Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

NELL'ISOLA DELLE SENE

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NELL'ISOLA DELLE SENE

 

 

NELL'ISOLA DELLE SENE

              

 

 

NELL'ISOLA DELLE SENE

 

 

dove il turbo impera,
E in perpetuo muggente onda selvaggia
L'armoricana spiaggia
Tra immani spume fa viscida e nera,
Oppur lubrica viene
Di ree coprendo insidïose arene,

 

Tombeléno s'innalza,
Tutta scogliosa del natìo granito:
E dove a miglior lito
Par che declini la petrosa balza,
Ospite incauto affonda
In bellette più mobili de l'onda.

 

Ma non l'irte castella
dure un giorno de l'Inglese al dente,
Non la chiesa lucente
Che dal guerriero Arcangelo s'appella,
La occulta saga io dico,
Sol de' Bardi commessa al verbo antico.

 

Dei tempi e della notte
Era l'ombra sul mondo. Argentea luna
Tombeléno la bruna
Svelava indarno, invan movea le scotte
La crescente marea:
Chè un sacro orrore i petti indi torcea.

 

Era fama che a sorte
Se lambisse nocchier la riva arcana,
Mulïebre lontana
Ridda vedea squassar faci di morte:
E in orrida tempesta
Di larve il travolgea turba funesta.

 

Pur fu che un garzone
A scoter nato ogni servil desidia,
Ivo, di tutte invidia
Le bellissime vergini bretone,
Sorse, libò a l'Aurora,
E a l'isola fatal volse la prora.

 

Al clangor de la tromba
Ne la romana legïon tenace
Spinto il petto capace
E non indarno oprato avea la fiomba:
Spesso in giulive mosse
Fatte avea l'aste del suo sangue rosse.

 

Alto obbietto a sua cura
Dal servaggio francar le alvernie zolle:
Però vincer di molle
Prece sdegnava, e di monili, oscura
Vendereccia malìa:
E il vaticinio a conquistar salìa.

 

Prese terra. Di nere
Ali d'aquila adorno avea l'elmetto,
Fluian sul dorso e il petto
Le treccie rutilanti: il gran brocchiere
Gittò d'un tratto e il brando,
Nel sacro de le Sene àmbito entrando.

 

Stanno le nove suore
A un vase intorno che gran fiamma fiede:
Nude le braccia e il piede,
Vèston gramaglie eterne; ha il capo onore
Di fragrante verbena:
E una roncola al cinto, aurea, balena.

 

«Per Belial da le chiome
Ardenti, che de' prodi il core accende,
Per Belial che rende
Ferace il suolo e imperituro il nome,
Sorelle, io vi scongiuro
Ivo dicea — m'aprite il futuro

 

Ma come avido volo
Di sparvieri alla preda alto s'avventa,
Già già l'ira cruenta
Piomba del Tempio, già il garzone al suolo
Ribadito, allacciato,
Sorride all'imminente ultimo fato.

 

«Orsù, dive, ponete
La man feroce nel figliuol del Sole,
Voi de l'astro figliuole
Pallido e freddo. Inni cantar l'udrete,
Mentre del suo martoro
Il sangue brillerà nel corno d'oro

 

Ma la gentil che il braccio
Dalla anzïana armato ebbe di ferro,
Sosta, s'arresta, al cerro
Preme la bianca man fatta di ghiaccio:
Ecco, a terra è la punta,
E una lagrima pia sul ciglio spunta.

 

Amor, tua preda accetta:
Però Morte con teco, ahimè! tripudii:
Chè tremendi ripudii
Lancian le Sene: e già su la rejetta
Apio e cenere, indizio
Implacate avventâr del gran giudizio.

 

Già di femminee strida
Suona il cielo dei rudi alti dolmenni:
le sorelle indenni
Al mare al mar trafugano, s'affida
Ciascuna al palischermo,
E in forte remeggiar cerca suo schermo.

 

Tre giornate consente
Morte ad Amor di sovrumana febre
Nell'isola funèbre:
Brev'ora di piacer, ch'avido, ardente,
In un sorso la vita
A sugger la percossa anima incìta.

 

All'amoroso morso
O come palpitante s'abbandona,
Come al garzon si dona,
Ena, raggiante di gentil rimorso!
Le braccia, il sen, la bocca,
Come stessa in lui tutta trabocca!

 

O sgualcite verbene,
O ne la conscia vereconda grotta
Fronzuta galeotta
Cuccia giuliva d'agitate lene!
O al fremere de l'onde
Noverate dai baci ore gioconde!

 

Lui talora un segreto
Fremito, un senso di terrore occùpa,
Imminente da cupa
Nube la bianca Iddia, ch'alta sul greto
Veglia, e aspetta gelosa
Alla diman la moritura sposa.

 

Ella ai trepidi amplessi
Repentina più assai fugge, e «Mi lascia
Sospira — all'alta ambascia
Onde il non nato parmi s'appressi:
Già nei soffii del vento,
Ne le pènsili corde, ecco, lo sento

 

Allor diverse aduna
Rama, per che, senz'opera d'inchiostro,
L'è il futuro dimostro
Nella di verdi foglie intesta runa:
E sclama a un tempo e guata:
«Ivo, Alesia per te fia vendicata!

 

«O Forte eccelso, o Forte! —
E, correndo, sul culmine già sale,
Ove un guerriero vale
Ode tuonar da innumera coorte
O mio diletto! In campo
Morrai. Per te d'inclita fiamma avvampo

 

Ma degli alti fantasmi
Le traluce il terror ne le pupille:
Gli spirti, a mille a mille,
Ascolta, invoca, preme: e ignoti spasmi
Ivo, per lei tremante,
Correr mira dal crin sino alle piante.

 

Al segreto giaciglio
La prega, la riduce: e a le carezze
Mescolata e a l'ebbrezze,
L'ignota ascolta de l'umano esiglio
Scïenza, e le future,
E le vite nei secoli mature.

 

Ode arcana dottrina,
Quella onde Taliesin cogli altri Bardi,
Ancor che fosse tardi,
L'augusta sgomentò Chiesa latina:
E che i frati a gran voce
Fugarono col segno de la Croce.

 

Come triplice il mondo
Ciclo racchiuda: e dal gran mar dell'essere
D'infiniti contessere
Sappia germi Natura il secondo:
Ma il terzo àmbito solo
Assempri ogni vivente a miglior Polo.

 

«Stilladicea — dal muto
Carcere uscii: nel foco mi detersi:
In cento forme emersi,
Fiore, augellin, fanciulla; e mi tramuto,
Dopo età senza gloria,
Al divo Regno, alfin, de la Memoria.

 

«Omai l'ultimo inalba
Prefisso . Lunge te n' va da questa
Isola oscura e mesta,
E me lascia all'aurora algida e scialba:
Tògliti per mio pegno
Questo vezzo di nicchi, e ascendi il legno.

 

«A schiararti la via,
Una fiaccola già di terebinto
A la tua prora ho avvinto;
Teco in quella verrà l'anima mia:
Palpiterò ne l'ombra,
La via del mar ti farò piana e sgombra.

 

«Teco sempre m'avrai:
Sarò ne l'aura che ti vibra intorno
Nel calare del giorno,
De la tua stella ne' pietosi rai:
Possedesti le membra,
Che lo spirto è con teco anche rimembra

 

Disse e il baciò. Sul clivo
Un'ultima fïata a salir prese,
E allor che in fondo scese
La fiaccola lontana, e insiem con Ivo
Sparir vide la poppa,
Del giusquiamo feral vuotò la coppa.

 

Tornâr col primo Sole
Di Korivena a coltivar la mèsse
Le pie sacerdotesse:
Ma del dolmenno insanguinar la mole
Mestier non fu: ch'Ena, a prima mattina,
Fredda e bianca era già d'intatta brina.

 


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