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Non so luogo dove il problema della miseria si affacci più terribile che in una città la quale può essere proclamata senza iperbole la capitale della ricchezza: in quella immensa Londra, che, nuova Cartagine, è il più grande emporio dei prodotti del mondo intero, e che su gran parte del mondo, collo sterminato Impero indiano e cogli infiniti tentacoli delle colonie, stende la più vasta delle dominazioni. Il popolo britanno, un popolo di trentotto milioni d'anime, a comprendervi intorno a cinque milioni d'Irlandesi, per la massima parte dissenzienti, ne ha dieci volte tanti sotto il suo governo o il suo patronato; e questi trecento ottantun milioni d'uomini occupano più di ventinove milioni di chilometri quadrati, in Europa, in Asia, in Africa, in America, in Australia, in Oceania. Il rule Britannia the waves non è vanteria, ma verità. Trentasettemila navi mercantili solcano tutti i mari drappellando la sua bandiera; più di dieci miliardi e mezzo di prodotti, senza contare i metalli preziosi, entrano ne' suoi porti ogni anno; Londra sola apre a questo cumulo immenso tali bacini, in ciascuno dei quali cinque a seicento navi stanziano insieme ad un tratto; tali magazzini, dove tutto il loro carico, grani, vini, tabacchi, merci d'ogni sorta, trova sicuro ricovero e perfetta collocazione. Per far luogo ad un solo di cotesti depositi, i S.te Catherine Docks, milleduecencinquanta case furono comperate e demolite. La beneficenza in Inghilterra, grazie alla tassa dei poveri, è fatta legge; una quantità stragrande di Istituti caritatevoli vi è sôrta, e continua a moltiplicarvisi per mero impulso spontaneo di anime buone; Londra ne mostra da per tutto e sotto tutte le forme, anche le più dilicate e gentili e con tutto questo, lo spettacolo della più lurida indigenza inquina e avvelena i mirabili fasti di così grande metropoli e di così potente nazione.
La statistica fa fremere con la fredda terribilità delle sue cifre. In un anno (1891), essa novera in Londra 76 morti d'inedia, bimbi i quattro quinti, ai quali per lo più è mancato quel po' di latte che bastasse a sfamarli. Nel 1880, di questi morti di sfinimento, se non si vuol proprio dire di fame, ne avea noverati ben 107, metà all'incirca donne (46), un quarto fanciulli. Non novera poi gl'infanti scelleratamente mandati dai genitori a perire d'inanizione presso nefandissime femmine della campagna; non gli adulti che la miseria a poco a poco logora e uccide. Un tempo, la canzone della camicia diceva le agonie lente della cucitrice; ma anche la macchina da cucire sfonda il petto e gonfia le vene dei polsi, da doverli fasciare. E che ci si guadagna? In un comizio d'intorno a un migliajo di modiste, crestaje, e altre mancipie dell'ago, tenutosi nella parrocchia di Notting-Hill, che non è delle più povere — «Quante di voi — chiese il presidente — guadagnano otto scellini la settimana?» — Nessuna rispose — «Quante, sette?» — Silenzio. — «Quante, sei?» — Cinque alzarono la mano. Tredici avevano guadagnato cinque scellini; ventotto, quattro; un centinano, tre; dugentocinquanta circa, uno o due scellini; il resto era senza lavoro.
Dalla miseria alla prostituzione il passo è breve; e quante lo varcano! Hickson, che ha raccolto cifre per più di mezzo secolo, dal 1797 al 1860, ha rilevato una progressione di venti a quarantamila perdute in più, ogni dieci anni. S'era a 228 mila nel 60, oggi certo a più di 300 mila, un quarto del numero totale delle fanciulle e donne nubili della metropoli. E quante puberi appena, se pure! La bruciante acquavite, l'infame whisky, che attossica quelle infelici, è nondimeno il solo sorso di Lete che doni loro qualche ora d'assopimento e d'obblio. «Strana umanità — esclama in un impeto d'iracondia uno scrittore — strana umanità questa vostra, o apostoli della temperanza, che volete sempre sobrii i poveri, perchè sentano sempre intero il peso delle loro sventure!» L'apostrofe può far inorridire un quacchero, ma è perdonabile ad un artista; e, sia poi più o meno aperta o velata, più circondata di precauzioni oratorie o più sfacciatamente crudele, la testimonianza di tutti s'accorda in un senso profondo di amarezza, di compianto, e qualche volta d'orrore, al cospetto della poveraglia di Londra. Dagli studii di Léon Faucher, l'economista assegnato ed austero (Léon Faucher, Études sur l'Angleterre, Paris, Guillaumin, 1845), agli schizzi di Hector France, il feroce sbozzatore di acqueforti alla Callot (Hector France, Les Va-nu-pieds de Londres, Paris, Charpentier, 1883), dalla elegia pietosa di Samuele Warren all'ironia tagliente e profondamente umana di Carlo Dickens (Samuel Warren, Diary of a late Physician, London, Blackward, 1857. — Boz (Dickens), Works, London, Chapman and Co., 1858-62), ogni pagina di scrittore onest'uomo, sia egli conservatore o rivoluzionario, connazionale o straniero, serba incisi e vi incide nel cuore quei contrasti formidabili, che tutti a un modo ha penetrati e percossi: Saint Giles di fronte a Oxford Street ed a Piccadilly, l'estrema inopia da lato alla opulenza sfolgoreggiante; il miraggio dei negozii di gemme, delle carrozze stemmate, delle sfarzose livree, da presso al brulicare di fanciulli seminudi, di donne e di ragazze colle vesti a brandelli, dai capelli arruffati, dalle guancie smunte per lunga inedia, livide d'insonnia e di freddo.
Lo stesso quadro ha dipinto il Gautier; dieci anni dopo lo ridipinge il Simonin cogli stessi colori; e venti e trent'altri anni no 'l mutano. (Cf. Labour and Life of the people, London, edited by Charles Booth, 3 vol., Londra, Williams and Norgate, 1891; Julien Decrais, L'Angleterre contemporaine, Notes et récits, Paris, Calmann Lévy, 1893).
Nel quartiere orientale di Londra, che novera, secondo le cifre raccolte dal Booth, 908,000 anime, più di un terzo della popolazione è poverissima; 17,000, ospiti de' Workhouses (Ricoveri di mendicità), d'Asili, di Nosocomii; 11,000, vagabondi; 100,000, in lotta continua con le estreme necessità della vita; 74,000 incerti, per lo più, del bisognevole: gli altri 129,000, provvisti di un salario abbastanza sicuro, ma scarsissimo sempre. Anche attribuendo agli altri quartieri della capitale un terzo meno di poveri che non all'East End, sono 991,000 creature umane, quelle la cui sussistenza è un perpetuo problema: tanto è dire il quarto, o poco meno, della intiera popolazione londinese; la quale, secondo gli ultimi ragguagli (anno 1891), si fa ascendere a circa quattro milioni e duecentomila anime. «L'Inglese — scrive il Decrais, osservatore diligente e assai ponderato — l'Inglese non suol fare l'elemosina per la strada; egli è membro di tre o quattro Istituti di beneficenza, dà il suo contributo liberalmente, e non ricusa d'accrescerlo quando il verno corra rigoroso, o la Presidenza del suo Sodalizio gli denunzii un aumento inquietante nel numero dei poveri. I Municipii anch'essi non restano dallo stimolare la carità cittadina, incoraggiano le pie Fondazioni, concedono aree gratuite. Si ode tratto tratto che migliaja di sterline sono state raccolte per un Ospizio od un Asilo. I nomi più cospicui figurano nelle liste, un qualche Principe Reale degna presedere, con la cazzuola d'argento in pugno, qualche inaugurazione solenne. Il domani, una descrizione della cerimonia riempie i giornali, e ribocca tutta quanta di nomi e di titoli. Poscia il silenzio sottentra, la carità ufficiale scomparisce dalla scena: settimane, mesi trascorrono, e la puerizia e l'adolescenza in cenci non fanno di sè meno frequente nè meno spaventosa mostra che per lo addietro.»
Un particolare poi che aggrava questo aspetto dalla miseria raminga in mezzo alle dovizie e agli orpelli della civiltà, e che dà ai poveri di Londra qualcosa di singolarmente triste agli occhi ed al cuore, in confronto coi poveri del continente, è il loro costume di coprirsi, non di rozzi panni loro proprii, ma d'abiti smessi, sgualciti, logori, frusti, che hanno appartenuto a gente più agiata, e a mano a mano, attraverso tutte le vicissitudini della fortuna, son venuti giù giù scendendo fino all'ultima abbiezione del trivio.
«Cappelli a cilindro sfondati, abiti neri a coda di rondine — dice con la sua solita evidenza plastica il Gautier — portati spesso senza camicia, e abbottonati sulla nuda pelle; cappellini da signora senza più forma nè colore, stazzonati, sbertucciati, bitorzoluti, ma ancora cappellini; vesti e mantiglie slavate, sfilacciate, squarciate, ma ancora vesti a scollo e a balzane, ancora mantiglie a falbalà ed a crespi, sovra braccia e sovra gambe ignude.»
A una di quelle poverine scalze, ma decorate dell'immancabile cappellino e dello scialle a sbrendoli immancabile, ponete fra mano una sudicia granata; collocate codesta schiava della via, quale che sia per essere, o vecchia cadente, o bimba, o giovanetta, spesso anche leggiadra, su un canto dei più popolosi; miratela, tratto tratto, e per un vile soldaccio di rame, diguazzare, affondare da un capo all'altro del quadrivio nel tenace melettone di Londra, per aprirvi un sottile transito a furia di scopa; e dite se v'è imagine più affliggente, più umiliante, più schiacciante per questa nostra civiltà sciagurata, che si millanta maestra d'uguaglianza e di fratellanza!
Io non v'ho mostrato tuttavia il peggio, Signore mie. Una pittrice di talento e di cuore, mistress Briton Rivière, in un quadro che mi capitò innanzi assai dopo d'aver tratteggiato il mio povero schizzo dal vero, fece — e deve averla vista co' suoi occhi — una piccola mendica rannicchiata sotto un portone di palazzo, nel pieno del verno, a piè nudi sulla neve. Costei non ha neppure il cappellino e la mantiglia, i suoi capelli soli le fanno un po' di difesa. Ha tuttavia un tozzo di pane, e lo sbriciola su una delle manine intirizzite, e ne porge a un vecchio cane vagabondo e affamato, a cui si contano tutte le costole. È lui che, da unico amico, le si accovaccierà forse, poco stante, a ridosso, per mettere quel po' di calore delle sue magre lacche in comune. Sullo stipite del portone magnatizio si vede per altro affisso uno di quegl'Inviti sacri, che, anche a Londra, per le pie anime abbondano; e dice, sotto il titolo di non so che Chiesa, il tal dì, alla tal'ora, Sermon of Charity. Non so poi se di proposito o a caso, la stessa valente artista ha dipinto un altro quadro. La scena è in tutt'altra parte del mondo; la luna grande e chiara profila sul cielo nitido certe rovine colossali; tra i fusti di colonne spezzate grandeggiano gli enormi gradini di una scalinata senza fine, alla Piranesi; ma non c'è anima d'uomo che li percorra; a salire ed a scendere sono soli certi ospiti notturni, che manda il deserto: leoni e leonesse,
Con la test'alta e con rabbiosa fame,
vaganti attraverso quella che un giorno fu Tebe.
Non so, torno a dire, se intenzione ci sia stata, anzi non credo. Ma l'erudimini, anche a non volerlo, balza fuori da sè, e tornano a mente le parole della Scrittura:
«Urlate, navi di Tarsis, perciocchè la vostra fortezza è stata guasta.
«Prendi la cetera, va attorno alla città, o meretrice dimenticata: sona pur bene, canta pur forte, acciocchè altri si ricordi di te.
«Ecco il Signore vuota il paese e lo diserta, e ne guasta la faccia, e ne disperge gli abitatori.
«E 'l sacerdote sarà come il popolo, il padrone come il servo, la padrona come la serva, chi compera come chi vende, chi presta come chi prende in presto, chi dà ad usura come chi prende ad usura.
«Il paese sarà del tutto vuotato, e del tutto predato; perciocchè il Signore ha pronunziato questa parola.
«La terra fa cordoglio ed è scaduta: il mondo langue, ed è scaduto: i più eccelsi del popolo del paese languiscono.
«E la terra è stata contaminata sotto i suoi abitatori; perciocchè hanno trasgredite le leggi, hanno mutati gli statuti, hanno rotto il patto eterno...»
— Che patto? — vi odo chiedere, gentili Donne. Ahimè, io non Vi so dire dove lo possiate leggere, se non lo trovate scritto nel vostro cuore. Molti, anche al nostro tempo, hanno preteso di dettarlo, ma quando l'hanno voluto formulare senza fede nel sentimento, e pigliandosi l'abaco soltanto a maestro, non sono riusciti, da Owen giù fino a George, via via passando per Fourier, Considérant, Cabet, il padre Enfantin, Marx, Lassalle e tutti gli altri, se non alla confusione e alla delusione. Piacesse a Dio che si potesse rendere perpetua, in vece della opulenza per gli uni e della indigenza per gli altri, un'aurea mediocrità in pro di tutti! E non è detto che non ci si possa anche dar opera in molti modi ingegnosi e sottili. Gli è quello che hanno fatto e vanno facendo a mano a mano legislatori e sociologi, col toglier via le immunità e i privilegii d'ogni sorta; col dare al lavoro facoltà di tener testa, sul mercato, al monopolio; coll'insegnargli le virtù dell'associazione, della cooperazione, della previdenza, del risparmio. Quando però il pareggiamento lo si vuol fare per forza, ne va di mezzo qualche cosa di altrettanto prezioso quanto la vita:
E per amor del vivere si perde
Quel ch'è d'amar la vita alto argomento,
la libertà. Troppo chiaro: le attitudini non essendo uguali in tutti, se voi volete che nessuno produca e accumuli più d'un altro, bisogna che obblighiate tutti a conferire il prodotto insieme, e a contentarsi poi di ricevere da un reggitore la propria razione. Or che questo sia l'ideale dell'uomo libero, non so chi lo potrebbe affermare; e dato che fosse possibile, non so chi potrebbe desiderarlo. Ma c'è, non dico una soluzione del problema, arduo quanto la quadratura del circolo, bensì un modo d'approssimarvisi, antico quanto il mondo, e non per questo meno efficace; e perchè esso, Donne gentili, è in vostra mano, voglio farvelo dichiarare dal gran padre della filosofia, sotto quel velo della favola, che alle volte è più trasparente del più puro cristallo.
Platone, nel suo Convito (un Dialogo che a nessuno meglio si conviene di leggere che a Voi, come quello che è tutto quanto un discorso sull'Amore), dopo aver fatto celebrare dai commensali le lodi di questo Iddio, il più bello, il più benefico, il più antico e insieme il più giovane di tutti, e dopo avere molto filosofeggiato intorno alle diverse sue specie e qualità, fa che Socrate racconti una conversazione avuta con una donna di Mantinea, Diotima, dalla quale il filosofo confessa di avere imparato tutto quello che egli sa dell'Amore. Diotima, fra tante altre belle cose, gli disse come e da chi l'Amore è nato. Fu quando, per la apparita di Venere, ci ebbe presso gli Dei un gran convito, ove cogli altri c'era il Dio dell'Abbondanza — chiamiamolo messere Superfluo — figliuolo della Saggezza. Dopo il pasto, venne la Povertà a mendicare le briciole e si tenne presso alla porta. Se non che, uscito messere Superfluo ch'era ebbro di nettare, e passato nel giardino di Giove, non tardò il sonno a scendere sulle sue grevi palpèbre. Alla Povertà allora venne in mente che non le tornerebbe male di avere da costui un figliuolo... e se l'ebbe. Quel figliuolo, Signore mie, fu l'Amore.
Quanto varie per non dire infinite interpretazioni si possano dare di questo mito, io lo lascierò dire ai sapienti. Per me non conosco se non se questa: che, tra la Povertà e il Superfluo, il mediatore dato dalla Natura medesima, il conciliatore, il pacificatore supremo ed unico, è il loro figliuolo. A voi dunque, Donne gentili, che dell'Autore siete le interpreti e le ministre nate, tocca a Voi di fare che tra l'uno e l'altro suo parente venga il suo regno. Una di Voi, per esempio, c'è riuscita proprio in concreto e fuor di figura, a conciliare la Povertà col Superfluo, la mercè dell'Amore: e questa storia io Ve la voglio contar su in due parole, perchè la è altrettanto inverosimile quanto vera. Eccovela tal quale la ho trovata in un bel libro di un mio vecchio amico (Lord Tennyson, Henry IV. Longfellow William Cowper, Studi e Saggi di Francesco Rodriguez, Roma, Forzani, 1891). Nel circolo intimo del Tennyson, che l'amico mio delicatamente descrive, campeggia una singolare figura di donna, mistress Julia Cameron, una dilettante di fotografia, che mette in quel suo passatempo tutto l'ardore di un'artista. Fra le modelle improvvisate ch'ella, secondo il suo genio, ha vestite, atteggiate, aggruppate e ritratte, ci fu — imaginate un poco! — giusto una povera spazzaturaja, ch'ella tolse dal trivio, e così a caso, per l'affezione che le avea posto, educò ed istruì. Costei le era stata a modello in un gruppo di non so qual mendìca che tende la mano ad un Re moro: il qual Re, a quanto narra una antica ballata, se ne invaghisce e la innalza, nientemeno, al trono. Lo credereste? La bellezza di quella mendica, solo a vederla ritratta a quel modo, innamorò sì fattamente un signore inglese, da non lasciargli pace finchè non l'ebbe, alla maniera di Cesare, vista, vinta (che non dovette essere difficile), e sposata. Lord Tennyson fu delle nozze.
Or io, senza pretender per ogni bella spazzaturaja un signore che la sposi, auguro a ciascuna delle povere figliuole, che a Londra e altrove la fortuna matrigna butta sul lastrico delle vie, una buona mistress Julia Cameron, che ne faccia una figliuola d'adozione.