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Qualcuna forse di Voi ricorda ancora — chè la data non è poi tanto lontana da parervi ingiuria — un libro, non mio per fortuna, ma voltato in versi italiani da me, ch'ebbi, anni sono, l'onore di presentarvi. È un documento umano abbastanza curioso, dove s'ode tuttavia ripercotersi come un'ultima eco d'una civiltà raffinata, se anche mezzo persa tra i vapori dell'estremo Oriente e dentro l'ombra di tempi lontani; una sorta di vecchia cassa armonica, su cui vibrano ancora, dopo la bellezza di dodici secoli, gli accordi di una musica un tantino leziosetta se si vuole, ma leggiadra, carezzevole, soave; una danza d'ombre cinesi, a dir tutto, sospinte da non so che soffio arcano di vita a rincorrersi sui cieli di lapislazzuli e tra i giunchi di smeraldo d'un panciuto vaso di porcellana. V'ho detto oramai fino il titolo: Il Libro di Giada.
Or se la memoria o la vanità non mi tradisce, Voi non foste, Donne gentili, del tutto insensibili al fascino di quella remota evocazione. E perchè? Perchè sotto la buccia esotica delle costumanze, delle foggie, dei riti, delle tradizioni, del linguaggio, erano figure umane anche quelle; anch'esse a loro modo raccontavano il perpetuo dramma dell'amore e del dolore, il poema eterno della vita. Diecimila miglia di mare e dodici secoli di silenzio non avevano affiocate del tutto quelle voci quasi aeree di poeti e di donne da paraventi.
E oggi dunque, da tutte le grandi memorie di tempi altrettanto lontani ma più certi, da tutte le vive impressioni di luoghi altrettanto curiosi ma vicinissimi, non ispiccierebbe più vena di poesia? Non avrebbe più il femminino eterno, l'ammaliante e misteriosa figura della donna, contemplata attraverso epoche, genti, contrade senza fine diverse, interrogata nelle sue venture, ne' suoi spasimi, nelle sue battaglie, non avrebbe più virtù di rinsanire questa letteratura inacidita, di agitare queste accidiose anime, di scuotere questa generazione indifferente dei nostri giorni?
Dimande — credetelo — che io non ho poste a me stesso per aspirare al vanto di esibirvene una soluzione. Presumere di poterlo, sarebbe vanità e stoltezza senile. Fatto è però che io mi trovai a meditarle senza averne altrimenti formato il proposito; anzi, prima assai d'averne avuta intera la coscienza: fatto è che questa maniera di contemplazione fu non ultimo pascolo ad anni parecchi della mia vita. Non accade egli forse che una imagine, ragionandoci in cuore mesta e dolorosa, sembri suscitare e quasi impersonare in sè stessa tutti i ricordi più intensi del nostro passato, tutte le reminiscenze di ciò che in arte abbiamo prediletto, tutte le visioni perpetuamente rampollanti dalla stessa nostra fantasia? Che varie forme non riveste un sentimento, per chi lo insegua, a dir così, attraverso quegli ambienti molteplici, quei mondi ignoti al volgare, che la coltura e l'abitudine del pensiero disserrano allo studioso? E v'ebbe egli mai artista di fervido cuore che non imprestasse a un noto volto tutte le espressioni, tutti i lineamenti psichici, tutto il pathos di più anime umane?
Non vogliate, Donne gentili, crudelmente sorridere: attingete piuttosto alle mie confessioni quella benigna e facile contentatura, che sa perdonare in grazia dell'affetto alle manchevolezze dell'arte; perchè senza la fiamma dell'affetto — benissimo lo intimò in uno de' suoi divini sonetti il mio vecchio Revere,
Perchè senza la fiamma dell'affetto
Non dà luce la fiaccola del vero,
Nè vien l'opra seguace al sentimento.
Che V'offro io dunque? Che Vi posso io promettere? Rare volte una celia amara e fugace; questo solo di certo: una malinconia poco men che perenne. Eppure, in Voi, Donne, confido. È la storia vostra medesima, infine, quella che ne' miei versi e ne' miei schizzi vorrei darvi a rileggere. Quella divina fantasia di Platone, concetta già nella nostra "umile Italia" dai filosofi italo-greci, quella che ci imaginò memori di vite anteriori, ha bene il suo fondo di ragione nella scienza e nella coscienza. Sono fattura di un lungo, forse di un infinito ordine d'anni, di un vagabondare e commescersi infinito di stirpi, i nostri cervelli; in un passato lontanissimo, forse nelle regioni più remote, hanno radici e propaggini i nostri pensieri. Non vi sentiste Voi talvolta concittadine e sorelle di quella madre indiana, che un poeta contemporaneo di Virgilio ha fatta vivere anche per le genti di là da venire, come la imagine più soave del candore tradito, delle tacite lagrime, della infinita devozione a una culla? Non ha forse taluna di Voi, negli ardori di una passione contrastata, invitta, e alla fine trionfante, udito gemere il proprio bramito di gazzella errabonda, il proprio lamento di colomba innamorata, in quel cantico palestino, che si diffonde attraverso i secoli come un epitalamio immortale? E la druidessa galla, ancora che la sua prestante figura non s'accampi oramai più che sul fondo di una scena invasa da eroine d'altre lingue, non Vi ragiona essa forse ancora, nel più divino linguaggio che sia al mondo, di quegli alti, magnanimi, strazianti affetti di patria e d'amore, che divisero e tuttodì acerbamente dividono tanti cuori di donna?
Ma io risicherei di far perdere alle mie povere storie anche quel poco loro profumo, se Ve le dicessi tutte in prosa, prima che in disegno ed in versi. Vi basti che, se vorrete concedermi l'onore di avervi al mio braccio, io l'accompagnerò per una via sparsa, lo confesso, meno di fiori che di spine, popolata più di dolenti che di gentili fantasimi: se non che, è egli forse altro il pascolo che la vostra carità dimanda ogni giorno? Scenderemo, se vorrete, da quella civiltà greca, dove la forma regnò sovrana e fulgida come un sole, a quella Roma dove l'energia di un gran popolo fu lungamente una cosa sola colla virtù, poi traboccò nella ferocia; dove anche Voi, amabili Donne, sotto il liscio delle più squisite arti muliebri, conosceste — Ve ne ammoniva già un poeta vostro — il crudele solletico della sofferente natura. O come pie, dopo quelle orgie di sangue, Vi torneranno in mente l'albe cristiane, che in mezzo ai furori baccanti della onnipotenza imperiale sorsero ad annunziare il trionfo degli umili e degli oppressi! Come saluterete, preziosa reliquia, quello spiraglio di luce, che attraverso il bujo medioevo ha tramandato, la mercè vostra, un qualche sorriso d'amore, d'arti e di lettere, alla civiltà risorgente col vivere libero! Come i lunghi silenzii delle vuote e cupe castella, lo stolto gridìo delle turbe accalcate attorno a un duello mortale, le nenie dei togati carnefici intimanti coi supplizj la fede, Vi faranno parer più blanda, più indulgente, più buona questa civiltà, di cui troppo spesso non ricordiamo che i tedii! Come a Còrdova, a Zaìra, a Venezia, beverete ansiosamente il raggio di più limpidi cieli, perdonandomi le uggiose tetraggini che V'avrò inflitte!
Non vi pensaste però mai che sulle soglie del mondo moderno tutto abbia a diventare sorriso. Ahimè, non s'invecchia, Donne mie care, per nulla: le mestizie s'accumulano in cuore insieme cogli anni, come s'incidono dentro la fronte le rughe. Colpa vostra l'aver dato di braccio ad un vecchio: non Vi meravigliate poi ch'egli, devoto a libertà, ma avverso non meno a dispotismo di plebe che di tiranno, vegga e senta e rammarichi, pur tra le glorie della grande Rivoluzione di Francia, le colpe; e spalancandovi le porte di un palazzo signorile in quella Parigi del Novantuno che già fiuta sangue di vittime, compianga, non maledica. Ajaccio e Miramar non Vi spaventarono: non Vi spaventi, fra le trenodíe di Gluk e le picche di un'ebbra moltitudine, un San Giovanni decollato; Vi faccia pensare. Calando poi, ma non a più spirabil aere, in Italia, non Vi dolga d'imbattervi nelle plebi càlabre, insorte contro l'invasione. Lamentate l'insidioso pugnale da quelle fiere donne impugnato, non il polso virile che lo brandisce: perchè nelle albedini dell'istinto lampeggia spesso una luce sinistra, ma più schietta che non nei sogni della gente colta; perchè quelle rozze plebi vagamente sentirono, più che non abbiano inteso le menti elette dei loro filosofi, la libertà essere fantasima vano, se ad ossatura ed a midollo non abbia l'indipendenza. Questo, tenetevelo bene per fede; e però amate sempre, ammirate, venerate, in ogni terra contesa a sè stessa come in quella eroica terra di Polonia dove faremo una punta, le sorelle vostre, le madri magnanime e dolorose, che soffrirono e soffrono per un così alto ideale.
Non altra, gentili Donne, è la politica aperta anche a Voi; nè in altra affatto V'imbatterete nelle mie pagine. Tutto il resto, secondo a Voi si conviene, è tenerezza e pietà. Pietà di adolescenti rapite dalla miseria al focolare natìo, cacciate a esulare oltre Oceano tra la vergogna e la fame; pietà di floride fanciulle inconsciamente murate nelle sterili accidie del chiostro; pietà di altre più misere, che sanno quanto sia gelido il lastrico della via, quanto frodolenti le lusinghe del piacere e le tentazioni della povertà; quale terribile persuasore di mali e assiduo consigliere di morte, il bisogno. Tenerezza davvero infinita per le ingenue virtù di ogni poverella che fatichi, che combatta, che vinca: sia essa l'ardita e svelta montanina, cara ai poeti lombardi, o sia la forte villana della gran valle dove il Po, non sempre per aver pace, spesso discende a formidabile guerra; sia la leggiadra pastora delle Prealpi, o la robusta e nomade figliuola delle vette Giulie, custode non inconsapevole di questa nostra italianità imperitura, che s'inviscera nelle sue roccie.
So bene, Signore mie, che di cotali pietose imagini, come d'ogni affetto gentile, Voi mi siete maestre, non che affatto Vi bisogni impararle da me. Ma per questo appunto io V'ho preparato una di quelle panie a cui non si sfugge. Amare il bene, lo sapete, non basta; bisogna farlo: ed io Ve n'offro un'occasione di più.
Quante volte non Vi siete Voi impietosite dell'infanzia derelitta, scarsa di vesti e di pane, per non dire, lasciando gl'ipocriti eufemismi, ignuda e affamata, in perpetuo desiderio, che è il più, di un caldo raggio d'amore, e, se non fosse per la innata prontezza dell'indole, muta d'ogni luce di pensiero? Quante volte, vedendo una bimba per via sorridervi tra lusinghiera e supplichevole, con un mazzolino di violette fra mano, e i piè scalzi per le terre, quante volte, anche essendole state, come è vostro costume, generose di carità, non avete, un momento dopo, rimproverato a Voi stesse la spensierata elemosina, che ha tolte Voi, per quel momento, dall'incubo importuno della miseria, ma non senza lasciare aperta, anzi inciprignita la piaga?
Eppure, bastò il più sovente una povera monetuzza, o piuttosto, se considerate bene, bastò uno sguardo amorevole e un volger di testa gentile, a far correre su quel visetto scarno e pallido un lampo di non simulata letizia; a rinfrancare, a rattizzare gli agili spiriti dell'infanzia. Allora quella piccina, quasi immemore dei fieri disagi, delle intemperie, del freddo, degli sprezzi quotidiani, Voi l'avete di lontano osservata, quando già Vi credeva fuori di vista, esultare festosa co' suoi coetanei, giocherellare, scambiare motti e lazzi, poco, ahimè, corretti, senza dubbio, ma scintillanti d'innocente allegria. E avete ammirato costanza e felicità rara di doni che la Natura comparte anche a' più disgraziati, a' fanciulli massimamente, tantochè un nonnulla pare che basti a ravvivarli e a rimetterli in lena.
Anche avete, però, dovuto pensare imputabilità grave, giudicabilità momentosa, che s'accumula sul capo ai prediletti della Fortuna, se neppure di quel nonnulla si ricordino; avete dovuto pensare come la lindura delle membra, la sufficienza del cibo, degli indumenti, del ricovero, una boccata d'aria buona, un lavacro d'onda salutare, e insieme (che vien da sè quasi sempre col resto), uno svolgersi più aperto dell'intelletto, un alitar più soave del sentimento, andrebbero di leggieri tramutando in un angioletto, o, se vi pare che l'imagine calzi meglio, in un vispo e giocondo spiritello, non punto dai vostri dissimile, la sbrindellata e lercia pitocchetta.
Or bene (e nessuno lo sa meglio di Voi che ci contribuite tanto), tutto questo, e dell'altro, e assai di meglio si fa. Asili per la puerizia abbandonata, Ospizii marini, Stazioni climatiche, presidii igienici d'ogni maniera in pro dei diseredati dalla Natura medesima, ogni giorno v'è chi s'ingegna di moltiplicarli: ma ancora non s'è fatto e non si sarà mai fatto abbastanza.
V'ha d'altra parte — è egli mestieri di ricordarlo a Voi pietosissime? — ben altri patimenti v'ha, di donne, di malati, di vecchi, tanto più lagrimevoli quanto più solinghi, dispersi, ignorati. E v'ha poi sempre, sospesa sul capo dell'umanità intiera, per quanto deprecata dagli scongiuri delle madri e dai moniti dei filosofi, una calamità suprema: la guerra.
Ch'io ami e predichi la pace con onore, credo che non ignoriate; questo voglio che sappiate altresì, com'io nutra intierissima fede che mai soldato italiano non sarà per combattere guerra ingiusta; che mai non sarà per brandir l'arme se non per la santa difesa, se non per la sacrosanta integrità della patria. Ma chi, ripensando le passioni umane e le umane follie, chi potrebbe star mallevadore che un dì o l'altro noi pure non si sia tratti a necessario cimento? E chi potrebbe sostenerne l'idea senza sentire presentissimo il debito di apparecchiare a' generosi, pronti a versare per la buona causa il loro sangue, i più delicati, amorevoli, fraterni conforti? Questa è particolarmente cura degna di Voi, gentili Donne; e Vi c'invita, lo sapete, l'umanissima Associazione della Croce Rossa.
Orsù dunque, Donne gentili. Ove a nulla valgano nell'ore dei geniali vostri ozj le meste pagine ch'io Vi offro, ove nessuna curiosità desti in Voi (per questa ragione almeno che non lo si vede tutti i giorni), il fenomeno di una idea germogliante nell'istesso cervello e dall'istessa mano sotto doppia forma, e per due vie rivolta a tentare le latèbre del cuore, un pensiero, se non altro, Vi giovi: che pur in questa occasione darete il vostro obolo, magari se Vi piace il vostro aureo, a qualcuna delle opere buone che Vi ho nominate.
Per l'assistenza previdente, sorelle mie, per la pietà dei benemeriti e prodi, per la carità educatrice, venia, Vi prego, al libro, e indulgenza plenaria al servitor vostro