Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

IN ROMA PATRIZIA

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IN ROMA PATRIZIA

 

 

IN ROMA PATRIZIA

              

 

 

IN ROMA PATRIZIA

 

 

Donna, gli è gran mercè s'ombra è rimasa
Del tempo, che dicevi: Io son Romana;
Mi piace, unica lode, stare in casa,

E filar lana.

 

T'erano intorno poche ancelle, e antiche;
Del fato, parean dir, ci contentiamo:
Penelope a le sue diceva: «Amiche

Tu: «Lavoriamo

 

Però il che la mala signoria,
Lubrica serpe, profanò il tuo tetto,
Mostrasti a Roma e a libertà la via:

T'apristi il petto.

 

Corse ne' Volsci e più nel mondo il grido,
Quando, prosteso al capo tuo canuto,
Depor l'ire vedesti il duce infido

Pallido e muto.

 

Fosti madre de' Gracchi: i tuoi figliuoli
Uniche gemme; e preferisti al serto
Pianger su l'urna che agli eroi consoli

L'atrio deserto.

 

Deh perchè al forte vincitor su l'orme
Con le opime ricchezze e la bipenne
Cruenta di civil guerra deforme,

L'insania venne?

 

dove altari Pudicizia avea
E da mano gentil perpetue rose,
Contaminati i tuoi talami, o Dea,

Mercan le spose.

 

Onesta un giorno a cittadino auriga
Era, e ad atleta cittadin palestra,
L'arena: or di venal sangue la riga

Punica destra:

 

Ora vil bestïario entrar de' Grandi
Clandestino la soglia, e vede ignude
Il Tevere agitar cori nefandi

Patrizie e drude.

 

Invan d'argento laticlavi e d'oro
E mal presaghe porpore e corone
A l'antico ridur grave decoro

Tenti, Catone.

 

Tardi colui che il tuo gran nome porta
Scote d'Asia le piume e si dissonna:
Con la sorella sua, l'ultima è morta

Romana donna.

 

Cesare ov'è? Lo san tue stanche braccia,
Giunia Servilia, in tal figliuolo incinta
Per ch'ei darà sul porfido la faccia

Di sangue tinta.

 

Ma, lui caduto, invan l'antico Nume
Auspice speri il postumo Romano:
Ch'è libertà senza civil costume

Turbine vano.

 

Sogni Virgilio del gentil Marcello;
La cara tomba a piene mani infiori:
Ad altri vati scioglier laudi è bello

Per altri amori.

 

Come sul campo ancor di sangue intriso
La pompa funeral Macco gioconda, 22
La tua schiera così vende il sorriso

Lalage bionda.

 

Maestra a tutte ornai quella che Tarso
Puttaneggiar vide sul trono, e l'ire
Sfogar feroci, ed il coraggio scarso,

Fuor che in morire.

 

Che più resta, fanciulle? A voi codardi
Baciano il piede carezzando, ed inni
Levan gl'ingegni. Venere vi guardi

Da l'empie Erinni!

 

Vi guardi, o genïali agre liberte,
Che a la patrizia invidïate il damo,
E a tenzon provocate, ahi, mani esperte,

Non pur de l'amo,

 

Sì di fèroce, acuta arme omicida,
Per la quale del mondo mulïebre
Suonan sovente di servili strida

L'alte latèbre.

 

Se per voi no, deh paventate, o cieche,
Tu Lesbia altera, e tu Lalage, e quante
Da ellène sponde a queste rive bieche

Portò l'amante,

 

Per le compagne paventate, ahi lasse,
Che non a tôrre ebbro garzon di senno,
Sì a dura servitù Pallade trasse

Di donna al cenno.

 

Da molli strati ecco Valeria immite
Agita il ghiomo irto di spilli, e ride;
China, prostesa, de le man contrite

Supplica Atìde:

 

Forse una goccia dal vase dorato
Testè sfuggille, e il borzacchin lucente
Sfiorò a la Diva: e piange e prega; e il Fato

Urge imminente.

 

L'altra, ridendo: «Accosta, accosta, amore:
Non è non è la macchiolina il peggio:
D'altre assai colpe sentirai cociore

Presso il mio seggio.

 

«So che sei bella, e il petto hai bianco e sodo;
So che fluente hai più di me la chioma:
T'accosta orsù, ch'io le trafigga a modo

Quelle tue poma...

 

«Vaga rugiada ecco han di sangue. Or, lesto!..
Che fu? Strabuzza gli occhi... È morta, o sviene?
Il fatto è fatto. Penseranno al resto

Poi le murene

 





22        È noto che in Roma una sorta di maschera di questo nome (Macco), dalla quale si vuol derivare il napolitano Pulcinella, soleva, nei grandi funerali patrizii, mescere i suoi lazzi ai gemiti venali delle Prefiche; forse con quella stessa intenzione di filosofica ironia, che all'eroe menato in trionfo dava per compagno uno schiavo berteggiatore.



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