Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

L'ALBA DEL SIGNORE

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L'ALBA DEL SIGNORE

 

 

L'ALBA DEL SIGNORE

 

 

 

L'ALBA DEL SIGNORE

 

 

Delia, che pensi? Ride aprìca intorno
La villetta amorosa:
Nitidissimo il giorno
Che sorge, a mano a mano
L'alte vette, i grand'alberi, i sacelli,
Le mura antiche e gli archi,
Fin quest'erma che ancor negletta e mesta
Riposa, ùmile terra,
Pare che allegro varchi
E del suo bacio imporpori e suggelli,
Come ardente amator novella sposa.
Ecco, il Sole si desta
Ad altra e nova e più gioconda guerra:
E te volendo aver de la sua festa,
Ne le guancie di rosa
Che gli nascondi invano,
Di giovanezza il primo fior saluta.
Perchè Delia, perchètrista e muta?

 

Non sei libera, il so. Pur la tua sorte
Di molte ingenue è invidia,
In questi che a inonorata morte,
Se a Cesare talenti,
Cittadino non è che il capo altero
Sottrar presuma, od a peggiore insidia.
Schiava il nome ti dice: amico il core
De la signora tua dice: Sorella!

 

Fama è che un giorno, quando cadde ancella
Grecia disfatta da la sua desidia,
E il macedone re, fior di valenti,
D'orrida cella a sostener l'insonne
Vigilia si träea.
Di cotanto signor prole infelice
Ignudo nato sforzasse il littore
Del Fôro a le colonne
Un giovanetto a gir sotto il suo pugno,
Al Sole alto di Giugno
Miserando spettacolo e a le genti.
Figliuol di re, precedere dovea
De l'aste in fra i baleni
Quel deserto fanciullo il re guerriero,
Il duce, il padre, e fiero
Ludibrio a la crudel Roma vittrice,
Crescer del proprio scempio i suoi tormenti.
Son dugent'anni, eppur di quegli effreni
la memoria dura
Cocente, imperitura.
Tornò da quella, e ad altra onta sacrato,
S'addisse al tornio, umile schiavo, il figlio
Di tanto re: ma il Fato
Volse pietoso per la sua progenie:
Che d'insolite venie,
Pur de l'aspro censor sotto il cipiglio,
Crebbe argomento, e a le patrizie case
De la gente Vulcea sacra rimase.

 

Te di que' regi uscita, o Delia, appena
Volge il quindecim'anno,
Che nel servil capanno
Sorgeva a salutar l'alba serena:
La madre no, ch'è del tuo nascer morta,
Ma conoscesti quello
Che rade volte, o mai, schiava conforta,
Dolce affetto paterno: e amico ostello
A la tua cuna e al padre
Porse la casa signoril, che insieme
Visitava Lucìna
Il che sciolse al tuo destin la prua.
Quivi a cure leggiadre
Ti crebbe a fianco de la sua bambina
Arria sagace; e il prezïoso seme
De le lettere greche insiem suggendo
Con Domitilla sua
Da quel ch'era a te padre, a lei maestro,
Parve che l'idïoma e il vivid'estro
E il core in uno, sotto i blandi auspici
Educaste felici
De le Grazie natìe,
Inconscie del tremendo
Giure che i servi da gl'ingenui parte:
Parve che accese, per le olimpie vie,
Immemori del truce iniquo Marte,
Ambo, la fronte lieta,
Saliste insieme ad un'istessa mèta.

 

O magnanimo amor del patrio lido!
Qual è a' raminghi età ventura, e quale
È mai piaggia ospitale,
Che il tuo non oda irresistibil grido!
Bene intendo, fanciulla:
Nata in Grecia non sei,
il padre era, l'avo;
E l'ora che gli Dei
T'han conceduta in questo secol pravo,
Corre nel chiuso per tornar nel nulla:
Pur col pensiero in Grecia vivi: e arcana
Voce per l'aria da la tua Corinto,
«Sei mia — ti grida — hai vinto
Quel ch'è più duro al mondo, una romana
Anima: segui, prega, piangi, e torna
Qui dove Amor tra i ruderi soggiorna

 

Fa una decade, il so, mirabil vase
Da Corinto giungeva a la tua Donna:
A lei che sola impera,
Poi che Vulco morì, queste sue case:
Leggiadro asilo, del Vesévo al piede,
Che il mar giocondo fiede,
Dolce così come la tua Citèra.
Intorno foste al dono tutte; e intanto
Che tu arrossi e furtivo ascondi il pianto,
Domitilla dicea: «Madre, ricordi
Pèrseo, il forte garzone?
Di babbo non trovò gli orecchi sordi,
Che libertà gli diede
Morendo. E quei, come avesse lo sprone
A' fianchi, anno, salpò, s'anco lasciasse
Sparso di lagrimette un caro viso
Qui con mite un sorriso
A te diede del gomito, e si trasse
Più al vase accanto Domitilla: il dito
Alzò gentile a perlustrar gli ardenti
Magistrali contorni; e in molli accenti:
«Andromeda è costei —
Disse... — ed il mostro, mamma, tu non sei.
No, non serve Medusa,
Sciorrai tu le catene a la mia Musa
Arria, la mesta faccia
Serenando, v'abbraccia:
«Sodice — un navalestro
Ch'era di casa Vulco il braccio destro:
S'andrà, dunque, a Pozzuoli
Poi, sospirando: — «E resteremo soli

 

Andaste. E qual v'assalse,
Pie colombelle fuor del nido uscite,
Stormo di voci paürose, insane,
Da la torbida Roma!
Non sa questa Campania
La furïal di cose transumane
Sete ardente che smania
Del Palatino sotto i tonanti
Vertici, e l'alta, indoma
Balìa d'afri giganti,
Cui d'innocenti vite unqua non calse,
E il vino e il sangue e le vergini ignude
Dal talamo a le mude
Tolte a trastullo, e d'Asia ogni nequizia
A scettrato fanciul nova delizia.
Tu d'Evònimo padre al collo stretta,
Delia, tremavi: e la sua gemma eletta
Di verecondo pallio Arria coprìa.
Giungeste alfine. Il buono Eufrate, il siro
Nocchier, non era in casa: a la sua Scòla
Era; un collegio, dicea Febe, l'agra
Mogliera sua, dove la bella sagra
Avean dismessa per udir certuno
Venuto di Sorìa,
Un prigione, un girovago, una spia:
Ch'altr'essere potea, se come spola
La lingua tutto il quel tessitore
Menava, e co' soldati era tutt'uno?
O curïose! Vi pigliò prudore
D'udirlo: e foste dritto al Confessore.

 

Macro l'uomo, sparuto; avea le guancie
Di negra barba ispide; le mani
Moveva catenate;
E dicea: «Comportate
La mia pazzia, se son pazzo, germani.
Cinque fiate di corde, e fui percosso
Tre fïate di verghe;
In fatica, in travaglio, in fame, in sete,
In perdute stamberghe,
Nel mare da procelle alte commosso,
Fra l'inimiche lancie
Soffersi, perigliai:
E però mi vedete
De' miei mali superbo e de' mie' guai.
Però che Iddio nel suo Figliuolo in forma
Simigliante a la carne del peccato,
La carne ha condannato:
E chi vive a la carne
Inimico di Dio, non vedrà orma
Del prossimo suo regno:
Ch'è la carne ritegno
Nei lacci de la morte:
Sol quei che sappia a tempo il piè ritrarne
Quegli sol spezzerà l'empie ritorte

 

Tu scolorasti. E Domitilla buona:
«Deliadisse — che hai?»
«Te felice! Non sai
Rispondesti tremando — come suona
Questa voce dei miseri nel core:
Tu sorella mi fosti, ed Arria madre;
Ma quante non vid'io misere squadre
De la mia gente antica
Punte di quell'ortica
Che questo Santo? Oh credi, è a noi Signore
E a noi dimanda fedeltà il dolore

 

Che val s'Arria il noleggio
Strinse col Siro? Che, se Domitilla
Con Evonimo tuo fa d'ogni armeggio
Per involarti a l'importuna squilla?
Trista ti veggo da quel giorno, e passi
Silenzïose l'ore,
E ne la notte anco pavento forte
Non prèdichi a la suora amore e morte.

 

O vegliate, vegliate,
Genii d'Ellade amici,
Genii sereni de l'amor fecondo,
De la bionda letizia e del sovrano
Lume che indora il mondo:
Su queste pie vegliate,
Non forse — ah sperda il tristo augurio il Sole! —
Non forse disperate
Tenda indarno le braccia a le figliuole
Arria, un'orrida notte: e in alto ardenti
Le vegga di Neron faci viventi.

 


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