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PRO PATRIA
V'è fra i miei ricordi d'infanzia una specie d'interno alla fiamminga, assai caratteristico: la casa maritale di una mia zia materna, sposata a un fiore di galantuomo, la più timorata coscienza che si potesse imaginare, ma un medaglione de' più ortodossi ed autentici. Non una vecchia consuetudine, non una pratica pia, che in casa sua fossero trasandate. Basti che prima di veder comparire la zuppiera in tavola, s'era certi di veder girare la brocca e la catinella, come nelle Novelle del Cinquecento; e che ogni pasto incominciava, manco a dirlo, col Benedicite, recitato dal capo di casa e interpolato dagli Amen dei commensali. Con tutto questo il maestro delle signorine e del signorino (che studiava in casa, dopo la disgrazia del fratel maggiore, morto di cordoglio per una ingiustizia subita al Liceo), era un avanzo del Ventuno, di cui ho ancora davanti agli occhi la faccia bruna e la grigia criniera. Il maestro poi aveva il suo perfetto riscontro nel signor Beppe, un fratello dello zio, un Burbero, anzi un Rustego perfetto del repertorio goldoniano, che avrebbe rinunziato senza zittire a farsi mai un abito nuovo, ma per nulla al mondo a quelle due orette che passava regolarmente ogni giorno al Caffè Svizzero, a suggersi il Journal des Débats fino all'ultima linea, e a dare una capatina anche dentro alla odiata Quotidienne, pur di spremerne qualche gocciola d'informazione intorno agli andamenti della causa liberale in Europa: indagine che finiva quasi sempre con molta delusione ed altrettanta amarezza del signor Beppe. Nelle sere più infauste, sul tocco delle dieci, dopo una furiosa scampanellata alla porta di strada, lo si vedeva traversare, tutto rannuvolato e imbacuccato nella sua rupa blù a molti baveri, il tinello a terreno; fatto appena un cenno di saluto, e tolto bruscamente di mano alla cameriera il candeliere, svoltava via dall'uscio di fondo, e lo si sentiva salir le scale per andare a letto, con uno scalpore come se andasse alla guerra. — «Uhm! — mormorava dal canto del camino la buona zietta — Beppe ha un diavolo per capello; guai grossi ci ha da essere in Polonia!» Gli è a questo modo — e notate ch'io non potevo avere più di cinque anni — che intesi la prima volta il nome di quella eroica gente.
Con le notizie carpite, pur da fanciullo, un po' qua, un po' là, e con quelle idee che in casa assorbivo per tutti i pori, imaginate se la Polonia non diventò anche per me un'adorazione, e se non ebbe inni di fanciullo e voti ardenti di giovane, fino a quel giorno d'estate del Sessantatre, in cui, spezzato il pane col canuto e venerando inviato della insurrezione polacca alla tavola del mio amico Visconti-Venosta, allora Ministro degli Affari esteri, non mi potei tener di pronunziare in Parlamento, io poco più che novellino, un discorso per quei fratelli d'anima, altrettanto caldo d'affetto quanto per anticipazione destinato alla fine delle foglie d'autunno. Come sono cambiati i tempi! La Francia, che era l'oracolo del signor Beppe e quasi la madrina della bandiera polacca, è nelle braccia dello Czar; e la povera Polonia non vive se non nel cuore de' suoi patrioti e delle sue donne, esempio, quasi tutte, d'indomabile devozione alla patria.
Anche la mia prigioniera polacca, come le più delle sue compagne in questa Odissea, mi scaturì dalla matita prima di trovar riscontro nei documenti. Eppure, a questi essa risponde proprio a capello, come vedrete. Ma, anzi tutto, io ho un dovere da compiere: quello di mostrarvi in uno scorcio rapidissimo, strozzando pur troppo in quattro segni tal soggetto che vorrebbe una tela immensa, il dramma sanguinoso che lasciò ribadita nel suo sepolcro, fino al giorno della risurrezione, che verrà, la Polonia vivente. Ci sono tre volumi preziosi, stampati per cura del Principe Czartoryski a Parigi, a mano a mano che gli avvenimenti si svolgevano: Éphémérides polonaises (Dentu et Librairie Centrale, 1863-1864); ma dubito forte che altri possa rinvenirli a quest'ora, se non in qualche Biblioteca. Io n'ebbi comunicazione dall'onorando Direttore del Museo Copernicano in Roma, il signor professore Volynski, al quale ne rendo qui pubbliche grazie. Tutto gronda sangue in quelle pagine: senza ombra d'artificio retorico, l'altezza dell'eroismo e l'atrocità del martirio vi sopraffanno d'orrore e d'ammirazione. Pur nondimeno, io ho voluto attingere le mie citazioni altrove, a testimonianze di fonte straniera, e persino nemica: ai diarii inglesi, tedeschi, francesi, più in voce, non che d'imparziali, di quietisti, e persino a rapporti d'ufficiali civili e a notizie di giornali militari della Russia medesima, che citerò a titolo d'onore. Mi limito dunque senz'altro a tradurre, indicando sempre la fonte.
«Una petizione moderata — scrive il Times del 23 febbraio 1863 — la quale non faceva altro se non domandare che si osservassero in favore dei Polacchi quei trattati, i quali sono per i padroni lettera morta, ma per i sudditi sono guarentigie di libertà, divenne pretesto a uno degli atti di tirannia più terribili che mai siano stati commessi. Quando l'Imperatore di Russia ordiva in segreto l'occupazione repentina delle città di Polonia, per avventarsi nel cuore della notte sulla popolazione maschia, segnata e vagliata innanzi tratto come ancor fida alla propria stirpe e al proprio idioma nazionale, egli commetteva un errore, da cui per certo il Machiavelli lo avrebbe sconsigliato. Col rendere meno pericoloso l'insorgere che non il rassegnarsi alla schiavitù, egli faceva getto del beneficio che il terrore concede ai tiranni. Risultato certo del sottomettersi senza resistere, l'incorporazione in quei reggimenti, il cui destino era d'andar dispersi in presidii insalubri o d'essere mandati al macello contro orde selvaggie, nei deserti che segnano l'estremo lembo dell'Impero. Levarsi in armi, era guadagnar forse la libertà e una patria, o almeno morire nella propria terra, circondati dalle simpatie del mondo. Questa l'alternativa posta dalla stolta tirannide russa. Qual maraviglia che l'insurrezione si estenda?»
Come poi la proscrizione dei primogeniti di tutto un popolo, in mezzo alle strida, ai pianti, alla disperazione delle madri si compisse, lo descriveva in pochi tratti la Revue des Deux Mondes (31 gennaio). «Al tocco dopo mezzanotte del 15, la città era occupata militarmente. Le truppe accampavano sulle piazze, squadroni di cavalleria percorrevano le strade. Gittata sulla città questa rete strategica, l'operazione principiò. S'abbattevano le porte, s'invadevano le case, si piombava improvvisi nel cuore delle famiglie.» Quali violenze vi si perpetrassero, lo denunziava al Senato francese il Principe Gerolamo Napoleone, di cui ricordo a titolo di lode le vibrate parole: «Il tale non c'è? Si piglia suo fratello. Non c'è il fratello? Si piglia il padre, lo zio, quel che capita. Tutto fa, perchè tutto è polacco.» — «La durata della ferma e l'immensità delle distanze — soggiungeva il Journal des Débats (9 febbraio) — implicano il distacco assoluto e perpetuo dell'arruolato dalla famiglia; la durezza della disciplina, la difficoltà se non l'impossibilità di salire a gradi superiori, fanno somigliare la ferma a un servaggio... A qual fine poi, che non sia illecito da confessarsi, aggravar la leva con rigori intollerabili? Farla cadere su una parte sola della popolazione, quella delle città; lasciare indeterminata la misura del contingente per poterla indefinitamente estendere; escludere il sorteggio stabilito dalla legge, e sostituirvi l'arbitrio di Giunte, investite anche del potere esorbitante di prescindere dai titoli legali d'esenzione? Tutto codesto che altro era se non coprire col nome di leva una proscrizione sistematica, intesa a rapire a un popolo infelice la parte più viva della sua gioventù, e a farla sparire per sempre nella servitù e nell'esilio?»
Gli effetti non tardarono. «Il Comitato rivoluzionario — dice la Gazzetta d'Augusta del 22 gennaio — ha ordinato ai fuggiaschi e a quanti vogliono combattere di riunirsi su quattro punti, ove si forniranno loro armi e munizioni.» Due giorni dopo, il Giornale ufficiale di Pietroburgo, che aveva celebrato il felice successo della nobile impresa notturna, confessava lo scoppio dei moti rivoluzionarii. Io non seguirò le varie sorti di una lotta tanto eroica quanto disuguale. Bastino i documenti ufficiali russi con pochi episodii autentici a dipingerla; e Voi, Donne gentili, rassegnatevi alla monotonia dell'atroce.
Una relazione del Governatore civile del Governo di Lublino, Budusinski, al Direttore della Commissione dell'Interno a Varsavia, documento che si può leggere nel Wanderer del 19 febbrajo, dice fra l'altro testualmente quel che segue: «Riferendomi a mia lettera d'jeri, trasmessa per istaffetta, vi mando lettera di mia nipote, che è moglie del medico municipale di Tomaszow; essa descrive gli assassinii, i saccheggi, gl'incendii commessi dalle truppe il 6 in quella città. Suo marito, che era ad un tempo proprietario e membro del Consiglio di Circolo di Zamosc, vi perì, bruciato vivo colla propria casa. Non avendo io ricevuto sulle orribili scene di Tomaszow alcuna comunicazione nè dal Magistrato della città nè dal Prefetto del Circolo, e informato come sono dei fatti solo per mezzo del Circolo di Hrubieszow, ho motivo di credere che tutti i funzionarii di Tomaszow siano periti, e non resti persona per stendere una Relazione.»
Un altro Rapporto del Capo civile del Distretto di Miechow, Januskievicz, in data del 18 febbrajo, a S. E. il Comandante militare del Governo di Radom, generale Uszakoff (documento inserito nel Journal des Débats del 9 marzo), è del seguente tenore:
«Arrivati davanti alla città di Miechow nella notte del 16 al 17 di questo mese, gl'insorti l'attaccarono verso le 6 del mattino, ma dopo un combattimento di un'ora e mezza cogli avamposti e colla guarnigione imperiale, dovettero ritirarsi. Gli abitanti non presero al combattimento alcuna parte. Secondo gli ordini, porte, finestre, ogni uscita delle case restò chiusa, nessun abitante scese sulla via. Mezz'ora dopo la ritirata degli insorti, i soldati pigliarono a tirar colpi di moschetto contro le finestre; poi, abbattute le porte, invasero le case. Impadronitisi del danaro e degli oggetti di pregio, spezzate le suppellettili, trassero fuori i pacifici borghesi dalle loro dimore, e li maltrattarono colla maggiore crudeltà; ubbriacati come s'erano di liquori forti, si sparsero per la città, appiccando il fuoco a parecchie case, e in mezzo allo sgomento che ne seguì, assalsero, percossero i passeggieri, ammazzarono, commisero sulle vite e sulle proprietà tutti gli eccessi del massacro e del saccheggio... Il Borgomastro della città, Pietro Orzechowski, fu trascinato verso il Corpo di guardia a colpi di calcio di fucile e di bajonetta, e quivi sgozzato. Il sottoscritto Capo civile del Distretto fu assalito nella propria casa dopo effrazione, minacciato di morte, e non ebbe salva la vita che grazie agli sforzi d'un invalido, non senza aver pagato un forte riscatto... Dovendo la città intiera essere arsa... gli infelici abitanti, con le donne e i fanciulli, furono cacciati a stuoli verso i paesi circostanti... Non si cessò durante il tragitto di spogliarli del denaro, degli orologi, di quant'altro avessero indosso, fin delle vesti...»
Più la lotta disugualissima lascia ai Russi il vantaggio, e più la soldataglia e la plebe rustica, aizzate contro i signori, oltrepassano coi loro eccessi ogni imaginazione. Il capestro, il piombo, i geli della Siberia, faranno il resto. Spigolo a caso fra le notizie che il Journal des Débats riproduce dal Morning Post e dalla Gazzetta di Breslavia, ovvero dichiara di attingere (e queste sono il maggior numero) a corrispondenze proprie dalla Prussia, degne di pienissima fede. Sèguito dunque senz'altro a salire il mio calvario di traduttore.
15 maggio. «La contessa Mole, giovane signora di diciott'anni, incinta, subisce l'ultime violenze sotto gli occhi del marito, che è poi strascinato via dal proprio podere per essere gittato nelle carceri di Dunaburg. La infelicissima, senz'altro indosso che un mantello, riesce a buttarsi nel fondo di una foresta, dove si sconcia: ne è tratta semiviva, e portata a Wilna, prigioniera anch'essa, a morire.»
14 luglio. «Le fucilazioni e le impiccagioni sieguono troppo numerose da poterle tutte registrare. Due signorine, le damigelle Plater e de Terlecka, non vennero risparmiate. La signora del colonnello Sigismondo Brunicki, il quale comanda un Corpo d'insorti, è gittata in carcere, e ammonita che, ove egli entro un dato termine non si costituisca, sarà lei giustiziata in vece sua. Qualunque signora vesta a lutto è arrestata, e alla seconda recidiva è battuta di verghe. I marescialli della nobiltà di Witebsk, Mohilew, Wilna, Grodno e d'altri Distretti, non volendo sottoscrivere un indirizzo servile, sono arrestati e deportati. Il giovane vicario Iszora, che spontaneamente s'è costituito per provare l'innocenza di un suo superiore ecclesiastico, è fucilato. Sessantasei insorti, feriti e caduti in mano al nemico a Ignatiewo presso Sempolowo, vengono bruciati vivi. Presso Miropol, tre giovani, Francesco ed Enrico Krolikowski e Simlesko, feriti gravemente, sono seppelliti ancor vivi. A Wilna, a Dunaburg, a Kowno, dei vecchi, dei giovanetti, delle madri di famiglia, senza che se ne sappia il perchè, sono, alla pari cogli uomini validi, strappati dalle loro case, e se ne ignora il destino. A Wilna, nella prigione n. 14, trentadue persone del miglior ceto sono morte letteralmente di fame. Le suore di Santa Brigida, accusate d'aver mandato filaccie agli insorti, hanno subìto la fustigazione.»
15 luglio. «Da Witebsk e da Mohilew gran numero di abitanti, avvinti di funi, sono trascinati a piedi a Dunaburg; tradotti davanti un Consiglio di guerra, vengono degradati, e condannati alla deportazione e alle miniere. Ieri sessantaquattro ne arrivarono da Pobok, orribilmente estenuati dalla fatica e dalla fame; e lo stesso giorno, diciotto signore vi furono trasportate per essere rinchiuse in compagnia di malfattori in un medesimo carcere. Si preparano celle per altri centocinquanta prigionieri, destinati a servire a vita nelle compagnie disciplinari d'Oremburg. Due adolescenti, si può dire due fanciulli, Boleslao Downarowicz e Casimiro Giczdowin, sono del numero.»
28 luglio. «Nel Palatinato di Kalisch le castella sono saccheggiate, i proprietarii (e qui segue una lunga lista di nomi proprii), uomini e donne, fustigati, e condotti, carichi di catene, a Varsavia».
30 luglio. «A Varsavia la tortura è ristabilita negli interrogatorii. Il curato Ignazio Kaczorowski, sessagenario e infermiccio, è condannato alle compagnie di disciplina. Nel Palatinato di Plock, si va per arrestare Carlo Uczardowski. Non lo si trova; si piglia in sua vece il figliuolo di quindici anni.»
6 settembre. «Crudeltà inaudite commettonsi nel Palatinato di Plock e in tutta quanta la Lituania.» E qui vi risparmio, gentili Donne, la eterna litania di spogliazioni, di flagellazioni, di stupri, di assassinii. Tra le flagellate sulle carni ignude sono due signore Lambrzycki, madre e figlia, per avere interceduto in pro di un vecchio prete, recatosi nella loro casa ad assistere un infermo; il prete, tratto fuori a forza, è fucilato.
«Oramai — scrive il Vaterland in data del 24 settembre — quasi nessuna proprietà di qualche importanza ha più padrone. I più sono in carcere, gli altri, o morti, o combattono ancora. Tutti gli edifizii demoliti; le messi che non furono calpeste, attendono invano chi le raccolga, e possono considerarsi come perdute.»
Tristo a dirsi: le moltitudini abbandonate nell'ombre profonde dell'ignoranza, a nessuna idea generosa educate (chè la devozione cieca e servile ad un uomo, fatto idolo o iddio, vale a imbestialire, non a educare), sono materia grezza nelle mani di coloro che le governano: è a questi che la imputabilità risale. Nè più nè meno che un domatore di fiere, il quale le sguinzagli attraverso l'abitato per goder della strage, l'uomo sinistro che presiedette allo sterminio della Polonia accumulò necessariamente sul proprio capo l'esecrazione dovuta a tutti i delitti che si compirono sotto il suo imperio. Nessun atto d'accusa più tremendo che la serie delle sue stesse ordinanze, e di quelle da lui provocate. Già il 4 marzo un Ukase imperiale aveva ordinato il sequestro di tutti i beni appartenenti ad insorti; il 4 maggio tutte le spese di mantenimento, di marcia, d'armamento di un esercito di centomila uomini, per tutta la durata della guerra, sono messe a carico del Regno: il 9 giugno un decreto granducale conferisce ai Comandanti di compagnia diritto di vita e di morte sugli insorti; il 28 giugno la più draconiana angheria che mai escogitasse mente di pirata, impone che nel termine di sette giorni una tassa del 10 per cento su tutti i beni della nobiltà, senza eccezione, sia in qualunque modo effettivamente percetta; non volendo il signore pagarla o non potendo (e quale proprietario di terre poteva avere alla mano, in danaro, un decimo della propria sostanza?), vendansi immediatamente e indistintamente le suppellettili delle case e delle fattorie, il bestiame, gli attrezzi rurali, i cavalli, le biade, ogni cosa. Era la dispersione bestiale, non della proprietà soltanto, ma della stessa agricoltura. Che preme? Il raskolnik, ancora mezzo selvaggio, è strumento buono per distruggere. Il Luogotenente convoca di mezzo luglio i contadini, e dice loro: «Ricordatevi che a primavera voi solevate venir a chiedere ai signori che vi fornissero da vivere. Ebbene! io farò sì che d'ora innanzi verranno i signori a mendicare alle vostre porte.»
L'impulso è dato, la belva è sguinzagliata. Non basta. Il 18, dopo gli eccidii che ho detto, in un'Ordinanza al Capo del Governo di Wilna, il Luogotenente carezza il dorso a' suoi orsi bianchi, e dice: «Atti così lodevoli da parte del popolo delle campagne m'impongono il gradito dovere di fare col mezzo dell'E. V. i miei ringraziamenti a tutti i contadini che hanno secondato le truppe. Vi raccomando inoltre di annunziare ai contadini che, per incoraggiarli a perseguitare e a sterminare gl'insorti, io concedo una somma di 3 rubli per ogni insorto che arrestino e consegnino alle autorità militari. La somma sarà di 5 rubli se l'insorto è preso colle armi alla mano.» Dunque anche l'inerme è buona preda. Imaginare se non la ghermiscono! E un'Ordinanza del 2 agosto (inserita nel Corriere di Wilna), prescrive che qualunque insorto cada in mano ai Russi (ci vuol poco, nient'altro che la denunzia di un raskolnik!), sia fucilato entro ventiquattr'ore.
Non basta ancora. Secondo la dottrina medioevale che abbiamo subìta noi pure dagli Haynau di nostra conoscenza, paghi l'innocente per il supposto reo. Un'Ordinanza del 20 luglio ai Capi dei Governi di Wilna, Kowno, Grodno e Minsk, dice così: «Vi invito a cercare quali siano i poderi più vicini al luogo in cui un omicidio sia stato commesso. (Ogni battaglia, si sa, è purtroppo una serie di omicidii!). Tutti i mobili e tutti i grani di quei poderi dovranno essere asportati. I primi saranno venduti, e il danaro che se ne caverà sarà dato a quelli che avranno sofferto in causa dell'insurrezione; il grano servirà al mantenimento delle truppe; i proprietarii e i loro intendenti (dei poderi più vicini!) saranno arrestati e tradotti davanti a un Consiglio di guerra; le loro famiglie saranno immediatamente espulse; il bestiame e gli strumenti aratorii del podere sul cui territorio il delitto fu commesso saranno distribuiti alla famiglia dell'ucciso e agli altri contadini.»
Analoga legge nelle città. «Se un omicidio o un attentato — dice un'Ordinanza del Ministro della polizia, in data del 24 settembre da Varsavia — se un omicidio o un attentato d'omicidio è stato commesso sulla via pubblica e il colpevole non è stato arrestato, tutti coloro che furono testimonii oculari del fatto e non hanno fornito ogni possibile ajuto per arrestare il colpevole, saranno considerati come complici dell'omicidio, e puniti secondo tutto il rigore delle leggi militari.» Abbrevio. Se il colpevole cerca asilo in una casa e non è consegnato, la casa è occupata senza alcuna indennità, e gli abitanti espulsi. Se un delitto è commesso o tentato in una casa o in un cortile, e il reo non è consegnato, tutti gli abitanti della casa sono puniti secondo tutto il rigore delle leggi militari, e si prende possesso della casa e di tutto quanto vi si trova. Le stesse sanzioni penali incombono quando da una casa sia stato esploso un colpo, o sia essa stata il punto di partenza di un attentato qualunque.
Dopo di questo, a che pro ricordare le ordinanze sulle lanterne, sul lutto, sulle insegne? Aggiungerebbero il grottesco all'atroce, se ciascuna non avesse a commento il knut e le verghe. A Wilna, alcune gentildonne, perchè vestite a lutto, sono condannate a fare ufficio di spazzaturaje sulla pubblica via; altrove, il lutto è imposto — incredibile a dirsi! — alle prostitute, ed è scritta sul registro di costoro e assoggettata alla loro regola ogni donna, per quanto illibata, che di lutto porti il minimo segno. A Dobbeln, una signorina Slanianow, di vent'anni, per questo delitto del vestire il bruno de' suoi cari, è tanto barbaramente flagellata, che ne muore.
E badiamo che col settembre l'insurrezione era agli sgoccioli.
Le vendette, quando neppure può attizzarle l'ombra di una lotta seria e di un serio pericolo, passano il credibile. Tre sorta di contribuzioni vengono imposte alla Polonia: la prima generale, di ventiquattro milioni, da ripartire sugli Stati (nobiltà, borghesia, clero, piccola nobiltà), ciascuno Stato responsabile solidalmente per la sua quota; la seconda speciale, a tale o tale altra città o villaggio (Varsavia sola pagherà sei milioni); la terza speciale ai proprietarii di fondi, se siano sospetti o assenti. (Journal des Débats del 31 dicembre 1863). Ma per gli assenti è poco stante richiamato in vigore l'Ukase del 1850, giusta il quale sono addirittura giudicati in contumacia, e i loro beni confiscati. Un nuovo Ukase vieta poi che i beni confiscati possano acquistarsi da altri che da Russi non cattolici. (Journal des Débats del 14 giugno e 14 luglio 1864). Il 7 ottobre del 1863, centosessanta bambini sono cavati da un asilo di Varsavia, portati alla polizia, interrogati sulla condotta dei loro genitori; alcuni sono trattenuti. Da maggio a tutto settembre, in Lituania e Livonia si contano dodicimila persone strappate ai loro focolari. Le sole carceri di Wilna ne racchiudevano a' primi d'ottobre un milleduecento, di cui più di cento tra donne e fanciulli. Più d'altre mille da quelle sole prigioni erano partite per la Siberia o per le compagnie disciplinari. (Journal des Débats dell'11 ottobre). Istruzioni segrete imposero in novembre al Conte di Berg d'arrestare e deportare almeno un membro, qual che si fosse, d'ogni famiglia polacca.
I detenuti sono divisi in tre classi: la prima è dei deportati in Siberia; fu visto fra loro un vegliardo di novant'anni, il padre del poeta Chencinski; questi sono collocati nei carrozzoni scoperti che servono ai cavalli e al bestiame, e per loro c'è ordine segreto che, finita la pena(?!), siano mandati come coloni sulle terre della Corona; la seconda è di signore da deportare in fondo alla Russia; esse non hanno altre vesti da quelle infuori di cui poterono in fretta coprirsi quando alla sprovvista, senza manco un interrogatorio, furono prese; la terza è di giovani ai quali (con un freddo di novembre russo) fu raso il cuoio capelluto. E convogli simili continuano a partire ogni giorno. (Journal des Débats dell'11 e 30 dicembre). In un convoglio del settembre, c'era la popolazione tutta quanta d'un villaggio: uomini, donne, fanciulli. (Journal des Débats del 4 ottobre).
Ancora dieci mesi dopo, il 4 giugno 1864, il solito convoglio ebdomadario partiva da Varsavia; di tre giovani signorine, tre sorelle Guskowski, che ci dovevano essere, ce n'era, con parecchie altre signore e signorine, una sola: delle due mancanti, una dicevano che fosse morta all'ospedale, in seguito agli spietati colpi di verghe; della terza non si sapeva nulla. Era il 63mo convoglio, da Varsavia, nello spazio di un anno e mezzo. A calcolare solo trecento persone per convoglio (e quasi sempre ce n'erano stipate da quattro a cinquecento) volevano dire ventimila persone deportate, da Varsavia soltanto. Il numero dei deportati dalla Lituania intera si fa ascendere a centoventimila. (Journal des Débats del 14 giugno 1864). Ciascuna di quelle partenze soleva naturalmente avere un corteo di desolati, un accompagnamento di voci di dolore. Buona occasione per la Gazzetta di Mosca di barzellettare, e battezzar la via che mena alla stazione: Passeggio dei singhiozzi. (Journal des Débats dell'11 agosto 1864).
Ma Wilna la vinse sopra Varsavia, e vide di peggio. Suppliziato il prode Sierakowski, la sua vedova giaceva a Wilna, incinta, gravemente ammalata. Al capezzale aveva almeno delle sorelle, aveva la mamma sua. Le sono strappate e deportate in Siberia. Sola, prossima a sgravarsi... Il persecutore non è sazio. Ordine è dato che, malata com'è, sia deportata nel suo letto. Una levatrice russa le è data a custode, perchè, cammin facendo, tosto ch'ella si sgravi, il bimbo le sia tolto anch'esso dal seno, e buttato agli esposti, a Pskow, per dove si deve passare; poi, viva o morta, la madre prosegua verso la sua tomba di ghiaccio.
E che micidiali erano, che assassini, che Furie cariche di delitti, costoro, contro i quali s'incrudeliva così snaturatamente? Ve lo dica il Wiedomosti di Pietroburgo del 13 giugno 1863.
«Vidi jeri — scrive a quel giornale russo il suo corrispondente — vidi jeri un ufficiale dei nostri che era stato fatto prigioniero. Il capo dei banditi lo trattò colla più squisita cortesia. Gli si lasciarono abiti e danaro intatti; non gli furono tolte che le armi.» E l'Invalido russo del 19 maggio, dopo avere descritto la fazione d'armi in cui Narbutt, il capo della insurrezione in Lituania, fu ucciso, continuava così: «Ucciso Narbutt, gl'insorti ch'erano sopravissuti si dispersero. Non è possibile farsi un'idea della loro esaltazione durante la lotta. Ciascun d'essi marciava intrepidamente alla morte, e pareva aspettare la palla che lo colpisse... Il dimani, arrivarono sul campo di battaglia parecchie signore polacche, velate e vestite a bruno. C'erano in mezzo ad esse due sorelle di Narbutt; queste ultime venivano a reclamare il cadavere del loro fratello. La più giovane non potendo signoreggiare il proprio dolore, si mise a piangere; la maggiore cercava di calmarla dicendole: "Non ti vergogni di piangere davanti ai Russi?" Uno di noi domandò ad una signora: "Voi pure probabilmente avevate un fratello qui?" — "Sono miei fratelli — essa rispose — tutti coloro che combattono per la Polonia." S'occuparono in seguito a medicare i feriti e a seppellire i morti. Il corpo di Narbutt non potè essere loro consegnato.»
Ah, se è delitto amare la patria, se è misfatto morire per essa, certo non v'ebbe nazione mai, non v'ebbero mai donne più ree della nazione e delle donne polacche. Già sui primordii della campagna la Gazzetta Austriaca (citata dal Journal des Débats del 17 marzo) aveva raccolto queste notizie: «Si vedono molte donne nel campo di Radom, vestite da soldati, e che partecipano alla guerra. Molte famiglie che si erano rifugiate in Galizia sul principio dei torbidi, sono rientrate in Polonia e si sono fatte inscrivere nel ruolo degl'insorti. Si cita fra altre una famiglia che s'è arruolata intera: padre, madre, un figlio, due figliuole.» E la Gazzetta di Breslavia del 2, descrivendo la infausta fazione d'armi del 27 febbrajo presso Lodz, scriveva: «Pochi giorni innanzi, trecento falciatori e duecento uomini di fanteria e di cavalleria, armati e muniti bene, erano passati per la città di Lodz. Si notò in particolare un giovane e bel soldato, e si seppe che era una donna, la signora di Michalski, di ventitre anni, madre di due bambini. Piantarono il campo presso Lodz, ma furono traditi da dei contadini. Sorpresi nel momento del cibo, e riconosciuta l'impossibilità di difendersi, offersero la resa. Gli ufficiali volevano in effetto limitarsi a farli prigionieri, ma i Cosacchi incominciarono senz'altro l'eccidio. Allora i Polacchi vendettero eroicamente cara la propria vita, e la signora de Michalski uccise essa sola parecchi Cosacchi. Presa alla fine, ancora che riconosciuta per donna, fu massacrata.» Dalla Presse di Vienna (Journal des Débats dell'11 luglio) raccolgo quest'altro episodio: «Una povera madre aveva perduto due figli nelle file degli insorti. L'ultimo, ancora adolescente, abbandona in segreto la casa, e corre sotto le bandiere. Il Commissario del Governo Nazionale lo fa ricondurre sotto buona scorta alla madre; ma costei, cingendogli ella stessa la spada: "Va — dice — figliuol mio, e vendica i tuoi fratelli e la tua patria!"» «In una fattoria del convento delle Felicine — leggesi nella Gazzetta tedesca del Nord (Journal des Débats dell' 11 ottobre) — fu arrestata una donna che agiva come Capo della squadra di messaggiere del Governo rivoluzionario. Dalle carte trovatele indosso, apparisce che il preteso Governo Nazionale aveva ordita tutta una rete di agenti muliebri.» Supponendo che la mia eroina partecipasse ad una fazione campale, non ho fatto, dunque, se non valermi di una libertà permessa al poeta, anzi, secondo il Vico, caratteristica di ogni poesia: quella di attribuire ad un solo personaggio geste non imaginarie, ma che, a rigore, andrebbero scompartite sovra parecchi.
Se tali le donne, quali gli uomini! Delle quattrocento o cinquecento esecuzioni capitali, obbrobrio di una campagna di guerra, e spettacolo ciascuna di eroismo pari al martirio, voglio citarvene una sola, descritta dall'Invalido russo del 25 settembre. È quella perpetrata a Szawle, in Lituania, in persona di Kwiatowski e di Bragulis. «Il primo — dice l'Invalido — aveva vent'anni, era figlio di un possidente; l'altro, un contadino. La lettura della sentenza commosse Bragulis; ma Kwiatowski, al contrario, all'uscire dal suo carcere volle rivolgere alcune parole a' suoi compagni di cattività, senza badare che suo padre, un vecchio di sessantaquattro anni, condannato alla deportazione, era caduto privo di sensi all'udire il destino che attendeva il suo figliuolo. "Io muoio — disse — per la patria e per la nazione polacca; e il solo voto che fo per voi è che possiate combattere per la stessa causa fino all'ultima goccia del vostro sangue." Kwiatowski fumò un sigaro durante il cammino; avendo vista la forca, sorrise, e rivolse verso quel punto l'attenzione del prete che l'accompagnava... Si svestì da sè, e gettati a terra gli abiti; "Rendete questi — disse — a mio padre." E mormorava: "Passi ancora per me. Ma perchè ammazzar l'altro?"»
Onore all'onesto soldato russo che ci conservò questa pagina, il più sublime elogio che mai potessero augurare a sè ed alla propria causa i Mani del suo nemico. E voi, martiri di Belfiore, abbracciate per noi que' nostri fratelli. Ma un'altra testimonianza non voglio pretermettere, e questa uscì involontaria dalla coscienza del popolo russo, a guerra finita, a sagrificio consumato, quasi a commiserare la cecità insanabile di un popolo di matti. Leggevasi nella Gazzetta di Mosca del 13 novembre 1864: «Colui che prendesse sopra di sè d'affermare che i patrioti polacchi si considerano come vinti, che essi credono la lotta contro la Russia impossibile e contraria al buon senso, che essi hanno rinunciato o sono pronti a rinunciare alla loro speranza di vincerci alla fine e di ricacciarci in Asia, quegli andrebbe contro l'evidenza dei fatti. Non abbiamo per noi che la forza materiale.» Preziosa, inestimabile confessione! Noi Italiani, ai quali piovvero, un tempo, di codeste ammonizioni e di codesti compianti, auguriamo alla prode nazione polacca che fruttifichino per lei, come per noi fruttificarono, la suprema delle fortune, di ricuperare un dì o l'altro — Dio ha di questi prodigii in serbo — la patria.
E qui, gentili Donne, dovrei porre a così lunga e purtroppo così lugubre Nota il suggello. Non posso. Sarebbe farvi perdere un tesoro, la certezza, cioè, di possedere nella fantasia poetica, attribuita alla mia prigioniera polacca, un documento autentico, e direi quasi una reliquia di martire. Devo la storia di lei insieme con la reliquia, a un esule gentiluomo polacco, il conte Ladislao di Sas Kulczycki, al quale ne rendo qui pubbliche grazie. E vi trascrivo senz'altro la maggior parte di una lettera ch'egli mi ha fatto l'onore d'indirizzarmi:
«Gentilissimo signor Senatore,
«Ebbi la sua cortese lettera del 9 agosto. Eccole il testo originale d'Isella, della giovane principessa Giannina Czetwertynska.....
«Non credo che il Langlart potesse sapere qualche cosa della principessa Giannina (in polacco Janina) Czetwertynska. Non si fece mai pubblicità delle sue vicende, che la famiglia sua, di cui sono l'intimo amico, tenne sempre nascoste. Tuttavia, essendo passati molti anni, dò a V. S. Ill.ma piena facoltà di pubblicare quei fatti, come pure la fantasia poetica d'Isella, il cui testo italiano è completamente inedito.
«La principessa Giannina Swiatopelk Czetwertynska, come i membri di varie altre famiglie rutene, discendeva da Rurick, Principe ruteno, di cui gli Tsari di Moscovia hanno bugiardamente usurpato la discendenza. La nobiltà rutena e il popolo ruteno si fusero coi Polacchi sino dai tempi di Casimiro il Grande (XIV secolo), e nulla ebbero mai di comune coi Moscoviti, chiamatisi più tardi Russi.
«La principessa Giannina, figlia unica del principe Leopoldo Czetwertynski, nacque nel castello d'Antopol in Podolia (Polonia meridionale), e fu portata da bambina a Venezia dalla sua madre, la principessa Casimira, rimasta vedova. Giannina, unica superstite del suo ramo, aveva una fortuna di cinque o sei milioni di franchi. Essa ricevette un'educazione del tutto italiana. La sua bellezza era meravigliosa. Bionda e cogli occhi celesti, somigliava a una Madonna di Raffaello. Non meno stupendo era il suo talento per la musica e pel canto. Rossini mi affermava non aver mai inteso una voce simile dopo quella della Malibran. Infine, era poetessa, e verso il 1860 pubblicò molte poesie polacche veramente ispirate, e si rese celebre nei saloni di Varsavia come poetessa estemporanea. Avendo passato un inverno colla madre a Parigi, ed essendo invitata alle feste di Corte alle Tuileries e a Fontainebleau, essa ebbe il coraggio di parlare a Napoleone III sulla necessità di ricostituire la Polonia. L'Imperatore, molto imbarazzato le rispose: "Vous êtes trop jeune et trop belle, Mademoiselle, pour parler politique: causons d'autre chose."
«Quando scoppiò l'insurrezione del 1863, Giannina Czetwertynska, che contava allora ventidue anni, armò a spese sue uno squadrone di cavalleria. Arrestata e condotta a Kiew, che è il capoluogo della provincia di Podolia, Volinia ed Ucrania, fu rinchiusa nella cittadella di Kiew e le si fece un processo di alto tradimento, durante il quale ebbe a soffrire orribili trattamenti... (E qui sopprimo, gentili Donne, i particolari atroci degli iterati supplizii, che più volte lacerarono e inondarono di sangue le delicate membra della bellissima e nobilissima fanciulla). Infine, qualcuno ci ebbe, che, dopo aver ricevuto un'ingente somma dalla principessa madre, troncò l'inchiesta, si mostrò favorevole, e rimandò Giannina assolta a casa, rinunziando per parecchie centinaja di migliaja di lire a seppellirla in Siberia e a confiscarle i beni.
«Ma la salute di Giannina era profondamente scossa dalle sevizie russe e dalla sofferta tortura. L'anno seguente, essa sposò un giovane polacco, il nobile Jelowiçki, dal quale ebbe un bambino. Il piccino stava male come la mamma, e aveva continuamente bisogno di medicine. Venne allora (sul 1866) l'ordine del Governo di sopprimere completamente la lingua polacca nella provincia di Podolia, provincia rutena, e perciò detta bugiardamente russa dai Moscoviti. Anche i farmacisti dovettero scrivere in russo il nome delle medicine, che prima veniva scritto in latino od in polacco, che è sempre d'alfabeto latino. Giannina aveva appunto fatto venire dalla farmacia medicine destinate al suo piccino: ma non conoscendo l'alfabeto russo nè comprendendo le ricette russe, diede al bambino internamente una medicina destinata per uso esterno, e l'avvelenò per isbaglio. Il bambino morì la notte seguente, e la madre, resa pazza dal dolore, non gli sopravvisse che di pochi giorni.
«La salma di Giannina fu portata nella chiesa di Komargrod, altro feudo ove trovansi le sepolture gentilizie degli Czetwertynski, e dietro la bara veniva, sorretto da alcuni giovani, un guardaboschi di più di centotrent'anni, che io stesso conobbi dalla principessa Czetwertynska, e che, dopo essere stato da ragazzo nelle guardie del terz'avolo di Giannina, il principe Czetwertynski castellano di Braclaw nella prima metà del secolo XVIII, seguiva ora il feretro dell'ultima sua discenderne...
«Sono, illustre signor Senatore, colla maggiore considerazione ed osservanza,
«di Lei devotissimo
Dò qui, nella lezione che mi fu gentilmente comunicata, e che serba all'idioma italiano, di cui l'autrice si valse, un leggiero profumo esotico non disdicevole alla sua leggiadra ingenuità, la fantasia poetica alla quale ho procurato di conservare ne' miei versi il suo carattere proprio, impressa insieme com'è, di vaporosità slava e di plasticità meridionale. E prima di accomiatarmi riverente alla memoria della giovane martire, mi giova ricordare che quella miserabile esacerbazione di angherie ond'ebbe origine la sua morte, l'obbligo cioè di scrivere le ricette in russo, era già compresa, fra le infinite altre vessazioni, in un'Ordinanza del Mastro di Polizia di Wilna, che il Dziennik, giornale ufficiale del Regno di Polonia, ristampava dalla Gazzetta di polizia di quella città, e che può leggersi nel Journal des Débats del 29 maggio 1864. Ivi sono confermate le prescrizioni sui permessi di lutto, in difetto dei quali i contravventori hanno da essere tradotti immediatamente davanti all'autorità; è imposto di «visitare di nuovo magazzini, botteghe, alberghi, trattorie, osterie, negozii da confettiere, farmacie, e se si scorge che in qualcuno di questi luoghi si tengono i conti in polacco o si parla questa lingua, farne immediata denunzia; distruggere sempre, immediatamente, le insegne che non fossero ancora cambiate, far chiudere senza indugio fabbriche e magazzini che ne avessero di vecchie, fino a che le nuove (in russo) siano a posto; visitare le chiese e le passeggiate, e vegliare perchè, nè durante la messa, nè durante la passeggiata, nè altrimenti nelle vie, l'ordine sia minimamente turbato, nè si porti veste alcuna che abbia la minima apparenza di propaganda rivoluzionaria; vigilare infine rigidamente perchè nessuno durante la notte esca senza permesso e senza lanterna.»
E un'altra Ordinanza del 2 luglio stesso anno scendeva a particolari incredibilmente grotteschi nella loro barbarie, sull'affare del lutto. Il nero, il grigio, il bianco stesso, proscritti. Non tollerata altrimenti la pietosa industria di sovrapporre nastri, fiori, passamani di colore a queste tinte colpevoli; passamani e fiori e nastri hanno a brillare sovra stoffe altrettanto vistose e vivaci. Non vi par'egli di vedere un orso, che, sbranata la vittima, si diverta a caricarla di gingilli? Io rispetto la nazione russa come ogni altra; e tutto il mondo sa ch'essa ha uomini prodi, scienziati illustri, letterati di una genialità rara, apostoli nello stesso loro trascendentale umanesimo venerandi: io volli solo mostrare, se pur occorreva, quali nefandità si commettano in cima e sotto di essa, dovunque colla densa caligine nativa e irresponsabile delle plebi si combinano quelle due pesti nefandissime, l'autocrazia e la conquista.
Ancora un rigo, l'ultimo, per giustificare contro ogni imputazione d'inverosimiglianza l'avere io data a portare alla mia prigioniera una catena, al postutto non greve, e ritràttala a piedi ignudi. Ho anzi ecceduto nella mitezza, lasciandole, sotto una rozza coperta, la veste sua.
Tutte le Relazioni attestano che lo spogliar degli abiti e della calzatura i prigionieri, e con una coperta da cavallo in dosso, scalzi per lo più e incatenati, farli camminare per lunghe marcie, era consuetudine. Potete vedere del resto nella Siberia di Giorgio Kennan (Città di Castello, Lapi, 1891), che nei convogli ordinarii «le donne e gli ammalati si rannicchiano tutti tremanti tra la paglia bagnata delle piccole e rozze telegas scoperte (ed io ne ho messa una a disposizione della mia prigioniera), senza che nulla li difenda dai rigori della stagione;» che poi «il moto conserva un certo calore ai corpi dei condannati i quali fanno la strada a piedi colle loro pesanti catene alle gambe, ma un gran numero di essi perde le scarpe o se le toglie sguazzando quindi a piedi nudi nella melma gelata.» Quelle scarpe basse, o Kotti, che il Governo per derisione accorda ai condannati, «in realtà non durano — dice il Kennan — spesso neppure una settimana sola.
Alle donne poi pare che non sempre si concedano; e potete cercare nel n. 1073, vol. XLI del Graphic (21 di giugno dell'anno 1890), a pag. 706, il disegno di un penitenziario di donne a Karsakow, riprodotto, come pare, da fotografie, con altre illustrazioni di un viaggio del signor C. W. Cole, il quale in tutta la sua Relazione si manifesta molto amico dei Russi, e non poco inclinato a un ironico disprezzo verso i condannati politici. In quel disegno si vedono parecchie donne, quali in piedi, quali sul loro giaciglio di nude tavole, a mala pena fornito di un copertojo qual si sia. Sono tutte intieramente scalze, e incatenate dal polso al malleolo.