Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

TEDII DI CASTELLANA

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TEDII DI CASTELLANA

 

TEDII DI CASTELLANA

 

 

 

TEDII DI CASTELLANA

 

 

Ogni progenie al mondo, ogni idïoma
Blanda possiede una parola amica,
La qual dei mali ad alleviar la soma
Gli afflitti come può molce e nudrica,
La speranza ravviva a un tempo e doma,
Insegna a sopportar doglia e fatica:
E, cui non resti altra e miglior ricetta,
«Fratelpispiglia ne l'orecchioaspetta

 

Ma al buon seme d'Adamo la Natura
Di pazïente umor sì poco impresta,
Che il pio consiglio rado assai matura,
Ed apparecchia a la mala festa
Chi passa de l'indugio la misura.
Gli esempii a josa me ne frulla in testa:
Pur dei mille che ci ha nei libri antichi
Bastimi ch'uno sol ve ne districhi.

 

Mai ch'io sappia precipite fiumana
Acque più sbriglïate in confuse
E più torva piombò d'erta montana,
Di quella che da cento si diffuse
Pievi e castella gran corrente umana,
Quando Pier Cucco, a l'età buje e chiuse
Fattosi autor di missïon divina,
Traboccò mezz'Europa in Palestina. 23

 

Vi dirà il saggio, e dirà il vero forse,
Che al tramestìo di tanto varie genti,
S'anco di furia vita e averi a tôrse
Corresser ferocissime e bollenti,
Di molte il mondo verità s'accôrse
Ignote prima a troppo rozze menti;
E scesero da' pigri e rei Baroni
Le terre in mano a più solerti e buoni.

 

Ma così non pensava Monna Pia,
Fior de le castellane più leggiadre,
Quando pe 'l gran vïaggio di Sorìa
Salir vide in arcion con le sue squadre
Il buon Duca Fulberto d'Urgelia
Ch'erale sposo, e in punto d'esser padre:
E nondimen per la nomea che vanta
Andava a romper lancia in Terra Santa.

 

Di che non avev'ella amplessi e baci
Coperto e di che pianti il caro ingrato,
Di che vivide lagrime pugnaci
Il volto, il collo e il duro acciar bagnato!
«E puoi spegner così — dicea — le faci
Anzi tempo d'Imene, e il beato
Non aspettando del miglior suo dono,
Lasciarmi a tanta ambascia in abbandono?

 

«Non è, non è divozïon di Cristo
Che ti move a tradir così tuoi voti:
Non del Sepolcro suo corri a l'acquisto,
Ma straniere a cercar per lidi ignoti
Più gioconde bellezze, e ne fai tristo
Il che nacque a la tua sposa, e i moti
Del core che fu tuo, crudo, condanni
Più che a morire, a vivere d'affanni.

 

«Perchè almen non consenti che a lo Speco,
E non in groppa, no, ma a piè discalzi,
Per vepri e spine anch'io venga con teco,
Sul medesmo cammin, di balzi in balzi,
stanchi già d'imbelli pianti l'eco,
Ma il non pusillo cor tacito innalzi,
E lieta e pia di candide preghiere
Propizii la vittoria a le tue schiere

 

Così 'l duolo sfogava, e de le braccia
Avvinceva ad un tempo il giovin prode:
Bene il fàscino sente che lo allaccia
Fulberto, e la vocal dolce melòde;
Pur fiero ed incrollabile ricaccia
In petto il gran cordoglio che lo rode;
E «Pazïentadice — o mia delfina,
In Orïente io ti vo' far Regina.

 

«Non sai ch'Eraclio Conte e Nerovegio
E Guillermo e Radulfo e Sigifredo,
Li quali io tengo in vilipendio e spregio,
E di lor arme assai più ceder credo
A la mia, che quest'essa al nome regio,
Saliti in su l'arcion primieri e vedo
Già corrermi dinanzi a cento stadi?
Fa che a l'onor più che a la vita io badi.

 

«E come mai d'asperrimo vïaggio
Nudrir pensiero, o Donna mia gentile,
Se al tuo portato prezïoso il maggio
Di Provenza tua dolce, ahi non la vile
Turba compagna, e non il duro assaggio
Si convien di tant'opera virile?
Il serba il serba, o donna, a la corona,
E al grido che de' prodi alto risuona

 

Ma per ch'io non vo' far di vostra grazia,
Donne leggiadre, troppo gran sciupìo,
Vi basti che tornò d'amaro sazia
La castellana a dolorar con Dio;
E venne il che si voltò in disgrazia
Pur la materna speme che nudrìo:
Chè, ucciso forse dal soverchio pianto,
Si morì il bimbo a la sua mamma accanto.

 

Pur la gentile, e virtù questa parmi
Che tutte l'altre sopravanzi e passi,
Per colui tuttavia che in mezzo a l'armi
Lunge, più lunge e senza traccia vassi,
Non che i voti e le preci unqua risparmi,
Ma gli occhi e il cor non fa di pianger lassi:
Ad ogni gioja, ad ogni pompa è morta,
Ed omaggi ricusa e onori e scôrta.

 

Guari non esce omai dal proprio ostello,
Scalpitar lascia i baldi suoi ginnetti,
E ancor che un tempo le paresse bello
Visitare sovente i poveretti,
Di porger si contenta dal castello
Generose limosne a' loro tetti;
E raccomanda di pregar per lui,
Ch'è sempre in cima de' pensieri sui.

 

già solo perchè d'alta mestizia
Compresa, un ben le sembri a lui ritolto
Ogni lampo, ogni raggio di letizia,
Fisa il core, il pensier, gli sguardi, il volto
Nel lontano suo Sol, novella Clizia:
Ma perchè de l'onor gelosa molto,
Non vuol che d'un fïato pur l'appanni
Aquila infesta col fremir dei vanni.

 

Aquila dico, e dovrei dir Barone,
Chè parecchi di quelli a cui più calse
De le castella assai che de l'agone
Per il qual tanto zelo il Duca assalse,
Con la sposa di lui facean ragione
Di metter l'uomo a più pungenti salse:
E appostata l'avrian dovunque gisse,
Me' che i Proci non fêr quella d'Ulisse.

 

si restò già il fulvo Colbertrate,
Per quei medesmi ch'ospitar solea
La pietosa Duchessa, o laico o frate,
Pellegrini tornanti di Giudea,
, dico, si restò dolci ambasciate
Dal mandarle offerir con la Contea:
Altri spedì mercante, altri giullare,
Altri vecchia ed emerita comare.

 

E, se creder si vuole a la leggenda,
Anche fu detto che il buon Re Lovigi,
Il qual ben altra in casa avea tregenda
Patita da la moglie e da' suoi ligi,
Come fatto glien'ebbe il Papa ammenda
E prosciòltol da nozze e da litigi,
Die' voce che venuto fosse a morte
Fulberto, e Monna Pia chiese in consorte.

 

Ma la donna gagliarda e sempre invitta
Mirabile a ciascun fiera costanza
Tale opponea, che vista mai scritta,
Dopo quella d'omerica membranza,
a' posteri altrimenti fu relitta:
E ne la malinconica sua stanza
Questo amaro godea solo diletto,
Di noverar per filo ogni rejetto.

 

Unico svago poi su la bass'ora,
Con un cane di quei truci a vederli,
Che a lei scodinzolando guarda e plora,
L'era salire insino agli alti merli
De la torre che intorno i campi esplora:
insin che l'occhio ancor potea saperli,
Alberi e ville e tutta la riviera,
sovente scendea che a tarda sera.

 

Certo immaginazion cieca e balzana
Stata sarìa, carezzarla certo
Ella potea, ch'aveva mente sana,
Se pensata si fosse che a l'aperto
In quella valle che dal mar lontana
Chiudea d'alte foreste un vivo serto,
De' redituri avesse a l'improvviso
Lo stuolo ad apparir pria che l'avviso.

 

Nondimeno un'idea maggior di lei
La confortava a quella sua vedetta:
Non piangea, di volgari e fiacchi omèi
Risuonar non facea l'aria che schietta
Ragionarle parea d'astri men rei:
Sì la mente vagar così soletta
Lasciava a grado, e de la bianca mano
Si placea carezzar l'irsuto alano.

 

Ma, per diletta che pur sia dal Sole,
Non è la giocondissima Provenza
Tutta in ogni stagiou rose e vïole,
E di nevi talora non va senza:
Senza, a que' giorni, non n'andò la mole
Del castel di Fulberto, che Drüenza
Vide e Rodano e Varo e quei ch'io taccio
Fiumi del Mezzodì conversi in ghiaccio.

 

Forza fu bene a Monna Pia lasciare,
Ancor che molto se n'affligga e dolga,
Quel seròtino suo dolce sognare
Sino a che più l'acuto gel non tolga
Di salir su la torre e di restare,
Senza che nebbia e neve non l'avvolga:
E restringersi è forza, alla serata,
Dove rugghia a bollor la caminata.

 

Quivi ancor l'è compagno il buon bestione,
Che dormigliando a le cinigie il muso
Lungo sul focolar disteso impone:
Torce talor vecchia nudrice il fuso,
E di sagre leggende e di corone
Spesso il capo le fa greve e confuso:
E starìa ritto in un cantuccio un paggio,
Se non ch'ella a seder gli fa coraggio.

 

È il ragazzo, sebbene poveretto,
Di buon lignaggio e onesta nazïone:
Crebbe sott'esso a quel superbo tetto
Men servo che figliuol d'elezïone:
d'armi di lettere difetto,
Anzi ha più che bastevole ragione;
Un poco anche toccar sa di lïuto,
Ed è, chi 'l faccia dir, savio ed arguto.

 

Ma quel che più gli giova, ha di fanciulla
Un viso, cinto di capegli d'oro,
D'onde, senza ch'ei sappia, intorno frulla
Da due grand'occhi di puledro moro
Non so quale virtù, ch'arde e maciulla:
E quando quei di Monna Pia con loro
S'incontrano per caso, una scintilla,
Vibra per l'aria, e in ambo i petti brilla.

 

Si voglion bene, e il come ancor non sanno:
Ella, come a figliuol pietosa e umana;
Cred'egli, o crede il sesto decim'anno,
Come a Madonna in ciel, come a Sovrana:
Non dicon verbo, e manco atto non fanno
Che punto arieggi d'amistà profana:
Ma dove corra col sangue il pensiero
Sallo quel che dei cori è messaggiero.

 

Quel che ragiona nei taciti sguardi,
Ne l'incontrarsi de le mani erranti,
Nel volgere degli occhi onesti e tardi,
Nel gioir seco stessi ignoti incanti,
E nel patire del parer bugiardi:
Quel che in somma fu sempre degli amanti,
Senza che pur gli bisogni far motto,
Innocente linguaggio... e galeotto.

 

Non può dar noja anche al più casto e pio
La vecchierella che alla par sonnecchia
Col tardo alano, ed un propizio Iddio
Giova due cori, se l'un l'altro specchia:
Qui dice il novellier che non ardìo
Spingere gli occhi ed aguzzar l'orecchia;
Ma crede che sul lido arabo o fracio
L'eco sonasse d'un gagliardo bacio.

 

Di quel che poi seguisse, e se Fulberto
Tornasse o no di Terra Santa in Francia,
Non ebbe e non cercò messaggio certo:
Basti che dove invan ruppero lancia
Ricchezza, nobiltà, corona e merto,
Vinse d'un biondo giovincel la guancia:
E che le donne, sien pur buone e chiare,
Non giova di lasciar troppo aspettare.

 





23        Cocupetro, forse da Petrus Cucullus, è il nome che Anna Comnena, Imperatrice e cronista contemporanea, impresta al gran sommovitore dell'Occidente. Altri legge Piêtre, che verrebbe a dire grullo, meschino.



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