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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Spesso quel che mi fa
d'altrui pietoso
Alto senso gentile,
Onde scorre mia vita
Più che a battaglia a servitù simìle,
Di frenar tento e d'allenarne il petto:
Ma tento indarno, ed a tornar m'affretto
Solo, ne l'ombra, a chi patisce e muore.
Allor più forte mi tenzona in core,
Con l'ancor balïoso
Genio, un desìo d'insolito riposo,
Una sete infinita
De l'arcano a venir dove 'l Sol tace:
Chieggo ai poeti e ai sapienti aìta,
E, se dar non mi ponno
La pace de l'eterno ultimo sonno,
Una sembianza almen di tarda pace;
Nei laureti m'inselvo, ed in quel verde
L'innamorata fantasia si perde.
Ma quale ha voce
l'intelletto umano
S'anco la più soave o la più forte,
Che un suono, un eco, un sovvenir lontano
Di Natura non sia?
Non è quest'Arte nostra altro che specchio
Ove passa un'ombrìa,
Ricetto ove susurra un lieve fiato
Del dramma eterno che ne invidia Morte.
Usignolo che piagna al bosco e al prato
Dei carmi è 'l più soave a casto orecchio;
È il verde appena nato
Miracolo maggior d'ogni leggenda:
Onde avvien che ci prenda
Tedio dei libri, e più rida a l'ingegno
Un fantastico regno ove riposi.
O genïali amici, o
venturosi,
Che il mare ampio correste
E quanto è sotto i cieli a veder degno,
Quest'è quest'è la fiamma che v'investe;
Questo il vago desìo
Onde l'Imperio al vincitor d'Arbella
Vo col pensiero invidïando anch'io:
Onde anch'io cerco quella
Ad ogni gente antelucana stella,
De l'arte e del pensiero altrice eterna,
A Voi sì nota e cara India materna.
Ma non gli atrii
gemmati e le pagode
Quasi vette montane al ciel sorgenti,
Nè i sacri stagni, che cinge infinita
Di storïati marmi unica lode,
Non le magiche prode
Che le moli d'Ag'mir specchian superne,
Non cerco io già le triplici caverne
Ove al Sole rapita
Tanta virtù d'intrepido scalpello
Dal duro sasso a le devote genti
Un popolo sbalzò d'altri viventi:
Te invoco, o divin Nume, o Trivia Gange,
Te fausta, te dal cielo immacolata
Scesa a lavar la prima stirpe umana,
Eterëa fiumana,
Quando del contemplarti era beata
Dei Devi la invincibile falange,
Menavan danze le Apsaràse, e al bello
Novissimo portento
Plaudendo il Genitor de l'Universo,
Seguìa de l'acque il fil limpido e terso.
Era queto di vento,
Sgombro il cielo di nubi; e d'alma luce
Lo vestivan gli Dei, fendendo l'aria,
Corruscando ne l'armi. E tu scendevi,
Qual se da cento Soli irradïata,
Scendevi o Dea. Te duce,
In cento forme varia,
Or lenta, or tortuösa, or concitata
E crestata di spume,
Vinceva di baglior l'istesse nevi
L'abbondanza de l'acque; e un ciel parea
Che il cigno candidissima e l'ardea
Solchin d'autunno con l'aeree piume.
Tal m'apparisti a la
commossa idea:
Tal, gran mercè di questi miei dolenti,
Sognati assai, più che vissuti giorni,
Da quest'erma ove seggo
Stanza muta a' venturi ed a' presenti,
Te gangetica sponda ancor riveggo.
Ben la ravviso, è questa
La remota dai cólti alma foresta,
Ove re Dusïanto
Cacciando la gazzella,
D'altra preda gentil, troppo più bella,
Si libò il fiore, e poi lasciolla in pianto.
Ben ravviso gli eccelsi e in vetta adorni
Di fragranti corimbi arbori sacri,
Che, squassando la chioma, i pii lavacri
(Se mai scenda e soggiorni
Costì alcun de' celesti),
Fanno di trine d'òr crespi e contesti;
E, più mirande, lor nodose braccia,
Come Brahma le caccia
Con quell'amor che piovono le stelle
Propagginare e far selve novelle:
Veggo i cedri, le muse, e i biondi alanghi,
Le ombrifere cadambe ed i soavi
Sàntali ardenti e i profumati manghi,
E quel di vita largitor diospìro,
In amplissimo giro
Da repenti lïane insiem conserti
Un corpo far d'innumeri lacerti,
Un vivo tempio agl'immortali Savi.
Còsti e ninfee col fior sacro del loto
Smaltano l'acque, ove trionfa a nuoto
L'anatrina giuliva;
Mentre il pavon superbo in su la riva
La pavoncella insegue che se n' fugge;
E quale, allor che mugge
Il vento, e vien le nubi in fuga a porre,
Tal corre a furia, corre
Su per greti e per forre
Rapido il cervo insieme a la sua damma,
Come li porta dilettosa fiamma;
Paura no, chè in questa selva pia
Va ciascuno a talento; e non sarìa
Chi, più crudele d'iperboreo Geta,
A belva mansuëta
Noja osasse arrecar, non che tormento.
Ecco, qua ecco quella
Dolcissima gazzella
Ch'io dicevo dïanzi; e una donzella
Siede non lunge, e il mento
A la man bianca e dilicata posa
Tutta in sè pensierosa.
O sariano mai desse
De l'indostàn poema ancor le stesse?
Questo dirvi non so. So che leggiadre
Amendue sono, e l'una e l'altra è madre.
L'una al caro poppante allegra porge
L'agile fianco; e volge a l'altra amico
Il musetto sottil. Ma se n'accorge
Un putto più, che dentro a certi vinchi,
Pensile culla a poveretta prole,
Giocondo e clamoroso a l'aere aprico
Dondola intanto e ride,
Forte spingando dei gagliardi stinchi.
Non ha, non ha parole
La madre afflitta; e forse ancor l'offende
Freccia crudel, che quando l'aria fende
Incoccata da Amor, bada a ferire,
E il di più lascia ire,
Men curïosa assai de la dimane.
Ma se le spalle infide
Altri volse a costei,
S'ella, sì come par, da sera a mane
Con ciglio il cerca lagrimoso e intento,
Deh il core a lui deh tocchi
Un Nume, e spetri l'arida memoria:
Deh torni, ed a l'istoria
Lieto corso apparecchi e fausto evento.
E tu Gentil, se lice
Sperar che porga orecchio a' versi miei
Madre lieta e felice,
Tu apprendi, o cara, a compatir pietosa
Ogni mesta ch'è madre e non è sposa.