae et Agnesi, MS. della Biblioteca di St.-Germain, let. 844, pubblicato da M.r Guérard, Notice des manuscrits, vol. XII).

Di personaggi da idillio e da novella il chiostro abbonda; ma chi potrebbe negargli d'avere vantato anche eroi? Una cosa fra tutte è manifesta: che, se l'istituto monastico ha potuto attagliarsi come ricovero, e quasi come serbatojo di forze, che altrimenti sarebbero rimase sgominate, disperse e infeconde, a tempi di disordine e di sfacelo sociale, esso è venuto a mano a mano perdendo della sua ragion d'essere in mezzo a società bene costituite, ordinate e operose; e s'è trovato spesso un fuor d'opera, quando ciascuno ebbe dinanzi a nella vita un còmpito, un lavoro, un intento bene definito e concorporato con l'utile del maggior numero. Per questo è che il monachismo, non disadatto a vincere le ultime ribellioni della violenza feudale, in mezzo alle pervicaci castellanze, dove il buon poverello d'Assisi capitaneggiò una novella democrazia militante, si trovò invece a disagio nella città; e nei nostri Comuni, i quali tanto prima del resto d'Europa s'informarono da buoni ordini di reggimento civile, e anteciparono, per dir così, gli aspetti della società moderna, esso offerse il fianco agli strali acuti di novellieri, di satirici e di comici; i quali, dal Boccaccio e dal Sacchetti in giù, fino al Berni, al Machiavelli, all'Ariosto e a tutti gli altri, non risparmiarono

 

I neri fraticelli e i bigi e i bianchi.

 

Caterina Benincasa era nata ancora in tempo da essere valida mediatrice fra le parti politiche, non pure della sua Siena, ma d'Arezzo e di Lucca e di Firenze, e da travagliarsi non senza profitto per rimetterle in pace con Roma, e da tener testa infin che visse, lei, umile monaca, alle male passioni che laceravano, fino ad aperto scisma, la Chiesa. Ma non ancora un secolo era trascorso, e tutt'altri già apparivano i conventi. Troppe recluse sospiravano al secolo, come la gentile Lucrezia di Francesco Buti, una cara fanciulla, che aveva bene, come dice il Vasari, «bellissima grazia ed aria,» ma non abbastanza vocazione, la poverina, da non lasciarsi menar via da quel poco capitale di Filippo Lippi, il giorno appunto «ch'ella andava a veder mostrare la cintola di Nostra Donna.» Dei monasteri poi nel Cinquecento e più in giù, non vi dico nulla; e se siete da tanto da tener fede all'ammonizione del padre Benedetto Fiandrini, che ha scritto sul frontespizio: «Leggete ma non vi scandalizzatepiacciavi di cercare in quelle rarità bibliografiche che da alcuni anni si vanno pubblicando a Bologna sotto il titolo di Biblioteca di curiosità storiche e letterarie la Vita della madre donna Felicita Rasponi abbadessa di Sant'Andrea, scritta da una religiosa; dove l'autrice, suor Serafina, racconta i romanzetti e le piccole monellerie delle sue sorelle con «un candoredice uno spiritoso critico — che vi disarma; e vi fa intendere altri tempi ed altri costumi, i quali sarebbe pedanteria e ingiustizia il giudicare con le idee nostre moderne

L'intesso critico, un Russo, che ha ormai cittadinanza nelle lettere francesi, Arvède Barine, v'introdurrà poi co' suoi interessanti Portraits de femmes (Paris, Hachette, 1887), assai meglio ch'io non potrei e saprei, in quella ch'ei chiama a buon diritto «psicologia di una Santaritraendovi con molta discrezione, e con altrettanto rispettosa schiettezza, quella figura così intrinsecamente castiliana, doña Teresa de Abrumada Sanchez de Cepeda, figlia di gentiluomo, discendente di Re, che bimba di sett'anni vuole andar fra' Mori a essere martire, come nelle Vite dei Santi, a quattordici s'innamora pazzamente di un bel cavaliere, e a venti tiene, com'essa dice, sotto i piedi il mondo. In quella Spagna dove una governante di principe ereditario, la Duchessa di Cardona, scappa dalla finestra e va a farsi eremita in una grotta, dove le rivalità fra conventi pigliano l'aire di guerre civili, dove le macerazioni e le estasi ascetiche sono come il pane quotidiano degli spiriti più colti, Teresa è un frutto del secolo. Idea sua peraltro il consacrare la penitenza non alla propria salute ma all'altrui; suo l'abborrimento della sporcizia, peste dei monasteri; suo quel coraggio d'uomo ch'ella spende — ma con che pro? — nell'incrudelire contro stessa. Si può, dice il suo biografo, biasimarla, sorridere delle sue familiarità con Dio, temere i suoi influssi sulle teste giovani e senza esperienza; non si può vivere nell'intimità sua senza subire, a trecent'anni di distanza, quel fascino che soggiogava i contemporanei

V'ho riferito fedelmente il giudizio d'un uomo d'ingegno. Per me tanto, sull'angelo dell'ascetismo la palma alla più umile delle infermiere. E vi chiedo licenza di trascrivervi queste meditazioni di un grande poeta dell'umanità, jeri un Nume, oggi anch'egli un dimenticato: Victor Hugo.

«È cessata — egli dice — la ragion d'essere de' chiostri, i quali, utili nel primo sorgere della civiltà moderna, riuscirono d'incaglio al suo crescere e tornano nocivi al suo ulteriore progresso.

«Dal canto nostro noi usiamo rispettare volta a volta il passato, e ci serbiamo ad esso indulgenti sempre, purchè esso consenta a rimanere il passato.

«Le superstizioni, la bacchettoneria, i pregiudizii, tutte codeste larve, benchè larve siano, s'attaccano tenacemente alla vita. Bisogna combatterle. — Combattiamo, ma distinguiamo. Vi sono cose che bisogna distruggere, ce n'ha altre che basta saper osservare e illuminare.

«Io considererò sempre la comunanza claustrale con una serietà riflessiva, e sotto certi aspetti con deferenza, purchè sia assolutamente volontaria. — La grandezza della democrazia sta nel non voler nulla negare e nulla rinnegare di ciò che è umano.

«Nel momento che attraversiamo, in quest'ora in cui tanti uomini tengono bassa la fronte e in basso l'anima, in mezzo a tanta gente occupata delle cose fugaci e deformi della materia, senza altra morale che il godimento, chiunque si esilia ci pare venerabile. Il monastero è una abnegazione; il sagrificio, benchè muova da un concetto falso, è sempre un sagrificio.

«Preso in medesimo e idealmente, il monastero, e sopratutto il chiostro femminile, poichè la donna è nella nostra società quella che soffre di più, e poichè nell'esilio monacale c'è una sorta di protestazione, il chiostro ha innegabilmente una certa maestà.

«Noi siamo di quelli che credono alla meschinità delle orazioni, e alla sublimità della preghiera. — Quanto ai modi di pregare, tutti sono buoni, purchè sinceri: pigliate pure in mano il libro a rovescio, ma rivolgetevi all'Infinito.» (Victor Hugo, Les Misérables, Paris, Pagnerre, 1862, Lib. VII, 3 a 7).

E sopratutto — se mi è lecito aggiungere umilissimamente una parolapregate in quel modo che non falla: facendo del bene.

 


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