Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE MODERNA

GIOIRE...? MORIRE...?

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GIOIRE...? MORIRE...?

 

L'éternité est une pendule, dont le balancier dit et redit sans cesse ces deux mots seulement, dans le silence des tombeaux: «Toujours! Jamais! — Jamais! Toujours!» Questa imagine, barocchetta anzichenò, di un predicatore poco noto a' nostri giorni, per quanto celebrato nella prima metà dello scorso secolo, il Bridaine, ebbe una singolare fortuna; essa ha offerto al Longfellow il tèma di una poesia, dove s'ode il vecchio orologio battere, col perenne oscillare del suo pendolo, questo eterno ritornello: For ever, never! Never, for ever! E il poeta vi sente dentro la vanità delle cose umane, che, attraverso le gioje e gli affanni della vita, i giuochi della fanciullezza, il tripudio dei banchetti, le varie sorti dei connubii e delle amicizie, conclude quaggiù col Mai! non lasciando speranza del Sempre! se non altrove:

 

Never here, forever there,

Where all parting, pain, and care

And death and time shall disappear,

Forever there, but never here!

 

(The poetical Works lyrical and dramatic of Henry Wadsvorth Longfellow, London, Brokers and Bust, 1856).

E nella felice traduzione del Messedaglia:

 

Mai qui, sempre colà dove ogni cosa

Che quaggiù ne sepàra, e cure, e guai,

E morte e tempo, si risolve e posa.

 

(Alcune poesie di E. W. Longfellow e d'altri, traduzione di Angelo Messedaglia, Torino, Loescher, 1878).

Senz'animo di secondare questa fantasia più che un poco trappistica del Bardo americano, non posso far di meno di confessarvi che, se avessi da compendiare in due parole quella che mi par essere la fisonomia di questa fine di secolo, non lo saprei fare con nessuna formula affermativa. Mi sembra che l'interrogativo, come a un perpetuo problema che questa nostra età pone a medesima, le convenga meglio: anzi, non uno, ma due interrogativi vi s'alternino senza posa, presso a poco come i rintocchi del pendolo sopralodato; e sono quei due che ho scritti in cima alle due ultime mie fantasticaggini: Gioire...? Morire...? non senza una buona scorta di puntini dubitativi.

Di nessuna cosa, mi par chiaro, il mondo odierno s'occupa tanto (col desiderio veramente, e diciam pure coll'invidia, più assai che non col possesso), quanto di godere. È vero che ci riesce poco; e però molto spesso è preso da non so quale disperata manìa di farla finita. Il come, se parliam del mondo planetario, non dipende dall'uomo, ma dalla Natura; per il mondo propriamente umano, la cosa è assai meno difficile: in ritaglio, col suicidio; in combutta, colla guerra.

Lasciamo stare, per adesso, queste due brutte soluzioni. Ma forse che nella prova del godere, dico del godere secondo il buono e genuino concetto epicureo, che importa lo sviluppo armonico e il contentamento pieno di tutto il nostro essere, morale e fisico insieme, questa nevrosi perpetua, da cui è invasa la odierna generazione, rappresenta davvero uno sforzo utile, o non piuttosto un vano logorìo? A principiare con quella sacra vocazione reciproca dei due sessi, che li chiama a compiere sull'altar del piacere la funzione più solenne e più necessaria ai fini supremi della Natura, si può egli dire che il mondo non cammini a ritroso? Tutti i documenti del nostro tempo attestano pur troppo in modo irrefragabile che presso le nazioni più civili l'incremento della popolazione si arresta; i matrimonii si ritardano fino a un'età in cui la dissipazione giovanile ha per lo più consumato il meglio delle forze; la frequenza della propagazione è in ragione inversa degli averi; e questi, assai più che non le simpatie fisiche e le affinità elettive, sono divenuti il metronomo dei matrimonii. Tutte poi le finzioni tradizionali e artificiali che pretendono mantenere intangibili i vincoli male contratti e peggio attenuti, non fanno altro se non aggiungere l'ipocrisia alla magagna: in cento modi l'istinto elude la legge, e il mondo, che versa un biasimo ipocrita sulle apparenze, è pieno di transazioni indulgenti per la realtà, solo che questa sappia accortamente dissimularsi secondo il costume della gente per bene.

Io non credo punto, con tutto ciò, come sembrano voler persuadere al mondo certi pessimisti alla maniera dell'autore di un libro altrettanto curioso e diffuso quanto affliggente (Max Nordau, Die conventionellen Lügen der Kultur-Menschheit, Leipzig, Fischer, 1884), non credo che il mondo sia proprio condannato a perire di propria mano per risorgere più sano dalle sue ceneri: di queste rinascenze a mo' della fenice non mi confido che convenga fare lo sperimento; e a chi lo tentasse, credo che accadrebbe come a quelle povere figliuole di Pelia, ingannate dalla maga colchica, che fecero il padre a brani per amore di ringiovanirlo con non so che intrugli buttati dentro la caldaja, e se ne rimasero col parricidio sulla coscienza. Sarei piuttosto tentato di dar ragione a un mio amico fisiologo, il quale, pur divertendosi a mettere in mucchio tutti i sacchi di bugie del secolo Tartufo, concede al curioso animale sublunare, che al secolo questo suo brutto carattere e soprannome, la qualità almeno d'un ibrido, uscito d'angelo e di demonio. L'Angelo, s'intende bene, è la donna; e debellare il perpetuo Avversario è affar suo. È lei, in somma, che avendo in mano la prima educazione de' figliuoli, può principiare la riforma dalla radice. Ma come il può? La ragionevolezza, la temperanza, l'arar diritto evitando di dar del capo nelle leggi e nei dettami del galateo sociale, son massime bellissime e savissimi insegnamenti; ma, soli, non caveranno un ragno da un buco, quando si tratti di fare davvero degli uomini, e non solamente dei numeri di matricola, perfettamente candidi sui registri della Questura e della Corte di giustizia. Bisogna non lasciar immiserire, anzi esagerare bisogna, le aspettative, le speranze, gl'ideali: bisogna volere più che uomini, per avere degli uomini. Se io potessi sperare, senza cader nell'assurdo, d'aver ombra di autorità presso le donne del mio paese, direi loro: Non temiate di avere nella patria una rivale, e in Dio un usurpatore. Le donne italiane non ebbero mai più cavallereschi amanti, di quello che nei giorni in cui la gioventù sfidava, coi loro nomi sulle labbra, il carcere duro, il piombo e il capestro; non ebbero mai più devoti figliuoli, di quelli che, con Mazzini e coi martiri di Belfiore, credevano in Dio: val quanto dire nel supremo ideale di una legge, che governi coll'equilibrio delle forze l'universo, e l'uomo colla idea del dovere. Seminate l'ideale, e avrete messe d'eroi.

Non vi prometto con questo che scompariranno il suicidio e la guerra; ma, di epidemie, li ridurrete ad essere — ed è tutto quello che la società umana possa sperarecasi sporadici. Quando l'obbiettivo è collocato così in alto da scomparire al suo confronto tutte le basse soddisfazioni degli istinti, delle vanità, delle cupidigie volgari, si può far di meno del suicidio; solo a partita disperata per l'altrui, non per la propria salvezza, v'è luogo per il magnanimo sagrifizio della vita, tutt'altra cosa dal fiacco abbandono. Già un mezzo secolo fa, un ottimo libro (Il suicidio, il sagrifizio della vita e il duello, Saggi psicologici e morali del dott. Carlo Ravizza, Milano, Branca, 1843) ha messo in piena luce il gran trinomio. Leggete, vi prego, quelle auree pagine, e non v'accadrà di scambiare quel che è colpa con quello che è merito, più che non v'accadrebbe di confondere il soldato ucciso combattendo col disertore. Resteranno purtroppo sempre altre vittime inermi, alle quali non sarà stato concesso il combattere, ma solamente il morire; e Voi serberete per esse la carità di un fiore e di una lagrima. Non graverà certo su alcuna di Voi il rimorso di non avere largito in tempo una parola amica, un consiglio efficace, una mano soccorrevole di sorella.

E qui, sull'accommiatarmi da Voi, Donne gentili, sento un rammarico, e poco meno d'un rimorso anch'io: quello d'avervi afflitte d'istorie tristi, e d'esservi potuto parere piuttosto fastidioso elegiaco che non gradevole novellatore. Ma che volete? Ciascuno segue sua natura; ed io non mi fo gloria, ma neppure mi ascrivo a biasimo, quel che è conseguenza pressochè necessaria della vita. Ho vissuto giorni nella vita privata altrettanto raccolti e mesti, quanto splendidi furono per le pubbliche fortune; ho assistito a molti dolori, che non mentivano assise accattate, anzi procuravano celarsi nel silenzio e nell'ombra, come chi non dimanda e non ispera nulla; ma se qualche cosa ho imparato, se qualche cosa mi sento in grado di trasfondere in altrui, è la compassione per chi soffre, è il desiderio di giovare, è il convincimento che incomba alla odierna generazione questo dovere supremo: educar le generazioni venture ad essere forti, perchè sappiano essere buone. A voi, Donne, la miglior parte e la più bella nell'altissimo ufficio.

 

 

 


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