Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

LE VERGINI CROTONIATI

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LE VERGINI CROTONIATI

 

 

LE VERGINI CROTONIATI

              

 

 

LE VERGINI CROTONIATI

 

 

Queste che a gara il biondo e il capel bruno,
Il marmo pario de le membra e l'oro,
E non negan di pregio nissuno,

 

Queste l'eletto son vergine coro:
Son di natali oneste e di costume,
Non ha il mondo più belle di costoro.

 

Ah, quella notte non dormisti in piume
Che largita gli Dei t'ebber tal vista
O d'Eraclea gioconda onore e lume,

 

Zeusi pittor, che brilli primo in lista
Nel libro d'oro della eterna lode,
S'anc'opera nessuna il nome assista.

 

Ben so che senza offesa e senza frode
Assai ti fu mirare i gigli e l'ambra
Di queste carni intemerate e sode:

 

Chè gaditana danzatrice a zambra
L'una somiglia, e i grandi occhi ed il crine
Non vide neri più l'arabo Alhambra;

 

Candida l'altra il piè snello e la fine
Mano su gli orli appena in roseo tinge,
Tutto il corpo una neve, e al viso Frine;

 

Questa s'aderge come palma, e cinge
Di monil, non di cinto, il fianco breve;
Quella vince al posar lionessa e sfinge.

 

Ma la divina non dirò, che beve
Gli accesi del tuo genio avidi sguardi,
E nova di tua man vita riceve.

 

Chè la fiamma superna onde tutt'ardi
Convien s'appunti e s'avviluppi in quella
La qual men lenta i vanni tuoi ritardi.

 

Ciascuna, è vero, può sembrarti bella:
Però sola colei che Amore elegge
Salir può teco a ritrovarsi stella.

 

Ond'io non crederò che angusta legge
Dettando a te medesmo, un idol vano
Ti componessi d'accozzate schegge:

 

Ben credo che, sì come il Monsulmano,
Poi che bagnato s'abbia in tepid'acque,
De l'algide si piace, e core e mano

 

Ritempra ad onorar l'Asia ove nacque,
Sì di beltade in quel diverso esame
Pascer gli occhi e la mente assai ti piacque,

 

E più forte salir dal gran certame.
O magnanima età che il buon lavacro
Non contendevi a glorïose brame,

 

E t'era il Bello insieme onesto e sacro!
Non fallace rossor, non rea paura
Faceva nel desìo rodersi macro,

 

il difetto traea de la pastura
A metter ne l'altrui soppiatto il dente
Chi del parer si scherma, e al far spergiura.

 

Era a quei di bellezza alto e possente
Magistero ed esempio; è ignobil mostra
Oggi, che al vizio solo si consente.

 

già per ombre di tiranna chiostra
Quel che jeri virtude oggi è peccato:
Ma se n'abbuja il mondo, e l'onta è vostra,

 

Ipocriti Dottor' del rimpiattato.
Regnò per voi di Lèmuri coorte,
E fu il meglio a li anàtemi sagrato:

 

Per voi de l'uomo a rinvilir la sorte
Partorirono età colme d'ingegno
Età digiune d'ogni succhio e morte.

 

Per voi, solcato il luminoso regno
D'Atena iddia, se il basso evo discendo,
In una sepolcral notte m'avvegno:

 

Il bizantino Spettro in piè sorgendo
Quel che il popolo prisco aveva a lode
Condanna per infesto e contennendo:

 

Dico il piacere ch'ogni nato gode
Grazie a quel caldo d'immortal natura,
Onde in gara d'amor ciascuno è prode:

 

E per andar ch'io faccia, la rancura
Scolpita in ogni volto, e veggo sola
Su le rovine assisa la Paura.

 

Gran mercè se del Ver l'alma parola
Ragiona in petto a un pastorel sagace,
Che sui mäestri com'aquila vola;

 

Sì ch'ei ritolta a Cimabue la face
Che fumigava in cieco andito chiusa,
Di novello splender lieta la face:

 

Anzi l'incerta ed assonnata Musa
Dal torvo lume di cinerei spegli
Volge all'alta del Sol luce diffusa:

 

Poscia fa cenno al buon Masaccio, e quegli
Al maggior Tosco da l'intonsa chioma,
Che dentro la riscota e la risvegli:

 

Sanzio in ciel ne la porta, e su l'indoma
Ala un divino la soffolce a lato
De l'Arcangel guerriero onde si noma.

 

Che pro? Censore a tanto genio è dato,
Vedi pudor di castità briache!
Un poveraccio a le cesoje nato:

 

Questi a gl'ignudi in Ciel calza le brache;
E stomacosa intanto il grugno in terra
Striscia col moccio de le sue lumache

 

Un'età ch'ogni Idea calca sotterra.

 


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