Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

LETIZIA IN POVERTÀ

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LETIZIA IN POVERTÀ

 

Une San Pieri i domandà al Signor, «Un San Pietro dimandò al Signore d'irne un pochino a diporto. — E dove intendi d'andartene? — gli chiese Lui. — Mah! Per passar via mattana, io direi di tirarmi nel paese dei contenti. — Va pure con Dio: basta che ti ricordi di non istartene troppo.

«E San Pietro, gittate le bisaccie in ispalla, col suo bastone in mano s'avviò verso il paese dei contenti. Passa oggi, passa dimani, e' non tornava. Finalmente in capo a otto , eccolo bianco e rosso come una mela, ben lisciato e allegro, che se ne veniva a casa canticchiando e zufolando, e fregandosi allegramente le mani.

« — E' mi par di sì, Pietro, che tu abbi saputo startene! Sai tu che è passata la settimana?

« — Ma ecco! — rispondeva il Santo — sono stato nel paese dei contenti. C'erano nozze, si ballava, si suonava, camangiari a bocca che vuoi, il boccal sempre pieno, e grida di tripudio che Dio ci ajuti. Affè, che il tornarmene a casa m'era uscito di mente.

« — Ih ih! quanta allegria! E me, poi, Piero, mi avevano in mente, me?

« — Voi, Signore? Poh! manco nel Pater noster

Così dice la leggenda, e séguita narrando come qualmente San Pietro se ne fu un'altra volta al paese de' malcontenti; ma tornò presto presto, e interrogato dal Signore, come la prima volta, se laggiù di Lui si ricordassero — «A ogni parola, Signore! — rispose — E' non facevano altro che pregare, scongiurare, ed invocare il vostro santo adjutorio

Così, a un di presso come a San Pietro, si può dire, Donne mie, servatis servandis, che succeda a me. Anch'io, quando vo nel paese de' malcontenti, torno a esservi a' panni subito, e non la rifinisco più di darvi noja con le lamentazioni di costoro; quando poi m'imbatto per miracolo nei contenti, mi perdo via con essi, e non trovo più il verso di riappiccare con le Signorie Vostre il discorso. Ma di codesto so che non ne porterete il corruccio. Più assai, credo, vi piacerà di sapere che la leggenda di poc'anzi la è proprio una leggenda friulana autentica e inedita, e che, mentre scrivo, io me l'ho qui sciorinata davanti nel suo bravo testo dialettale, tutto, come la versione, di mano di quella buon'anima della contessa Caterina Percoto. Oh la leggiadra scrittrice, il dilicato ingegno e il gentil cuore che fu! Dire che io ho qui sul tavolo, eredità del mio povero Tenca, un bel mazzo di letterine sue, e che le dita mi bruciano dalla gran voglia che avrei di regalarvi questi tesoretti! Ma tant'è, d'una almeno io non so frodarvi, serbando l'altre, se mai, a un Epistolario del Crepuscolo.

Questa è da S. Lorenzo, del 20 dicembre '57, e promette un'altra di quelle care Novelle, dove il Friuli lo troverete vivo vivente, con le sue belle e forti contadine, co' suoi animosi garzoni, coll'aere aperto e fresco delle sue prealpi, con l'ampia distesa della sua pianura, co' suoi agresti profumi di salvia, di luisa e di saluberrimo timo. Bisogna sapere che proprio a' giorni in cui sul Crepuscolo era piombato l'interdetto austriaco, capitò al Tenca, come una provvidenza, la Schiarnete della Percoto; una storia d'amori villerecci, non senza un certo lontano sentore di frutto proibito, che aiutò, col mio Heine, a tirare innanzi, dicendone, dopo tutto, di più grosse di prima. La Novella era piaciuta, e la Percoto ne promette nella lettera un'altra:

«Bravo Tenca! Dirmi che avrò alcune righe di vostro per ogni settimana finchè venga la Novella?... Ma allora, per procurarmi l'adempimento di così dolce minaccia, io tirerò in lungo Dio lo sa quanto, e sarò tentata a farvi la tela di madonna Penelope. — Quel fogliolino messo nel Crepuscolo, che mi dice che vi ricordate di me, che mi porta i vostri pensieri, i vostri saluti, sapete voi quanto mi è caro? Quando capita il giornale, e, prima di tagliarne le carte, lo guardo di contro al lume e ce lo vedo per entro, se sapeste come mi metto in allegria! Per capire tutto il piacere che provo, bisognerebbe proprio che foste una donna. — Or dunque, la Novella io l'ho cominciata; — ogni sera, terminate le mie prosaiche faccende, invece d'andare a letto, mi metto al tavolino — e le foglioline bisogna bene mandarmele, ma come premio alla mia buona volontà, e perchè mi tengano viva l'anima.

«Vi ringrazio che siete stato dal F. Quand'è come voi dite, sarà facile che la mia Novella egli non l'abbia neanche letta. Dopo l'avventura toccata al Nievo, può darsi che non fosse stampabile — ma già ci deve pensar egli. In tutti i casi, un po' di prigione a Milano, non sarebbe mica una gran disgrazia. In questi felicissimi tempi di clemenza, dovrebbero trattar bene, e poi voi verreste a farmi qualche visita... quasi quasi me ne viene il desiderio, non foss'altro per abbandonare un po' questa mia basse cour, che voi avete il coraggio d'invidiarmi. — Vi accompagno due tradizioni friulane, che, se le date alla Ricamatrice, mi raccomando a voi per le bozze di stampa, perchè bisognerà mettere anche la parte in dialetto, mentre Nicolò Tommaseo dice ch'io lo scrivo atticamente!! Se volete, potrebb'essere un giudizio da orbo, ma io rispetto la sua autorità, e ho le mie buone ragioni per persuadermi del contrario...

«Intanto ricambio la vostra affettuosa stretta di mano, e addio di cuore.

«Caterina Percoto

 

Inutile ch'io chieda venia della digressione. Parlar di Friuli senza far motto de' suoi due genii tutelari, questa cara signora e il nostro indimenticabile Dall'Ongaro, io non lo avrei saputo per alcun modo. E tocca a loro a rinfrescarvi un po' l'imagine della forte loro terra natia. Fortuna anzi vuole che s'incontrino a dipingere per me anche la partenza e il ritorno della mia Nannetta:

«...Col suo fardello in testa, ella partiva mattutina alla volta di Cividale. Teneva la via più corta, cioè i viottoli che a traverso i prati e le colline mettono sulla sponda del Nadisone, presso il villaggio di Premariacco. Era sulla fine di autunno, una di quelle giornate nuvolose, in cui si cominciano a sentire i primi buffi del vento jemale. Dagli alberi ingialliti si staccava ogni tratto qualche foglia che veniva a rotolare dinanzi a' suoi passi: camminava spedita e deliberata nella presa risoluzione, ma i suoi pensieri involontariamente armonizzavano colla malinconia della natura. Quando fu sull'alto della collina, rivolse un ultimo sguardo al paese che lasciava. Le gioie dell'infanzia, le sollecitudini e l'affetto della famiglia, le memorie dell'amore stavano .... A guisa di tappeto vagamente intarsiato le si spiegava dinanzi un ampio tratto di pianura, il basso Friuli fino al mare; ma i suoi occhi non vedevano che un punto, il villaggio nativo, e dappresso, quasi impercettibile, la bianca chiesetta del cimitero...»

Nannetta mia peraltro non aveva sul cuore, come la Tina della Percoto e la Carlotta del Dall'Ongaro, il rammarico, quasi il rimorso, d'avere negletto un leale cuore di compaesano. Chi poi a diciott'anni non ricupera presto l'allegria? «Chi — lo ridirò col Dall'Ongaro — chi non ha provato il piacere di trovarsi fuori dai selvaggi greppi del Carso, e di vedere svolgersi innanzi a i campi coltivati e le irrigate praterie del FriuliNannetta sapeva bene che la vita a Venezia le sarebbe dura, ma in petto le ragionava il coraggio, le danzava la speranza, le fioriva l'amore. Ella non andava, dopo tutto, a servire alcun padrone. «In una terrasèguito a lasciar parlare il mio vecchio amico — in una terra dove il nome di cameriera suona sulla bocca del popolo come un titolo vergognoso, non è meraviglia che il servire sembri ancora la più dura condizione di tutte. Infatti ne' nostri villaggi (intendi i friulani) non c'è che l'estrema miseria o le tristi conseguenze d'un primo errore che conducano le fanciulle a rinunciare alla propria indipendenzaNannetta co' suoi antichi secchi di rame battuto a ghirigori da un punzone d'artista, con la sua stanga ricurva e la sua fune, è signora di , quand'anche fatichi per mercede; e, all'infuori di quella che le grava le spalle robuste, non conosce altra soma.

Ella non sentirà rintronarsi all'orecchio, in quel sospirato del suo ritorno, la schernevole canzone patria, cotanto divulgata, che fino dall'infanzia ha udita e cantata ella stessa:

 

Tu ses stade camerele,

Tu ses stade a servi siors;

Ma cui ustu che te chioli,

Vergonzose che tu sos?

 

(Tu sei stata cameriera, tu sei stata a servigio di ricchi: chi vuoi mai che ti prenda per moglie, o svergognata che sei?) La grossolana ma candida camicia a larghe maniche, la rossa pezzuola su cui gira, materna eredità, un vezzo di bolle d'oro, autentico alla pari con quello degli anelloni che fregian le orecchie; la gonna di mezzalana rimboccata quasi sempre, le uose che disegnano due gambe fatte al tornio e lascian libero il bruno ed agile piede — forse che non son foggie più pittoresche di quelle che un tempo la pupattola di Francia insegnava alle patrizie, ed oggi insegna alle ricche borghesi un'imagine pitturata su carta straccia? Certo il suo Checco, quando tornerà indietro da Roma dove se n'è ito da San Daniele al mestiere di fornajo, secondo la tradizione secolare del paese, la troverà così assai più bella che non se avesse accattato da qualche civettuola di Merceria vesti e fronzoli cittadini. Quel di felice poi che lassù, dalle loro parti, faranno insieme la loro scarrozzata di sposi, mi par di vederli in gongoli come la Tina e l'Armellino della Percoto: «Mentre il garzone fa volare la carretta tra il polverio degl'interminabili rettilinei della strada postale, anch'ella assapora la voluttà d'essere finalmente in un vasto spazio e di attraversarlo a guisa di freccia, e si gode l'estasi delle soavi emozioni che le fa provare la presenza del giovine amato

Son sicuro che in quel giorno ella avrà calzate le sue belle scarpine di feltro, proprio come il Silenzio di Messer Lodovico, l'auspice onesto delle gioje grandi, forti e sincere. Se non che, ho proprio a dirla? un dubbio mi tormenta. Avrà ella in testa, quel giorno, il bel cappellino friulano d'una volta? Per il garofano rosso sull'orecchio, non sono in pensiero, quello non mancherà: ma se devo essere schietto, dopo coscienziose e recenti indagini su così grave argomento, ho pur troppo forti ragioni di dubitare del cappellino. A che non costringi gli umani petti, o sacrata ingordigia della novità! Rimasa in tutto il resto tetragona a' capricci della moda, Nannetta, lo temo, su quel particolare, mi convincerà d'anacronismo. Ed io che ero così altero d'averle dato, da capo a piedi, le identiche foggie che una quarantina d'anni fa avevo visto adoperare da Domenico Induno per una di quelle sue mezze figure di vita viva, che gli valsero d'essere salutato pittore del popolo! Pazienza. Io non mi pento. Senza l'anacronismo, non avrei avuto occasione di riunir qui il nome di lui con quelli di Caterina Percoto e di Francesco Dall'Ongaro; una delle più belle triadi d'anime amiche, ch'io speri d'incontrare sulle soglie del Concilio dei pii, in quel giorno oramai non lontano, che la farò alla familiare con l'Inconoscibile.

 


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