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O Scïenza togata, o
buona e saggia
Dispensiera del giusto,
Ond'ebbe pace la tenzon perenne
Che Menenio sopìa, tu che librasti
Pensosa, arguta, e d'ogni soffio indenne
D'accesa passïon, la fida lance,
Per che ai popoli Roma
Stette maestra del comun diritto,
Che cor fu il tuo quel giorno
Che, da barbare turbe invaso il Fôro
E da nova di Flàmini coorte,
Tenebre dense fumigare intorno
Vedesti al chiaro lume
Che spandevi sovrana,
Arbitra accetta ad ogni gente umana?
Non più di sofi onesta
opera e tarda
Il responso prudente:
Non ministra a la mente la parola,
Che, dove irrompe de l'accusa il grido,
Libera sorge e libera trasvola,
E del giudice intègro al sacro petto
Reca illeso tesoro
Il casto accento che l'umìl francheggia
Contro il torbido e forte:
Non più vaglio sottile il vivo senno,
Per che nel fondo il reo trabocchi e il buono
Campi le insidie de la ingorda sorte:
Ma capofitto il Caso,
Questo il giudice pio,
Nel nome sceso a giudicar di Dio.
Voi de le Ardenne in
mezzo a la selvaggia
Cresciuti aspra foresta,
Quando, al tepido surti aprico lido,
Reno, il gran Padre de le rapid'acque,
Nume v'apparve, a Lui, siccome a fido
Genio, il giudizio de l'incerta prole
Commetteste ansïosi:
Onde la madre esterrefatta al caro
Nato, ludibrio a' flutti,
Pallida in viso ed errabonda e cieca,
Ambo protese di terror le braccia,
Gìa deprecando gl'imminenti lutti:
Èd egli spesso ed ella,
Nè rei pur d'un pensiero,
E vita e fama al sordo impeto diêro.
Ma più selvaggia delirò
la mente,
Messere Incmaro, tua,
Quando dicesti: «L'acqua benedetta,
(Io 'l mallevo, Arcivescovo), la carne
Vuole del peccator da sè rejetta:
Però se, come avviene, abbietto servo
Sè colpevole nieghi,
Avvinto mani e piè, de l'acque in grembo
Tùffisi. Al fondo caggia?
Che s'affoghi non cal, l'anima è salva:
Soprannuoti per sorte? E il tristo pèra,
Pèra, chè l'acqua benedetta e saggia
Cerne la colpa bene:
E il rifiuto palese
Vi fa del vero, anime pie, comprese.»
Altro il tenore s'altro
il reo: chè lunge
Da chi impera è chi serve.
Franco Barone giuri sè innocente
O franca Donna? Con la destra impugni
O con l'ignudo piè calchi rovente
Vomere, o il braccio vigoroso affondi
In pajuolo a bollore:
Tre dì sott'esso paternal sigillo
Il doloroso ignudo
Membro conservi, d'infulata cherca
Al giudizio, al voler. Se illeso il dica
Poi l'arcana sentenza, ei sè del crudo
Prepostero tormento
Assai tenga bèato,
Che il proclama di colpa immacolato.
Lunga etade così. Per
che, ventura
Parve alle genti cieche
Altra cieca tenzon di sorti insane,
Quella de l'armi; e ritüal duello
Altre a morte sacrò vittime umane.
Stolta anch'essa tenzon, stolta speranza
Che arrida a giusta impresa
Del mortifero acciar costante e certo
Il sinistro baleno.
Forse a' campioni suoi migliori polsi,
Diede muscoli e nervi
Aitanti più, la buona causa? Invitta
A' suoi cinge la spada? Arcano scende
Messaggier che vittoria al giusto servi?
Ahi vanissima speme!
Pur, sui pugnati campi,
Caro ha il morir chi per l'onesto accampi.
E d'onesta tenzon deh
quale e quanta
A voi, pro' Cavalieri,
Cagione l'incresciosa invida offerse
Età nimica a' liberali ingegni,
Che in sì gran copia prezïosi sperse
Germi fecondi! «Al foco — ulula — al foco
Ogni fradicio ramo,
L'implacato levita — ogni sarmento
Non da noi di lustrale
Onda cosparso! È temerario patto
Col Prence de le tenebre l'oscura
Scïenza delle cose, e batte l'ale
Bieche di vipistrello:
È d'Inferno salita,
Ricaccieremla d'onde s'è partita.
«Spesso ministra a
Sàtana la donna:
Non vedi come spesso
Sta muta in sè Nella pastora, e avvisa?
Come al nero caprone e al grosso micio
Da le verdi pupille intenta e fisa?
Allor ch'alta è la notte e la procella,
Certo di magich'erbe
Fece ricolto: strane erbe al profumo,
Irte, villose, agute:
La vacca di Rinier saggionne, e morse:
Pur costei ne ministra a questa e a quella,
E a più d'un rimenata ha la salute.
Ma ci andò per il bimbo
Gianna; ed in trista vece,
Tal filtro n'ebbe che morir lo fece.
«E la donzella
palliduzza e smunta
Che testè di lontano
Portò messere il Duca, e ne l'ascosa
Torricciuola lungh'ore a certe boccie
S'intriga intorno? Dicon sia di rosa
Non so che saracin pagano unguento,
Imparato in Sorìa:
Baje! novelle! Altro ci cova sotto!
Io per me credo e dico
Che da colei, se messere l'Abate
Non ci provvede, avrem la mala sorte
Tutti noi poveretti. O mastro Pico,
Quei dal gozzo e dal neo,
Non la vide in su l'alba,
Che la luna falcata facea scialba?»
Cosi 'l popolo cieco. E
non so dirvi
Se la grama pastora,
Oppur sia la gentile orfana accolta
Dal signor Duca nel vicin castello,
La poverina, che, le treccie sciolta,
Di ruvido contrita aspro cilicio
Le tenui membra, e scalza,
Il giudizio fatal sul fiero attende
Palco di morte. Al collo
Rozza fune serpeggia, e in vista, al Sole,
Sovr'omeri possenti
Larga lama d'acciar manda faville.
Quanta ressa d'intorno e che stemmati
Padiglioni superbi, e come intenti
Tutti gli occhi a l'aringo!
Del Tempio un Cavaliero
Sta per l'accusa. Chi starà pe 'l vero?
Ei giunge, ei giunge,
il difensor. La speme
Con l'ambascia contende
Nel dolce viso a la gentil. Già ferve
Aspra la pugna, già di polve un nembo
L'asconde a le plebee stolte caterve.
Chè non poss'io venirvi nunzio, o Donne,
Di propizia ventura,
Donne cortesi, che tenete al certo,
O del potente ostello ospite, o sia
Dell'umile capanna,
Per la povera oppressa? Ah non chiedete
Chi vincesse, a la vil plebe che grida
Morte a chi muore ed a chi vince osanna:
Date omaggio di pianto,
Giugnete, o pie, le mani:
Son que' barbari tempi omai lontani.