Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

"NIGRA SED FORMOSA"

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"NIGRA SED FORMOSA"

              

"NIGRA SED FORMOSA"

              

 

 

"NIGRA SED FORMOSA"

 

 

Gentil capraja del siriaco lido,
Della qual suona ne le sacre carte
forte ancor l'affettüoso grido,
Non è del mondo cristïano parte
Che assai non sappia dell'amor tuo fido
Novelle in ogni lingua al mondo sparte:
Ma chi 'l nòcciolo vuol del mito antico,
Ascolti quel che in tenui rime io dico.

 

già per questo me ne aggiusti fede
Ch'io punto l'idïoma arcano e morto
O sappia quel ch'altri divoto crede:
Ma perchè il senso natural m'ha pôrto
Tal, ch'è de' meglio e più dottori erede
Ch'abbian nel fondo de l'istorie scorto;
E ragiona di questo e di quel libro
Da interprete maggior d'ogni calìbro. 2

 

S'ingegni, cui la reverenza vieti
D'intender per lo verso umile e piano
Quel che fu scritto al tempo de' Profeti,
S'ingegni di salire al senso arcano:
Io lascio le ragioni a' Logoteti,
E mi sto pago al buon racconto umano;
Che, dando la vittoria a chi la merta,
Mi par che sia moral della più certa.

 

Dunque vo' che sappiate, Amiche, Amici,
Che in Sulemme leggiadra una fanciulla
Era a' fratelli sparagnini e sbrici
In conto, o poco meglio, d'un nonnulla:
I cari dell'amore anni felici
Spender le tocca da servetta, e frulla;
Ch'or mena al pasco l'oste sua caprigna,
Or cuoce al Sole in vigilar la vigna. 3

 

Ma ancor che fatta un po' bronzina e rancia,
Non è del corpo suo forma più bella:
Porpora il labbro, melogran la guancia,
Mano e piè di regina e non d'ancella;
E il sen che d'ambe parti si bilancia
Un par somiglia di ritonde agnella: 4
Son l'altre a lei come le spine a' gigli,
E Issàcaro5 non ha chi l'apparigli.

 

«S'è muro, le farem merli d'argento,
Battenti d'oro le farem, s'è porta6
Dicea de' frati avari il mal talento;
Chè, fatta a la sua vigna mala scôrta,
Di cacciarla in Aremme a prezzo drento
Gìan mulinando, e di partir la torta:
Ma li conciò per bene il Re del Cielo,
Mandandole d'un tratto imporre il velo.

 

Un di su l'alba, al delle noci, 7
Scesa l'erba a mirar de la convalle
E de' vitigni i bocciuolin' precoci,
Non s'accorse la bimba che a le spalle
Era un brusìo di carra, un suon di voci:
Le genti son del Re, sbarranle il calle,
E, come a la ragion piace del forte,
Sopra le sono, per menarla in Corte.

 

Pigliatala costor senz'altro, a mezzo
De la bella persona seminuda,
Tosto l'han pôrta a ciondolarsi al rezzo
Di quella ch'è per lei dorata muda:
Chè, per gajette pelli e dolce olezzo,
Non l'è cotesta prigionia men cruda;
E, lasciato laggiuso a' campi il core,
Tutta s'allenta in passïon d'amore.

 

Dicean le donne de l'Aremme invano:
«Del Signor nostro più che il vin soavi
Son le carezze, e al bacio del Sultano
Non è profumo che assai mondi e lavi
Ch'ella: «Ove sei — gemeapastor lontano,
Tu sol, tu solo hai del mio cor le chiavi
E l'altre: «Se a miglior senno non s'apre
Questo tuo cervellin, riedi a le capre8

 

Invano il Re dei Re: «Del mio puledro
Bella mi sembri al par, quando s'impenna;
Saràn le case tue cipresso e cedro,
Letto dei cigni ti sarà la penna;
Monili di Sidòn, perle di Ledro,
E avrai, bruna, coralli a la cotenna
Ch'ella: «Deh vienripete — e in sen ti posa,
Pastor mio dolce, al tuo bocciuol di rosa9

 

E ancor che Soliman, da vecchio saggio,
Non chieda per baldi trofei,
Torna ella sempre a ricantare il Maggio
Dell'amor schietto e de' gentili omèi:
«Quel ch'è, dentro a roveto irto e selvaggio,
Il fruttifero pomo, e tal tu sei
Fra i garzoni, amor mio: sederti a l'ombra,
Pascer vo' il frutto che tua chioma adombra

 

Si disfoga il suo genio, e: «Udite, udite!
Sclama — del mio diletto ecco la voce:
Ei viene, ei vien, s'appiatta in su l'uscite
D'in fra le damme il cavriuol veloce;
E: Sorgi, dice, o bella mia; finite
Son col verno le pioggie; a' piè del noce
Tuba la tortorella e il fior già spunta:
Ecco, stagione di canzoni è giunta. 10

 

«Le gemme tenerine il fico arrossa,
La vigna in fiore il suo profumo esala;
Sorgi e vieni mio ben, varca la fossa,
Orza da l'alto, palombella, e cala;
Fa che de l'ali tue vegga la mossa,
Fa che senta il fruscìo dolce de l'ala;
Fa che miri il tuo volto e la mia vita;
Vieni, colomba; la vigna è fiorita11

 

E all'ora che il calor posa, e si stende
Lunga l'ombrìa sul padiglion del Sire,
E poscia che la notte ha le sue tende
Allacciate sul mondo, e che a dormire
S'acconcia e lena ognun così riprende,
Non dorme ella, non posa: e a lo squittire
Primo del gallo, certe imposte ha rotte,
E s'ingegna a fuggir di mezza notte.

 

Errando va per le deserte vie,
Cerca trivii, angiporti, e curie e piazze,
Mira i sergenti a le notturne ombrìe
Piantar le scolte ed iterar le tazze:
«Vedestechiede — le speranze mie?»
E quei ridendo: «Va, bruna, a le pazze
Ma poco va, che nel suo ben s'avviene,
E se lo serra al petto, e stretto il tiene. 12

 

«Vita m'hai reso, o fidanzata cara,
Tuba il garzone — è dolce il tuo fïato
Più che cinnamo, nardo, e miel di Mara:
E, quel che più mi giova, è sigillato
Il fonte, e l'acqua del giardino è chiara
«Entramormora l'altra — ei t'è sagrato
E quei, che tanta sorte non gli scampi,
Coglie il suo miele, e beve il latte a lampi. 13

 

Ma qual s'innalza al ciel nuvola d'oro
Su dal deserto in lucide colonne?
Più balsami non ha, non ha tesoro
Di valsente maggior Tersa o Sionne: 14
Cinto di prodi sul purpureo toro
L'eletta Soliman de le sue donne
Mena in trionfo, e in capo ha la corona:
V'inchinate, fanciulle! Arpa, risuona! 15

 

Però, quïeta può mai strider fiamma?
Vigila il cor, se dorme la pupilla:
E quando il cavriuol torna a la damma,
Bene costei si pèrita e gingilla,
E biascia: «Ho mondi i piè, posai lo sciamma...»
Ma, come quei di fuor l'uscio titilla,
Corre a la toppa... Ahimè! Sparve l'amante,
La man ch'ella ritrae tutta è stillante. 16

 

Stilla di mirra lutulenta: e l'eco
De la voce che ancor suona, di senno
Trae la meschina, onde s'affretta, e seco
Mescer l'orme sperando, ove già dènno
A lei noja i sergenti in l'aër cieco
Gl'intoppa. — «Che più vai, spirito menno
E di botto coi pugni le son sopra,
le resta mantel che la ricopra. 17

 

«Suore di Gerosolima pietose,
Se trovate il mio cor, ditegli voi
Che dileguan d'amor queste sue rose:
Egli è bianco e vermiglio, e a' labbri suoi
Pèndon come colombe peritose
Le mie brame, il mio senno. O che più vuoi
Per ravvisarlo? È gentilezza il nome,
Ale di corvo le flüenti chiome18

 

— «Cessa, o gentil! Tu se' l'immacolata,
Tu de la luna al par bella e dell'alba;
Te sessanta regine hanno lodata,
La schiera fai de l'odalische scialba:
A una voce te dissero beata
Quante fanciulle il Sol nascente inalba;
Tremenda come esercito in battaglia,
Eccomi, amore, a te: sì 'l cor mi vaglia19

 

Disse il garzone. Ed ella: «Usciamo a' campi,
Mènami ai tralci in fiore e a' melograni,
Lo stendardo d'amor leva, e n'avvampi
Il cor che più non sa jer dimani,
E il tuo del mio sigillo anco si stampi.
Oh date poma, ch'io mi svengo; oh grani
Date d'uva, sorelle, a le mie labbia:
Ch'io mi svengo d'amor sovra la sabbia20

 

Udi 'l gran Savio, e: «Che ti valsorrise
Saggezza, o Soliman, dovizia e regno?
Dove Amor le sue tende in terra ha fise,
Di vincere non far bieco disegno:
Non bastan l'armi; e avesse Eufrate intrise
Le tende e Nilo, ancor, ne metto pegno,
Diradicar non le porrìan di terra:
Pènsati l'oro!... E ne' forzieri il serra21

 

E voi ribelli a' voli alti de l'estro,
Se me' vi torna il mio racconto umìle,
Lode ne date a quel sovran maestro
Da cui tolsi l'ordito, ahi non lo stile!
Io mi contento sol che di capestro
Più di rogo arbitra sia la bile
D'invidi Magi, e, senza chiose apporre,
Vengo a Voi, Donne, perdonanza a tôrre.

 





2          Cfr. Le Cantique des Cantiques traduit de l'hébreu avec une Étude sur le plan, l'âge et le caractère du poëme, par Ernest Renan, Paris, Calmann-Lévy, 1884.



3          Il Libro del Cantico dei Cantici, I, 5.



4          Ibid. IV, 3, 4, 5; VII, 1, 3.



5          La tribù a cui apparteneva la Sulamitide.



6          Il Libro del Cantico dei Cantici, VIII, 8, 9.



7          Ibid. VI, 10, 11, 12.



8          Ibid. I, 2, 3, 4, 7, 8.



9          Ibid. 1, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 16.



10        Ibid. II, 3, 8, 9, 10, 11, 12.



11        Ibid. II, 13, 14.



12        Ibid. III, 1, 2, 3, 4.



13        Ibid. IV, 7 a 16; V, 1.



14        L'autore del Cantico paragona qui la Sulamitide per la sua bellezza alle due capitali dei due regni di Giuda e d'Israele. «Thersa — lo dirò con le parole medesime del Renan — fu la capitale del Regno d'Israele dal 997 al 924 av. l'E. V. Nel 923 re Omri costruì Samaria, che divenne d'allora in poi la capitale del Regno del Nord. A principiare con quell'anno, Thersa dispare quasi dalla storia; e la sua caduta fu sì profonda, che ignoto è il luogo ch'essa occupò, e s'è rinunziato a segnarne il nome sulle carte della Palestina



15        Il Libro del Cantico dei Cantici, III, 6 a 11.



16        Ibid. V, 1 a 5.



17        Ibid. V, 6, 7.



18        Ibid. II, 7; V, 8 a 16.



19        Ibid. VI, 7, 8, 9.



20        Ibid. II, 5; VII, 11, 12; VIII, 6.



21        Ibid. VIII, 7.



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