Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

LA FAVORITA DEL CALIFFO

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LA FAVORITA DEL CALIFFO

 

LA FAVORITA DEL CALIFFO

 

 

 

LA FAVORITA DEL CALIFFO

 

 

Se vuoi saper che sia
Canzon di gesta e amore,
Prodezza e cortesia,
Iracondia e mercè,
Fa che a le genti more
Tu riconduca il piè.

 

Laggiù tra verdi fronde
Carche d'esperie poma
Un candido s'asconde,
A la frescura in sen
E al vaporante aroma,
Paradiso terren.

 

Qual con ferrata zampa
Ne le fumanti arene
Orma il puledro stampa
Ch'arabo eroe frenò,
Tale in marmoree vene
L'araba sesta osò

 

Arco gentil, che ignoto
Artefice addentella
Come fu vista il loto
Iside Iddìa frangiar,
E di mëandri abbella
Che le Peri intrecciar.

 

Alterna il facil il mirto
Col nobile cipresso
Ombre al sognante spirto,
E di perenne umor
Il murmure sommesso
Molce a' gagliardi il cor.

 

Laggiù sorride al Maggio
Nel mite assiduo Sole
Che verecondo un raggio
Manda per tenue vel,
Ravvolta in auree stole
Crëatura di ciel.

 

Arbitra ell'è, Signora
Di Principe canuto,
Ell'è la bionda Aurora,
Fiore del basco suol,
Pende dal suo saluto
E l'esultanza e il duol.

 

Ma nell'umor giocondo
De l'alta Favorita
Virtù non seppe al mondo
Cotanta breccia aprir,
Quanta la grazia ardita
Del fulvo scriba Amir.

 

Con che timon la barca
Meni costui ne l'acque
De l'Aremme, il monarca
Confessa che non sa:
Ma fatto è ch'egli piacque,
E in alto assai ne va.

 

Da gramo studentello
Stesa ha sì ben la pania
Che salse a onor d'anello,
Poscia a grande Cadì:
Andonne in Mauritania,
E vincitor n'uscì.

 

E come il buon fu morto
Prence, e col suo consiglio
Il Principin di corto
Al trono eletto fu,
Non pensò Aurora al figlio
Scôrta devota più.

 

D'oro potente e d'armi
La man per tutto ei stese:
Un buon mastro di carmi
Inciampo al suo poter
A tôr di mezzo imprese,
E polve il fe' giacer.

 

Ahi, ti bisogna Aurora
Patir l'odiate nozze
Ch'egli avrà strette or'ora
Con Azma sua gentil:
L'ali n'avrai tu mozze,
Aguto in cor lo stil.

 

Del tuo figliuolo a tôrre
Di man lo scettro ei prende:
Or nomasi Almanzorre,
L'Eletto del Destin;
Camminan le sue tende
D'Iberia in sul confin.

 

In sul confin d'Iberia
Cammina la sua stella,
Fa di città maceria,
Zamora il sa e Leon,
Il sa di Compostella
L'orribile tenzon.

 

A riparar t'affretta,
Donna, ad asil men crudo:
O dar la prole eletta
Al talamo fatal
Vedrai Sancio e Bermudo
Cristian sangue real.

 

Ahi di che strani agguati
Si piace ognor Fortuna!
Più di te cara ai Fati
I posteri diràn
Diràn la schiava bruna
Che piacque al tuo Sultan.

 

Costei di Zaìra
Nel magico giardino
In faccia a lui sospira
Per l'ospite Visir:
Tratto è il Visir dal vino
Gl'infausti amori a dir.

 

Cavar la scimitarra
Veggon l'eroe feroce,
Poi del perdono in arra
La fronte serenar,
E man pietosa e voce
Ad amendue drizzar,

 

Dicendo: «O ancor diletti,
Poichè de l'amorosa
Fiamma ne' vostri petti
Cotanta è la virtù,
All'amator la sposa
Io non contendo più.»

 

Sovrasta, o no, la gloria
A' malefatti suoi?
Deciderlo l'istoria
Saputo ancor non ha;
Se interrogar la vuoi
Questo soltanto sa:

 

Che un , tornando alfine
Da tante gesta altere,
Disse, già bianco il crine:
«Gregario alcun non è,
Non è ne le mie schiere
Più misero di me.»

 


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